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Manuali di Scrittura – una Top… bah, vedremo…

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Niente di meglio di un bel giro in pattini a rotelle su un campo minato per stimolare la discussione, giusto?
E allora parliamo di manuali di scrittura.

Cominciando subito con una considerazione che ritengo indispensabile – nella mia peraltro variegata carriera, credo di aver letto (a conti fatti) una quarantina almeno di manuali di scrittura e testi contigui, quasi tutti in lingua inglese.
Li ho trovati tutti – con un paio di eccezioni notevoli – molto divertenti.
E li ho trovati tutti estremamente utili.
Da tutti credo di aver imparato qualcosa.
E nessuno, ma proprio nessuno, è mai stato La Legge del Signore.
È per questo che da tempo mi gingillo con l’idea di riunire un po’ dei post sulla scrittura e farne un libricicolo, ma poi mi dico di no.
Perché non esiste una sola strada per andare da A a B, e spesso se ci perdiamo e finiamo a Y, scopriamo che non era dove volevamo andare, ma era dove c’era bisogno che andassimo.
Insomma, non sono fatto per le regole.

Quindi, la regola (ah!) basilare è che tutti i manuali vanno bene, se vanno bene per voi, ma ricordate che sono solo manuali.
Nel momento in cui, davanti alla tastiera, la prima cosa che vi viene in mente è quale regola dobbiate applicare prima, siete fregati.
Ma di brutto.

Detto ciò, facciamo una bella carrellata, una Top Five(ish) di manuali di scrittura che, se dovessi sgomberare lo scaffale, terrei comunque a portata di mano, perché mi hanno davvero insegnato qualcosa.
Sarà una lista… insolita.
E lunga.

Cominciamo subito con un fuori concorso: The Jewel-Hinged Jaw, di Samuel R. Delany
… che non è un manuale di scrittura, è una collezioni di articoli sulla linguistica del fantastico.
È bello, è importante, serve a zittire tutti quelli che vi vengono a fare storie di POV e altre menate e soprattutto lo cito in apertura alla lista per un semplice motivo: lo lessi a 17 anni, e per un anno mi rese praticamente impossibile scrivere.
Nel senso che portò in evidenza tali e tante cose alle quali non avevo mai pensato, mentre scrivevo, che fu come scoprire che avevo sempre sempre solo guidato in prima, e senza sapere che la mia automobile era piena di esplosivo.
Include interventi di Zelazny, Disch, LeGuin e Ellison.

Perciò, un brindisi, al libro che mi segnalò che avevo ancora un sacco, ma proprio un sacco di cose da imparare.

Il modo per impararle – confrontare ciò che scrivevo con ciò che scrivevano gli autori che mi piacevano.
Howard e Burroughs, ma anche Leiber e Zelazny.
Cercare di capire come funzionano certe dinamiche.
Leggendo consapevolmente, con un occhio alla struttura.

Writing Down the Bones, di Natalie Goldberg
Pubblicato in italiano come Scrivere Zen, è il manuale che mi ha fatto uscire dal loop innescato da Delany e da un paio di altri fattori (non ultimo il lasciarmi alle spalle il liceo, e ritrovarmi all’università – circondato da una folla di individui supremamente disinteressati a ciò che scrivevo).
È noto che consiglio questo libro in continuazione – mi piace per la definizione della scrittura come attività immediata, come attività fisica, come lavoro eseguito usando strumenti che dobbiamo trovare piacevoli, adatti alla nostra mano.
Conosco persone degnissime che non condividono il mio entusiasmo – e mi rendo conto che questo, come tutti gli altri, in effeti – è un libro che ha il suo momento, e per ciascuno di noi quel momento è diverso.

