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Ritorno alla musica

8 commenti

Acquistai il mio flauto traverso nel 1990.
Ero vecchio, per cominciare con uno strumento – per lo meno secondo l’opinione diffusa – ed avevo alle spalle una pessima esperienza musicale grazie ad un paio di insegnanti di musica semplicemnete incapaci incontrate alle scuole medie.
Non sapevo leggere la musica – se non a livello molto canino, da analfabeta.
L’unico strumento accessibile era la chitarra – il sistema era semplice: si entrava nei boy scout, eloro ti insegnavano a suonare la chitarra.
A me non piacevano i boy scout.

Il flauto aveva diverse attrattive.
Era portatile, molto più portatile di una chitarra.
Era esteticamente soddisfacente – il flauto di Boehm aveva tasti, meccaniche, un corpo di metallo argentato. È estremamente steampunk, come strumento, molto ottocento-hi-tech.
Era flessibile – ci si poteva suonare qualsiasi cosa, come sapevo avendo ascoltato per anni Nancy Hodder (rinascimentale), James Galway (classico), Herbie Mann (jazz) e Ian Anderson (rock).
E c’era un flauto usato, nella vetrina di un negozio di musica vicino a casa.
Una ragazza, mi spiegò il commesso del negozio, l’aveva comperato, e dopo una settimana l’aveva reso in cambio di una tastiera elettronica.
Lo portai a casa in cambio di sei mesi di risparmi, per quello che era, comunque, un prezzo stracciato.

Ho suonato il flauto, da autodidatta, per una buona parte degli anni ’90.
Ho rischiato di fare il provino per entrare nella banda dell’Aeronatica, da militare – poi il buon senso ha prevalso.
Ho suonato in coppia con una piacevole giovane donna (che dovrebbe avere ancora i miei spartiti per flauto e violino di Joseph Bodin de Boismortier).
Sono stato membro della British Flute Society.
Ho suonato ipoteticamente in ipotetiche band che si sono sciolte il giorno prima di cominciare le prove.
Non sono mai stato granché.

Ora sono vecchio davvero, e sommariamente sfaccendato.
Posso tornare a dedicare un’ora al giorno al flauto.

Ricominciando dalle basi.
Sì, ok, è come andare in bicicletta – ma sono passati quasi quindici anni.
Si riparte dalle basi.

Io continuo a giurare e spergiurare su How to Play the Flute, esile volumetto di Howard Harrison, che ha tutto il necessario per imparare (o ripassare) diteggiature, scale, trucchi.
Per i momenti di sconforto, per non lasciarsi andare, il piccolo, tascabile e terribile Flute Technique, pubblicato da Oxford nel ’91 e che in settanta pagine rappresenta da vent’anni la mia inadeguatezza musicale.
Questo minuscolo volumino, col suo tono vittoriano e deadpan, come direbbero gli inglesi, non lascia spazio a scuse e giustificazioni…

Una supposizione erronea è che una intrinseca inadeguatezza del flauto produca note basse piatte ed acute invece nell’ottava superiore, ma quando questo accade è invariabilmente colpa del flautista.

Settanta pagine e c’è tutto – la storia dello strumento, la tecnica, le tabelle con le diteggiature, le tecniche d’avanguardia, il repertorio.
Le pagine sono spesse come cartoncino Bristol. Se portato nella tasca interna della giacca, Flute Technique potrebbe fermare una pallottola diretta al nostro cuore.

Per fare pratica, ho un sacco di spartiti, infilati da qualche parte – da arrangiamenti jazz dei Beatles a standard jazz, all’immancabile collezione di spartiti dei Jethro Tull.

Poi c’è How to Love Your Flute, di Mark Shepard, che è una specie di manuale culturale del flauto – non tratta tanto la tecnica quanto la tecnologia, la manutenzione, lapreparazione e la vita dello strumento.
Splendido.

Immancabile e immarcescibile – Flute for Dummies, recuperato di recente (i miei libri di musica, come i miei libri di zen, sono normalmente di seconda mano) ed in parte responsabile di questo revival; un manuale che è maledettamente serio e massiccio, il genere di libro che pretende dallo studente dedizione assoluta.
Molto buono, come sono di solito i For Dummies.

Ci mettiamo assieme i due manuali di tecnica musicale di Dave Stewart, ed abbiamo qualcosa di fare nelle lunghe serate invernali, quando mi prenderò una pausa dallo scrivere e dal cercare un lavoro.

