strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Lettori freelance

22 commenti

Ieri sera ho scoperto di possedere una ulteriore qualifica professionale.
Non qui, naturalmente, nel paese dei palloni e delle veline, ma là fuori, nel grande mondo inesplorato.

Là fuori, ho scoperto, esiste una categoria professionale chiamata professional reader.
Ed io sono stato certificato come tale.
Folle, eh?

Chi sono, i professional reader?
Recensori.
Critici.
Insegnanti.
Tutti coloro che, per svolgere la propria professione, devono leggere esercitando una serie di capacità che li distanziano dai lettori non professionisti, che macinano il libro e non ci pensano più.
I professional reader sono persone in grado di valutare la qualità di un testo, di esprimere una opinione informata, di arricchire in qualche modo il testo che stanno leggendo, condividendo con gli altri questo extra, o fornendo all’autore o all’editore una serie di informazioni tali da migliorare il prodotto.
Professionisti.

Nella categoria rientrano anche i blogger.
Non, badate, quelli che bloggano sul loro gatto o vi dicono che Bradbury fu un autore marginale nell’ambito del fantasy, non quelli che sparano cazzate tentando di legittimarle con due dosi di machismo e una di turpiloquio, o quelli che se la spacciano.
Quelli di qualità.
Se bloggate legittimamente e con un certo livello di qualità riguardo alla lettura ed alla letteratura, potete aspirare al titolo di lettori professionali.

E chi decide, mi chiederete ora?
C’è un albo?
Ci sono dei corsi professionali?
Cosa impedisce a uno laureato in materie scientifiche, rude meccanico che probabilmente sfoglia le pagine con le noicche dei pollici, di fregiarsi del titolo di lettore professionista in barba ad un raffinato intellettuale che ha studiato lettere e discusso una tesi sull’argomento?
Chi si permette di equiparare un blogger ad un recensore che dopotutto viene stipendiato da un giornale, una rivista, un portale web*?
Chi determina, in poche parole, la qualità?

Beh, voi non ci crederete, ma a decidere sono gli editori – di solito attraverso agenzie di valutazione esterne.
Esistono servizi nei quali voi presentate le vostre credenziali – di insegnati, critici, blogger – e poi venite valutati sulla base di ciò che avete messo online.
E se è vero che la frequenza dei post e il numero dei lettori incide, la qualità dei contenuti è comunque un fattore nella valutazione.

E nel momento in cui vengo riconosciuto come lettore professionista, cosa succede, mi pagano?
Sì.
Orrore e raccapriccio, vengo pagato per fare ciò che mi piace.
Per ciò che è, indiscutibilmente, una mia passione.
Gli editori mi mandano i libri perché io li recensisca.
O addirittura, perché io segnali le brutture, i refusi, le imprecisioni.
Ed io vengo pagato.
Pagato in merce.
Pagato in buoni.
Pagato in valuta elettronica.
Pagato in quattrini.
Pagato in reputazione.
Dipende dai servizi, dagli accordi, dal tipo di rapporto con gli editori e le agenzie.

Professional reader.
Ed ora, tutti in coro – ma in questo paese non potrebbe mai funzionare.
O preferite quella su come una simile scelta metta in dubbio l’integrità del recensore?

—————————————–

* Beh, magari dal portale web no.
Il portale web potrebbe dargli solo visibilità.
ed una grande opportunità, naturalmente.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

22 thoughts on “Lettori freelance

  1. ma che barbone a chiedere soldi per fare una cosa che ti diverte!

  2. Mi sta già venendo la bavetta al pensiero. Il problema secondo me è anche avere una certa dose di (auto)critica per decidere “sì, potrei essere considerato un professional reader” prima di sottoporsi al giudizio delle agenzie esterne.

  3. Essere pagati per leggere? Hahaha! Magari c’è pure gente che pretende di essere pagata per scrivere…

    Scherzi a parte, voglio fare il professional reader. Ora. Subito. 😀

  4. @Cristiano
    Complimenti – hai vinto una ciotola per elemosina in legno di pero scolpita da monaci zen.
    essendo una ciotola zen, esiste naturalmente solo nella tua mente.