Death is no Obstacle, di Michael Moorcock e Colin Greenland
Di nuovo un libro che non è un manuale, ma una lunga intervista a Michael Moorcock, condotta da Colin Greenland.
È il primo libro che, dopo Delany, mi ha portato a guardare alla struttura della narrativa, alla geometria della narrazione.
Un sacco di aneddoti, un sacco di opinioni ed idee.
Molto spesso leggere autori che parlano del proprio lavoro è più istruttivo che leggere un manuale.
Ci sono altri saggi di Moorcock che considero indispensabili.
Into the Media Web è certamente un tomo insuperabile, ad esempio.
(idea, visto che di libri che NON SONO manuali di scrittura ne ho parecchi in lista, ve li segnalo in blu)

Writing Horror, della Horror Writers Association
Indispensabile, e probabilmente un libro che ha influenzato pesantemente la mia impostazione generale, e che mi aiutò a mettere in ordine le cose imparate in maniera fai-da-te leggendo i miei autori preferiti.
Capitoli monografici sui principali aspetti della scrittura, affidati ad autori diversi – tutti personaggi titolati nel mondo della narrativa horror.
Tutte le tecniche descritte sono finalizzate alla scrittura di narrativa orrifica.
Credo sia a causa di questo manuale che fatico a separare l’applicazione di una certa tecnica* dal conseguimento di un certo effetto.
Che è poi uno dei principi che ormai seguo più o meno inconsapevolmente – tutto ciò che si scrive deve servire a tirare qualche filo nel cervello di chi legge.
Ne esiste una versione complementare, a cura della Mystery Writers Association, che si occupa di narrativa poliziesca e thriller.

Artful Sentences: Syntax as Style, di Virginia Tufte
Questo è decisamente un peso massimo, ma è al tempo stesso fantastico, per quanto non sia un manuale di scrittura, ma un manuale di… mah, stile ed eleganza – l’idea è di studiare come le scelte sintattiche possano costituire di per se una forma di stile, tale da rendere distintiva la voce di un autore sulla pagina.
Estremamente elegante e minimalista, zeppo di esempi presi dai classici, questo è un libro che si concentra sul “trovare le parole giuste”, come diceva Hemingway, e poi allinearle nella maniera più economica ed efficiente sulla pagina, ma anche più personale, ed elegante. Concentrandosi sul livello più basilare della scrittura, il libro scardina molte delle buone regole, mostrandole per quelle che sono – le convenzioni più diffuse, ma non necessariamente le uniche, o le migliori.
Quando si arriva in fondo, al capitolo intitolato “Simbolismo Sintattico”, si spalanca un universo di possibilità.
Non esattamente una lettura da diporto (ma poi, perché no), ma certamente una bella spinta verso le vette della letteratura seria, dove l’atmosfera è più rarefatta.
Il volume è pubblicato dalla casa editrice di Edward Tufte, mio idolo personale e grandissimo insegnante di comunicazione.

Story Structure Architect, di Victoria Lynn Schmidt
Ne ho già parlato a suo tempo.
La struttura è una mia ossessione.
Il volume è una collezione di esempi di strutture narrative, delineate e poi discusse in dettaglio, con l’intento di scoprirne le dinamiche, l’applicabilità, i rischi.
Molto chiaro, molto ben scritto.
Un po’ ingegneristico, e quindi rischia di mandare in depressione chi continua a immaginare la scrittura come quella cosa ispirata da muse eteree e stimolata da una innata ed elitaria cosa chiamata talento.
Però funziona.

The hero with a thousand faces, di Joseph Campbell
Un po’ troppo pseudoscientifico per i miei gusti, ma questo è IL libro sulla narrazione, quello in cui viene definita la struttura nota come Il Viaggio dell’Eroe, che è centrale in tanta narrativa mainstream e in una quantità colossale di fantasy e fantascienza.
Archetipi, riferimenti junghiani, strutture mitiche e richiami primordiali.
Se è andato bene per George Lucas (prima che rimbambisse), andrà bene anche per noi.

Da leggere, assolutamente, al limite per poter decidere che no, grazie, noi ne facciamo a meno.
Scrivere fantasy senza averlo letto è… bah, come cucinare bendati.

Esiste anche in italiano, pubblicato (mi pare) da Oscar Mondadori.

Worlds of Wonder, di David Gerrold
L’uomo che ha scatenato i triboli nell’universo di Star Trek e gli Cthorr su una Terra in crisi, offre un manuale sorprendentemente flessibile e possibilista sulla scrittura del fantastico.
Molti suggerimenti su come cambiare prospettiva e scrivere in maniera naturale ciò che naturale non è.
Utilizza una serie di esempi “da manuale”, analizzando storie molto popolari per esporne e discuterne le meccaniche.
Fortemente focalizzato sulla forma ed il ritmo della scrittura come strumento di suggestione.