E c’è un’altra cosa che mi piacerebbe fare.
Mi piacerebbe fare un giro per mercati dell’usato e rigattieri, cercare qualche vecchia carcassa di flauto traverso, e provare a sistemarlo.
Tutti gli strumenti con meccaniche derivate dalla meccanica di Boehm (ho qui il testo da qualche parte col quale presentò al mondo il proprio rivoluzionario sistema, con tutti i dettagli – benemerita Dover Books!) hanno più o meno la stessa struttura di principio – per cui imparare a riparare flauti vorrebbe dire riparare anche clarini, saxofoni..
Ho una piccola selezione di arnesi, ed un minimo di esperienza – l’aver fatto il modellista aiuta, con certi piccoli elementi delle meccaniche.
Sarebbe un hobby interessante, e potrebbe diventare una interessante attività collaterale.
Chissà.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “Ritorno alla musica

  1. “collega” flautista: tanto di cappello!

  2. Vero, il flauto ha la stessa diteggiatura del sax, in sibemolle il sax tenore e il soprano, in mibemolle il contralto e il basso. È in mibemolle anche il clarinetto, anche se il suo meccanismo böhm è un po’ diverso, tanto che non è così agevole passare dal flauto al clarinetto. Comunque, tutti i miei auguri!

  3. eh, giusto un mese fa, anch’io ho deciso di rispolverare la fisarmonica.. che i tempi di crisi portino all’arte? 😉
    aspettiamo di sentire qualche registrazione…

  4. Quando avevo otto anni, mia nonna decise che era tempo di cominciare con il pianoforte.
    Lei l’aveva studiato per anni in collegio – senza mai trovarci particolare gusto. Cantava molto bene e aveva un ottimo orecchio, ma scale, solfeggio ed esercizi la annoiavano a morte. Aveva l’abitudine di chiudersi nello studiolo di musica e fingere di fare martelletto mentre leggeva romanzi di nascosto…
    Persino il suo pianoforte era andato perduto durante la guerra, e ne restavano soltanto lo sgabello girevole e il copritastiera dipinto e ricamato da sua sorella…
    Per cui non so di preciso che intenzioni avesse, ma pianoforte fu, e per sei anni mi arrabattai tra lezioni, solfeggi ed esercizi…
    Chiariamo: volevo tanto saper suonare, solo che la minuziosa pratica quotidiana necessaria per imparare mi annoiava a morte… Mi chiudevo in studio e fingevo di solfeggiare a mente mentre – indovina un po’? – leggevo di nascosto.
    Cambiai tre insegnanti, arrivai a esercitarmi un’ora al giorno, e ci volle il Ginnasio perché la nonna si arrendesse all’idea che ero proprio negata.
    E adesso il mio pianoforte (con il copritastiera dipinto dalla prozia) se ne sta malinconicamente in una stanza chiusa, esiliato là da quando si è resa neccessaria un’altra mezza parete di libreria. E se devo dire la verità, rimpiango di non avere imparato a suonare, ma…
    Tutto ciò per dire che hai tutta la mia invidia. Buona ripresa del flauto.

  5. Jethro Tull.

    Se già ti apprezzavo come persona, questo ti eleva a uno stato superiore.

  6. @laCalrina
    Anch’io di solito mi metto a leggere o a scrivere invece di fare le scale.
    L’unica cosa che mi stimolava a fare le scale era lo spocchiosissimo figlioletto dei vicini, a Torino, che tormentava un povero violino traendone suoni luguberrimi.
    Quando non ne potevo più (c’era a malapena un mattone che ci separava), mettevo mano al piffero e mi sparavo le stesse scale su cui lui si trascinava, alla massima velocità possibile.
    L’idea era di far stare l’intera scala in non più di due delle sue note.
    Tre così, e lui smetteva.

    Io non so se so ancora suonare il flauto.
    Il problema, col flauto, è che è piuttosto facile cavarne un paio di note decenti anche subito.
    Questo però non significa che tutte e tre le ottave escano belle pulite e chiare anche dopo molti mesi.
    Però, sì, ci son modi peggiori di buttare un’ora al giorno.

  7. Ho la figlia che per evitare confronti parentali (piano io, chitarra mia sorella) ha optato per il flauto traverso. Non ho ancora capito se lo ami o se stia – come tutto, vista l’età – diventando un peso. Suona, bene, ma non ci mette anima. Forse perché suona esimie schifezze da programma base di conservatorio con un’insegnante neo diplomata ma zero empatica. Io spero solo non smetta, ci trovi quello che ho trovato io nel pianoforte e che continui anche da grande, perché mezz’ora al giorno in cui sognare di essere davanti a un pubblico e raccontargli la tua versione di un pezzo è bello

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