  5. Davide, hai dimenticato la migliore: “Ma nessuno ha chiesto a costoro di leggere! Quindi non devono essere pagati.”

    😉

  6. Il lettore professionista esiste anche in italia.
    Ne conosco qualcuno personalmente e nessuno viene dall’accademia. Sono pagati poco (ma credo che nemmeno all’estero ci campino) e fanno un lavoro che non è poi così piacevole come sembra.
    Non sempre (quasi mai) possono scegliere i libri che leggono, devono fornirne schede dettagliate, hanno tempi di consegna piuttosto vincolanti.

    Ma di sicuro esistono modi peggiori per arrtotondare lo stipendio.

  7. Quoto Iguanajo. Prova a mandare un CV alle agenzie di editing. Sono pochi ma esistono e credo ci sia un certo ricambio perché alla lunga fare le cose coi tempi della professione ti toglie un po’ il piacere.

  8. Ho fatto il lettore professionista (alias recensore) per parecchi anni, e conosco tempi e modi.
    Ho lavorato anche in un call center e frequentato miniere – vi garantisco che leggere con tempi stretti è infinitamente meglio.
    Se poi ci si apre al mercato anglosassone (ehi, conosciamo una lingua, approfittiamone), la varietà e scelta è infinitamente maggiore.
    Gli introiti restano minimali.
    Ma c’è un certo rispetto, che non fa male.

  9. In Italia non funziona: sto scoprendo che è una cosa vera (non lo credevo, giuro).
    Non funziona perché i primi a cui la cosa dovrebbe interessare se ne chiamano fuori, per una molteplicità di ragioni che vanno dalla paura, allo scazzo, al gattopardismo (cambiare tutto – apparentemente – per non cambiare nulla).
    Ok, perderò altri amici con questo commento, ma ci sta.

  10. Ti dirò, Alex… a forza di andare a sbattere contro un muro fatto di inerzia istituzionale, anche i più agguerriti si scazzano, e posso anche capirli.
    Io ormai mi faccio dieci minuti al giorno di nera disperazione, per metabolizzare tutte le opportunità perdute, le idee nate morte e l’indifferenza criminale incassata da interlocutori diversi.
    Poi mi ripiglio, prendo un bel respiro, e riparto.
    Sulla quantità, qualcosa passa.
    Pochissimo, ma è una prima breccia nella diga.

  11. @ mcnab75: scusa, ma ho appena scritto che anche qui funziona, si fa, esiste.
    Faccio fatica a capire il tuo atteggiamento: perché negare l’evidenza? Che senso ha?

  12. Indubbiamente ci saranno difficoltá, sicuramente imporranno tempi strettissimi di lavoro, peró come è stato detto esistono modi peggiori per guadagnarsi da vivere. Inoltre lo vedo come una maniera concreta per poter cominciare ad abbattere alcune barriere, anche psicologiche.
    Giá m’ immagino la faccia dei soliti soloni: che scandalo, guadagnare con la cultura…oltretutto facendo una cosa che piace!

  13. Questa è una bella cosa. Rimane solo un dubbio, che vale anche per le case di rating tipo Moody’s, Fitch o S&P. In caso di giudizio negativo, che succede? Va dempre bene? sempre bravo il professional reader?

  14. @daniele
    Se mi paghi per avere una mia opinione, valuti (= dai valore a) quella mia opinione, e quindi la accetti per quel che è.
    Per pagarmi in cambio di una opinione sempre e comunque positiva, se intendi ignorare ogni voce discordante, tanto vale che risparmi i tuoi soldi, no?

  15. @Iguana
    Funziona, si fa ed esiste in ambiti piuttosto ristretti.
    Io da queste parti ho visto pagare i blogger per postare opinioni sempre entusiastiche, come accennava Daniele (ci sono editori che ti mandano addirittura il testo da pubblicare, così non devi sforzarti), ma l’idea di una casa editrice che si rivolga alla blogsfera nazionale per avere un servizio serio e qualificato rimane abbastanza dubbia.
    Anche perché, ammettiamolo, trovare i blogger seri e qualificati comporta un lavoro – ed il lavoro si paga.
    Il mio editore dovrebbe quindi pagare un cacciatore di teste, e poi trovare un modo per retribuire anche i blogger. Magari in maniera trasparente (del tipo far postare – “ho letto questo libro perché me l’hanno regalato”, “… perché l’editore me lo ha chiesto espressamente”).