How Novels Work, di John Mullan
Non un manuale di scrittura, ma di critica letteraria, dedicato a chi ama i romanzi e vuole vedere dentro come sono fatti; smonta il romanzo in tutte le sue componenti essenziali, dalla copertina alla pagina di chiusura con l’indice dei capitoli e attraverso esempi – sia classici che contemporanei – traccia l’evoluzione della tecnica narrativa, studiando quali siano i meccanismi e le tecniche che rendono un romanzo efficacie.
Cosa funzionava ai tempi di Defoe, cosa funzionava ai tempi di Dickens, cosa funziona oggi, e perché.
Molto divertente – spiega anche perché non serve un articolo di 20.000 parole per dire che un libro è brutto.

Novelist’s Boot Camp, di Todd A. Stone
Una valanga di risate, ma assolutamente a tenuta stagna, la dimostrazione che si può suonare tosti senza insultare i lettori, ed al contempo insegnar loro qualcosa.
Utilizza metafore militari per illustrare tecniche e strumenti sbrigativi e diretti che rendano migliore la prosa e la narrazione, e quindi un indispensabile manuale di revisione, più che di scrittura.
Si concentra sulla narrativa lunga, ma i principi generali si applicano anche alla forma breve.
Il tono divertito e l’atteggiamento machoide, rendono questo manuale di scrittura per marines piuttosto divertente.

Disegnare con la parte destra del cervello, di Betty Edwards
Un manuale di disegno, che analizza visione, creatività e comunicazione.
Io di solito dico che ciò che scrivo devo vederlo, per poi descriverlo.
Questo è un libro che mi ha profondamente impressionato – soprattutto considerando la mia originaria incapacità al disegno (ogni forma di spontaneità grafica venne prontamente annientata da cinque anni di scuola elementare nei meravigliosi anni ’70, quando disegnare era una perdita di tempo).
Vivamente consigliato.

Writing Fight Scenes, di Rayne Hall
Leggero, e maledettamente specifico (è un ebook autoprodotto), questo è un manualino capace di far venire le convulsioni a tutti quelli che per descrivere trenta secondi di violenza e brutalità fra due disperati infestati di pulci credono sia necessario spararsi sei trattati rinascimentali di scherma.
Perché noi dobbiamo raccontare il dannato combattimento, non combatterlo.
Conciso, dritto al punto e molto intelligente, il manualino della Hall contiene esattamente ciò che dice sull’etichetta. Il necessario per scrivere delle scene di combattimento che non siano stucchevoli.

Potrei aggiungere alla lista, per chiudere Mugging the Muse, manuale di scrittura e molto altro, della bravissima Holly Lisle.
Ma ci ho già fatto un post pochi giorni addietro, e quindi non mi pare il caso di dilungarmi qui.

Oh, sì, quasi dimenticavo…
Il Manuale Minimo dell’Autore Attore**, di Dario Fo
Perché è grande, divertentissimo, intelligente, e parla di recitazione, narrazione orale, tono di voce, scena, movimento.
Parla di affabulazione e di come catturare l’attenzione del pubblico, spiega perché Shakespeare anche fatto da scalzacani ti acchiappa, e lo fa con una leggerezza insuperabile.

Indispensabile.
Perché non c’è nulla di peggio, quando si scrive, che avere solo esempi di scrittura.
—————————————–

* preferisco pensare in termine di tecniche e strumenti piuttosto che di regole.
Fatemi causa.

**Quando uno dice il lapsus…

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

24 thoughts on “Manuali di Scrittura – una Top… bah, vedremo…

  1. Uno ce l’ho!😀
    Non ancora letto però…
    Credo che Campbell sia edito di recente da Guanda, non vorrei dare false indicazioni. Io ho letto la versione “applicata” (quella di Vogler) ma è molto centratasulla cinematografia. Non vedo l’ora di procurarmelo!

  2. Ho appena finito Mugging the Muse e devo ringraziarti, Davide, per il consiglio. Mi ha fatto proprio venir voglia di scrivere! (se non altro la recensione al libro :))

    E vedo che The Jewel-Hinged Jaw è disponibile su Kindle! (se non sbaglio quando l’avevi citato l’ultima volta non lo era, almeno su amazon.it)

  3. Delany mi spaventa un po’ (sto leggendo Dhalgren e devo ammettere che mi fa sentire piccolissima). Invece Novelist’s Boot Camp mi ispira molto (anche per le risate): ho dato un’occhiata all’anteprima su Amazon e mi ha fatto brillare gli occhi. Mi sa che me lo compro…

  4. Grazie per la dritta sul libro John Mullan.🙂
    Ho cercato e trovato altri suoi libri che mi interessano molto.
    Thanks!

