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Le Flautiste del Covent Garden

15 commenti

Questo è un post imprevisto, e vagamente nostalgico*.
Oggi gira così.

Il Covent Garden di Londra è l’unica area cittadina nella quale sia consentita l’esibizione pubblica di artisti di strada – che in inglese si chiamano buskers, e che probabilmente hanno una radice etimologica dallo spagnolo “buscar”, il che sarebbe meravigliosamente rinascimentale, ma non ho voglia di controllare.
Ora pare sia più politicamente corretto chiamarli street performers.
Il Willey, indispensabile volume per sapere tutto di tutto riguardo alla capitale britannica dal Paleolitico ad oggi, mi traccia una storia avventurosa ed eccitante del Covent Garden, da orto del convento locale (da cui il nome) a parco, tenuta nobiliare, e infine mercato e quartiere a luci rosse durante la Restaurazione e giù giù fino all’attuale sistemazione vittoriana – del 1830 le strutture in mattoni rossi, del 1870 il tetto che copre l’area -, il mercato dei fiori di Mayfair Lady, e poi la decisione di demolire tutto nel 1973, l’insurrezione della popolazione locale, la nascita di una vasta area commerciale, i concerti, gli spazi disponibili per musicisti, cantanti, giocolieri, attori, saltimbanchi,animali ammaestrati, cartomanti e lettori della mano.
Si cercano un posto (la distribuzione dei posti viene negoziata democraticamente), fanno il loro numero, e la gente getta loro qualche moneta.

Io ne ho gettate parecchie.

Nel ’92, complice il fatto che durante la pausa pranzo, mi bastava attraversare il quartiere cinese per essere al Covent Garden, normalmente mangiavo un boccone rapido in mensa, e poi trascorrevo almeno tre quarti d’ora ad ascoltare i musicisti di strada del Garden.
In particolare c’erano due ragazze straordinariamente attraenti, due flautiste classiche, che eseguivano duetti alla base della scala per il livello seminterrato – uno dei posti migliori, con la balconata attorno a fare da loggione.
Erano molto belle, e suonavano molto bene musica prevalentemente barocca.
Da flautista dilettante, ed essendo loro – come credo di avere già accennato -particolarmente attraenti, le ascoltavo spesso, e al sabato, quando non ero al lavoro, approfittavo della pausa nelle mie peregrinazioni mattutine per arrivare in tempo a fotografarle**.

A fine esecuzione, era abbastanza normale che gettassi qualche moneta nelle custodie dei flauti delle ragazze.

Ora, mi rendo conto che si tratta di una posizione molto difficile da difendere, ma vorrei assicurare i lettori che quell’offerta era dovuta al fatto che trovavo la loro musica estremamente piacevole***, e non perché avevo trascorso tre quarti d’ora ad occhieggiare lascivamente le loro aggraziate forme femminili, spesso attraverso un teleobiettivo****.

Ma il punto è proprio quello.
Pagare per l’intrattenimento.
Esprimere in maniera tangibile il proprio apprezzamento*****.
E ammettiamolo, avrei anche potuto desiderare di dimostrare il mio apprezzamento in maniere meno sordidamente finanziarie.
Specie alla rossa col girocollo nero e gli occhiali della NHS alla Michael Caine.
Però a volte tocca adattarsi, e scegliere il sistema più comodo e rapido.
Pagarle una cioccolata calda visto che non posso offrirle una cioccolata calda.
Con panna.

Ma non divaghiamo.
Quando un amico, dopo aver ascoltato con aria annoiata le due ragazze mi disse…

Sono poi solo due accattone

… la cosa mi lasciò abbastanza stizzito.
La musica era mediocre, disse – se fossero state musiciste valide, avrebbero suonato in un posto in cui qualcuno pagava per sentirle.
Il fargli notare che qualcuno, in effetti, pagava per sentirle, non parve convincerlo.

Il problema è che l’accattone, in italiano, è colui che vive di elemosina e di ciò che trova per strada.
Il busker o meglio ancora lo street performer è una persona che esprime la propria arte sulla strada.
Lo street performer mi dà qualcosa, per quanto intangibile.
L’accattone mi chiede qualcosa.
Ma poiché le persone spesso ragionano con le parole che usano, è chiaro che se io prendo due belle ed eleganti ragazze – studentesse del conservatorio, e membri di una orchestra “vera”, come scoprii successivamente scambiando qualche chiacchiera****** – ciascuna armata di un flauto d’argento da 1000 sterline, e le metto a suonare su un angolo di strada, suonano male.
Per certa gente.

E non è chiedere le elemosina, naturalmente.
Con una sterlina lasciata cadere nella custodia del flauto di una di quelle ragazze, io non le stavo mancando di rispetto.
Così come non faccio le elemosina e non manco di rispetto al panettiere quando acquisto il suo pane francese.
La differenza è che il panettiere ha un prezzo esposto, e lo pago prima di sapere se ciò che mi offre mi piacerà o meno.

Bisognerebbe rifletterci.

Oh, e non scordiamoci il buon vecchio manuale di Willey.
Che mi informa, con mia non poca sorpresa, che gli artisti di strada si esibiscono senza problemi al Covent Garden non per concessione del Sindaco, o della Corona: l’Associazione Commercianti del Covent Garden paga annualmente una tassa salatissima all’amministrazione comunale, proprio per permettere agli street performers di esibirsi davanti ai negozi e nei passaggi dell’area.
Sì – non solo i passanti pagano la musica che gli piace (o le acrobazie, o le scimmiette ammaestrate), ma i responsabili del posto pagano una tassa per permettere a quella gente di stare lì ed esibirsi.
Niente albo, niente contratto, niente autorizzazione – ma rispetto, sì.
Ci guadagnano anche loro, dite?
E se anche fosse?
————————————

* È anche un post per la mia amica Giusy, che voleva un po’ di bellezza ed allegria.