    Quindi sì, esiste una categoria di lettori impiegati internamente alla struttura (vedi Andrea che suggeriva di contattare le case editrici), ma una cosa aperta e pubblica è ancora di là da venire.
    Forse perché qui parliamo di realtà troppo piccole (è più facile, quando usi l’inglese ed hai un bacino di tre miliardi di potenziali utenti).
    Forse perché c’è ormai una certa rassegnazione (che è poi quello di cui parlava Mcnab).

    Non credo ci sia malanimo da nessuna parte.
    Semplicemente, abbiamo visto il mare trasformarsi prima in un lago e poi in una palude, e quelli di noi che hanno deciso di optare per gambe e polmoni al posto di pinne e branchie continuano a venir considerati degli eccentrici 😉

  16. Sinceramente non ho capito la tua risposta, ho amiche che lavorano nell’editoria e i lettori sono ricercati, anche e soprattutto quelli che leggono in inglese, perché a loro vengono dati i libri i cui diritti sono stati proposti per la traduzione in italiano.
    Solo che le paghe sono misere e la tua scheda finisce insieme ad altre per un confronto; se ti proponi ad una case editrice secondo me ti prendono.

  17. Bè secondo me lo step del cacciatore di teste è superfluo: non sarebbe compito dei redattori cercare nella blogosfera recensori/correttori di bozze/valutatori? Tra l’altro magari in questo modo si ridurrebbero i tempi biblici di valutazione dei manoscritti

  18. @Iguanajo: non ce l’avevo con te, chiaramente 🙂 Scusa se hai frainteso.
    Mi riferivo a tutta una serie di post pubblicati nelle ultime settimane, simili a questo, in cui mi è stato rinfacciato più volte che No, in Italia non si può .
    E la giustificazione a tale teoria di solito era Perché sì. E in effetti il loro atteggiamento la diceva lunga.
    Tutto qui.

  19. @ Davide: non credo che le case editrici abbiano bisogno di cercare in giro, sommerse da CV come sono, Testare quelli più promettenti non credo costi poi molto.

    Sul fatto di gestire la lettura professionale in “maniera aperta e pubblica” come mi pare auspichi tu, beh… dovessi mai fare l’editore credo che un minimo di riservatezza la desidererei. Dopotutto la lettura professionale dovrebbe aiutarmi a decidere cosa pubblicare e perché, decisione che per sua natura è univoca e soggettiva. Non credo riuscirei a sopportare il dibattito successivo a una discussione pubblica delle scelte stesse.

    @ mcnab75: Don’t worry, non ho mai pensato ce l’avessi con me. È proprio l’approccio negativo a priori (speculare a quello che imputi al mondo la fuori) che faccio fatica a comprendere.
    Una sana indifferenza rispetto a ciò che non ci piace e che non riusciamo a cambiare credo sia sempre la risposta migliore.

  20. Eh, no, aspetta, Iguana.
    Perché quello di cui parlo io, non è solo solo setacciare la slushpile dell’editore, o valutare testi traducibili (fatto una volta sola, cassato il libro che proponevo perché “troppo lungo”).
    Qui parliamo di persone che possano dare una recensione preventiva, o valutare, da rappresentanti del mercato, quanto il mercato potrebbe gradire un certo titolo.
    Quindi in questi casi la confidenzialità è relativa – chessò, alcuni editori mi passano il volume come Advanced Reader Copy, e mi chiedono di non divulgare la mia opinione prima della data di pubblicazione, ma loro la mia opinione la vogliono prima della pubblicazione.

    È una situazione curiosa, a metà strada fra il lavoro di recensore e il servizio editoriale.
    È divertente, ed è relativamente trasparente.

  21. Non credo che l’integrità del recensore sia a rischio, se viene pagato per dare la propria onesta opinione è bene per l’editore che la dia, anche se negativa.

  22. Pingback: Farlo per soldi, farlo per amore « strategie evolutive

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