  5. Gran bella lista! In particolare mi stuzzica quello sui combattimenti, si tratta di una mia carenza mostruosa… E poi vorrei tanto tanto tanto Death is no Obstacle, ma su Amazon non si trova a meno di 120 € ;_;
    La struttura del “Viaggio dell’Eroe” è fighissima, c’è un manuale pubblicato (dovrebbe essere la Audino edizioni) nella collana “manuali di script” che si intitola proprio così, di Chris Vogler… La collana è poi che contiene il mitico “Elementi di Stile nella Scrittura” di Strunk Jr, e il manuale di drammaturgia di Lajos Egri. Una collana interessantissima di manuali, almeno per quanto riguarda la nostra lingua.
    Anche quel Mugging the Muse di cui parlavi era intrigante.
    Spero che terrai aggiornata la lista!😀

    P.S. piccolo refuso: quello di Dario Fo è il Manuale Minimo dell’Attore🙂 (che però vale bene anche per gli autori. E i registi. E i narratori in genere :D)

  6. non è un manuale di scrittura ma l’ho trovato così bello ed educativo che voglio citarlo, Rewrites di Neil Simon. Non so se esista in italiano. Ha il grande pregio di essere molto divertente, in alcuni punti toccante, e di raccontare cosa significa scrivere per lavoro e mantenere una propria dignità nonostante le mille difficoltà che si devono affrontare. E alla fine della lettura mi ha fatto venire voglia di rivedere roba di Simon, e mi ha fatto scoprire le sceneggiature di Paddy Chayefsky.

  7. Trovo estremamente interessante, e vagamente ironico, che tutti coloro che conosco, che conoscono le teorie di Campbell, le conoscano attraverso il lavoro di Vogler.

  8. Faccio eccezione per motivi di lavoro alla risposta di Davide. Non conosco Vogler ma conosco bene Campbell, mitografo di razza. Consiglio molto, a chi si interessasse di mitologia, i quattro volumi (ahimè) in cinque tomi (biahimè) (Oscar) de Le maschere di Dio. Detta questa immancabile pippa cui non ho resistito, confesso di non avere mai fatto uso di manuali di scrittura creativa (e chi mi dicesse che si vede, lo aspetto all’alba dietro il Convento delle Carmelitane Scalze). Ho solo sfogliato Scrivere Zen per un paio di corsi che ho tenuto io stesso (triahimè). Ma amo profondamente e considero imperdibile On writing, di King, letto in tarda età (un paio di anni fa) e sulle cui pagine ho imprecato a lungo nei miei confronti.

  9. Le Maschere di Dio è da lungo tempo sulla mia lista, ma ammetto di aver trovato un qualcosa, ne L’Eroe… che mi ha un po’ bloccato.
    Mi andrebbe benissimo, Campbell, che ha una cultura sterminata, se non cercasse dimostrazioni scientifiche delle proprie tesi, che poi proprio per loro natura di scientificamente dimostrabile non possono avere nulla.
    Ma son mie fisime da scientista in vacanza… chissà, magari per l’inverno…
    Io ormai i manuali di scrittura li leggo per divertimento – è un po’ come se noi due ci incontrassimo per una pizza e quattro chiacchiere, e ci scambiassimo idee su come si gestisce il dialogo, come si delinea un capitolo… è insomma come chiacchierare con persone più in gamba di me, mormorando “Ma guarda… tu fai così? Io invece…”
    Si impara sempre qualcosa, ma il piacere è un altro, e nasce dal confronto.