** Mi spiace, era il ’92 – usavo una analogica con una pellicola per diapo, non ho immagini da caricare, dovrete credermi sulla parola.

*** Lavoravo in un laboratorio con tre micropaleontologi che ascoltavano metal tutta la mattina e tutto il pomeriggio.

**** Ve l’avevo detto che era difficile da difendere, come posizione.

***** Sì, lo so, ma non avevamo appena lasciato questa festa?

****** Ehi, non sono fatto di legno, ok?
E sì, con la rossa con gli occhiali.
Contenti? (io sì, a dire il vero)

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Le Flautiste del Covent Garden

  1. Grazie per il post!
    La bellezza talvolta può trovarsi comoda davanti a un negozio di tessuti, e portare gli occhiali. Poi si sistema in un angolino della mente, si fa la sua cuccetta, e resta lì per anni.
    Però bisogna averla riconosciuta. Perchè è un tipo di bellezza che non ti insegue e non ti batte sulla spalla, e insomma se non la noti a lei va bene lo stesso, Sei tu a perderci.
    Pagare per avere attorno un po’ più di bellezza mi pare una cosa sensata.

  2. Penso a quanto era povero il tuo amico. Ho il sospetto fosse italiano

  3. Era italiano.
    E lo è ancora.

  4. quello dei musicisti di strada in italia è un doppio problema perché sono accattoni con l’aggravante di essere musicisti…
    (quante volte chi suona in un locale si sente dire: la serata è andata così e così, quindi vi pago meno?)
    nella metro di parigi i musicisti di strada sono autorizzati con tanto di tesserino, e gli artisti di strada hanno diritto ad un periodo di ferie pagate dallo stato per preparare nuovi spettacoli…

    Io a chi suona do’ sempre qualche soldo. Non per quello che ho sentito, ma perché continuino a stare li, e per poterli risentire…

  5. Sì, come al solito è una questione di cultura.
    Io, in linea di massima, se ho spiccioli in tasca qualcosa lascio.
    Sia per la musica, che per il fatto che un domani su quell’angolo potrei esserci io.
    Il che mi ricorda che devo ricominciare gli esercizi col flauto, appena mi passa il raffreddore.

  6. Londra è sempre un posto spettacolare e di grande ispirazione…efortuna che i buskers sopravvivono! Ricordo ancora un gruppo a-capella sentito a Boston, da brividi.
    se siete in giro per la Lombardia, vi segnalo “Soltanto” un ragazzo davvero bravo (http://people.accordo.it/article.do?id=68901&fb_action_ids=466950936671516&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=246965925417366 qui la sua storia) che si sta facendo un nome nelle strade d’italia e d’europa.

  7. In sostanza il tuo amico non sa quello che gli piace, apprezza solo quello che “qualcuno che se ne intende” ha deciso di far pagare. Penzare che a me piacciono anche le opere dei madonnari!

  8. Due diatribe scatenate sul web: ebook vs. cartaceo e la percezione dell’attività dei blogger mi sembra che abbiano, alla fine, fatto emergere un conflitto tra un tipo di società, quella del “modello standard”, che in realtà è bella che morta da qualche anno a questa parte e il lento, apparentemente stentato fermentare di ciò che sta nascendo da queste macerie, che non vogliono riconoscere di essere tali. Il tuo amico/collega che utilizza dispregiativamente il termine “accattone” è l’esempio lampante e doloroso di un individuo saldamente ancorato a un modello di vita che probabilmente gli sta marcendo addosso e che ci sta portando sempre più nel baratro di una sorta di accidia culturale che permette e alimenta tutto ciò che la cronaca, recente e non, quotidianamente ci illustra.
    Forse aveva ragione Giorgio Bocca, nostro esimio conterraneo, quando in uno dei suoi ultimi saggi, vedeva il mondo impegnato in uno scontro epocale tra spiritualismo e materialismo.
    Attualmente, il massimo spiritualismo è identificato nell’Islam, un mondo reso isterico dai fondamentalismi ma l’esempio del Covenant Garden che hai portato, assieme a tanti altri, piccoli e grandi, diffusi in particolar modo ( ma non solo )nel mondo anglosassone e nordico, lasciano intravedere una via alternativa.

  9. Reblogged this on taccuinodaaltrimondi and commented:
    Una delicata ma penetrante analisi di Davide Mana sul valore intangibile della bellezza.

  10. Perdona la mia ignoranza, mi potresti dare gli estremi del Willey? Intendo del libro naturalmente 😉

  11. Ah, Covent Garden. Quando cercavo casa a Londra, misuravo le distanze in minuti da Covent Garden – dove di giorno ci sono i buskers e la sera c’è l’opera… C’era una colonna apposta sulla tabella comparativa: min/CG.
    E conosco un americano diplomato alla Juilliard che qualche anno fa si è pagato un grand tour d’Europa (his own words) suonando il violino per strada. “Però in Italia era meglio farlo durante un festival di qualche tipo. Fortuna che ne avete tanti.”
    Il festivaliero medio è più generoso del passante occasionale, o ci vuole l’istituzionalizzazione (anche apparente) per fare il musicista meritevole?
    Come diceva mia nonna: povera Italia…

  12. Grazie Davide! In effetti rovistando su amazon avevo quasi avuto la certezza che fosse quello. Vado a vedermi l’anteprima.

  13. Pingback: Vai a lavorare, barbone! | strategie evolutive

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