    E devo dire di essere rimasto freddino al libro di King – anch’io lo letto pochi anni or sono, e se ho imprecato, è stato perché mi stava dicendo cose già lette altrove😉

    Riguardo al confronto dietro al Convento delle Carmelitane Scalze, io proporrei come arma una coppia di vecchie Olivetti Lettera 32 da duello (le immagino con la scocca d’ottone, in una scatola di legno foderata di velluto cremisi, con acclusi scovoli, nastri di riserva e due bottigliette di bianchetto)…
    Io una volta, un tale che affermava che io non so scrivere mentre lui sì, l’ho sfidato a quel modo – io e lui, due macchine per scrivere e due risme di carta, un pomeriggio in pubblico in una biblioteca, e poi lasciamo decidere i lettori.
    Si è reso irreperibile.😉

  10. Questa mi piace davvero. E l’idea di una cena a parlare di scrittura mi sembra magnifica. Avrei da imparare molte cose anche io. E se facessimo coppia tu e io con una Olivetti da portare su un carrettino come quelli dei medici del west? Potremmo girare cucinando (temo che ci litigheremmo il fornello), vendendo elisir, analizzando terreni e sfidando le Olivetti più veloci del west. Attenzione solo al poker: la Mano del Morto è pericolosa.

    PS: non ho bevuto prima del solito. Ma potrebbe essere un’idea per un steam-punk o per un simil- Lansdale.

  11. PPS: Hai ragione su Campbell e sul suo approccio pseudoscientifico. Ma è un grande narratore e le maschere sono una miniera di stimoli e idee.

  12. Ho avuto un flashback del vecchio Wild Wild West (la serie, non l’orrido film con Will Smith).
    Coi tempi che corrono, si potrebbe fare – se c’è stata gente che, dopo la Tiananmen, campava in Cina vagando per le campagne e vendendo poesie, noi potremmo fare i narratori itineranti on-demand.
    E sì, narrativamente ha delle potenzialità…

    Per la cena scrittoria, parliamone… magari tiriamo dentro anche Max Citi…

  13. Post monumentale.
    Non dico altro, perché ogni mia parola potrebbe essere utilizzata contro di me🙂

  14. Mcnab, al limite ci si vede anche con te dietro al Convento delle Carmelitane Scalze.
    Porta una macchina per scrivere.
    Concordiamo solo l’ora, perché prima ho un altro impegno, sempre dietro al convento…
    (eh? Dumas? Cosa vuole Dumas?! Che richiami più tardi)

  15. Dumas dice che ne manca ancora uno…

  16. Sarà la crisi.
    Ma un terzo lo raccattiamo andando dalle Carmelitane…

  17. Io trovai un libro di Campbell, libro-intervista, a Roma, e l’ho iniziato a leggere (Studiare), un po’ di tempo fa.
    In tutte le altre zone dove sono stato non c’era nulla. I suoi argomenti mi attirano (mitologia e Antropologia) e possono essere studiate in chiave da “scrittore”.
    Chiusa divagazione, vedrò se trovo alcuni dei manuali che hai citato, splendido articolo😀

  18. Esco dal lurkaggio per ringraziare per questo bel post, utilissimo!
    Tra tutti conoscevo soltanto il libro di Campbell, peraltro abbastanza introvabile… (anch’io ho la versione secondo Vogler :P).

    Un saluto e complimenti per il blog🙂

  19. una dozzina di anni fa il mio primo manuale (credo che fosse The Little Red Writing Book) mi lasciò come il millepiedi di Kipling: ero stata felicissima fino a quando una cavalletta non mi aveva chiesto quale zampa muovessi per prima nel camminare…
    Sgomento, terrore, paralisi – da cui uscii grazia alla solita Lisle, con una passione per i manuali…
    Comunque è un fenomeno che vedo spesso ai corsi. C’è chi si riprende a forza di duro lavoro, chi decide che non ne ha bisogno, chi si scoraggia del tutto…

  20. Ah, e possiedo da anni l’Edwards senza avere mai avuto il coraggio di provarci sul serio, perché non so/nonostante non sappia disegnare una O col bicchiere…
    Magari è la volta buona.

  21. Io in realtà ho imparato a disegnare (pur senza essere un artista) con un manuale meraviglioso che si chiama Le Chiavi del Disegno, di Bert Dodson, pubblicato per il prezzo delle patate da Newton Compton.
    Ero sequestrato in uno stanzino a fare il monitoraggio di linee telefoniche, ed avendo letto tutto illeggibile e scritto tutto lo scrivibile, cominciai a fare gli esercizi che consiglia il volume, notando in grande miglioramento in tempi relativamente brevi.
    Il libro della Edwards è interessante – per me, ovviamente – più per l’approccio concettuale che non per l’effetto sulla mia capacità grafica.

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