strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

(S)Vendersi?

6 commenti

Di solito scherzo sul fatto che sono l’unico geologo sulla piazza ad aver seguito un corso di marketing.
Si tratta di una delle (tante) “cose inutili” – a detta dei miei colleghi – fatte durante i miei anni di università.
Eppure è stato utile.
Creare corsi post-laurea è una attività meravigliosa, ma poi bisogna venderli ai partecipanti – e lì il marketing serve.
Ed è perciò con un certo piacere – e non poca sorpresa – che scopro Marketing for Scientists, che non è solo un gruppo su Facebook dove c’è gente interessata a simili “cose inutili”, ma è anche un bel manuale, scritto da Marc J. Kuchner – che di quel gruppo è l’animatore principale – e pubblicato da Island Press.
E che sostiene ciò che io ho sempre sostenuto.

[nota – il libro di Marc Kuchner uscirà ufficialmente fra una settimana – questa recensione con uso di pork chop express, è basata su una Advance Reading Copy fornita dall’editore]

Mi è stato ripetuto spesso, come studente di dottorato, che scienza e marketing non hanno granché a che fare l’una con l’altro – esiste questa strana presunzione, che ricordo molto viva nei compagni di corso, che “fare scienza” non significhi “vendersi”*.

Ora, “vendersi” suona subito malissimo.
Porta con se un’idea di mercimonio, di svendita, di svilimento.
C’è questa strana idea – della quale qui abbiamo già parlato – che chi ci paga non si limiti a comprare il nostro tempo e ad affittare la nostra competenza, ma possegga anche la nostra onestà, le nostre opinioni, la nostra anima.
Io ho sempre letto questo modo di pensare come una implicita ammissione di debolezza – se mi pagassero per svolgere il mio lavoro mi sentirei obbligato a compiacere il committente compromettendo la mia integrità, quindi mi tengo alla larga dall’occasione e dalla tentazione.
Che è sciocco.

Ma il marketing – e così torniamo al libro di Kuchner – non è l’arte di svendersi.
Il marketing è casomai un insieme di strumenti che posso usare per definire al meglio le necessità del mio interlocutore ideale, e che posso utilizzare per assicurarmi che il mio lavoro arrivi il prima possibile ed iol meglio possibile a chi è maggiormente interessato, e ne soddisfi le necessità.
Che, quando parliamo di un articolo scientifico – che è poi il prodotto principale di noi scienziati – significa un articolo che soddisfa i parametri per la pubblicazione, che si focalizza su un problema reale e ben definito, sollevando le domande più opportune o fornendo le risposte più soddisfacenti e che, superato il referaggio, arriva direttamente nelle mani di chi lo potrà maggiormente apprezzare, anziché restare a lungo nel limbo della pubblicazione.

E significa anche trovare un posto in cui svolgere la nostra ricerca, il che implica presentarsi a un potenziale istituto nella maniera più opportuna, con le credenziali giuste in vista, e l’atteggiamento opportuno.
E significa trovare fondi per finanziare la nostra ricerca.

Questo significa lavorare a più livelli.
Significa conoscere il “mercato” – conoscere quali sono gli argomenti di punta, quali sono, fra quelli che ci interessano, i problemi che più immediatamente richiedono una soluzione.
Significa sviluppare delle strategie di comunicazione – dallo scrivere articoli che non siano solo corretti ma anche piacevoli alla lettura, presentando contenuti chiari e diretti.
Significa costruire una rete di contati – non per leccaculismo, ma per poter acquisire informazioni o suggerimenti.
Significa saper comunicare tanto con un pubblico specialistico che con un pubblico generalista.

E attenzione, prima che qualcuno si metta a piangere – tutto questo non vuol dire buttarsi a corpo morto sull’argomento più gettonato, anche se non ci interessa e non ci è mai interessato, solo perché è l’argomento sul quale circolano i migliori finanziamenti ed esiste il maggior numero di aperture.
Potrebbe invece voler dire individuare un argomento “di nicchia”, e per il quale proviamo una profonda passione, e riuscire a portarne in evidenza l’importanza e l’urgenza, in modo da ottenere uno spazio, un finanziamento, un incarico.

Kuchner presenta molto bene il proprio caso nel volume, e fornisce notevoli spunti per la discussione.
Il suo manuale servirebbe anche a coloro che sono dichiaratamente contrari all’idea che la scienza debba curare anche la presentazione e non solo i contenuti. Servirebbe loro, ad esempio, per andare oltre le semplici accuse di prostituzione, per sollevare obiezioni costruttive e creare un dialogo che, come si vorrebbe in ambito scientifico, porti avanti lo sviluppo della conoscenza**.

———————————————

* le altre due attività nelle quali nessuno dei miei compagni di corso si sarebbe mai impegnato, stando a ciò che dicevano, erano ovviamente l’insegnamento e la divulgazione, viste come altre forme di “prostituzione del sapere” (ricordo bene la collega che usò quell’espressione)

** Aggiungo che mi piacerebbe molto, a questo punto, mettere in piedi un corso post-laurea di marketing per dottorandi e ricercatori in ambito scientifico.
Non lo approverebbero mai, ma sarebbe divertente provarci.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “(S)Vendersi?

  1. La divulgazione scientifica sarebbe prostituzione del sapere? Della serie “la roccaforte della Scienza contro l’esercito delle masse ignoranti”! 😀
    anche tra gli “artisti” c’è questa convinzione che imparare a vendersi significhi prostituire la propria Arte…la A maiuscola è fondamentale. L’ho sempre trovata una convinzione del tutto imbecille, mentre il marketing mi affascina parecchio. Essere un buon venditore richiede abilità personali e interpersonali notevoli, che è interessante acquisire proprio a livello di crescita, anche personale oltre che professionale.
    Bel post. 🙂

  2. Boh, non so in geologia, ma sti colleghi dove pensano che crescano i grant di ricerca da milioni di dollari, sugli alberi?

  3. Il marketing è affascinante e – in certi casi – vagamente sinistro.
    Però è uno strumento, e come tale, non è né buono né cattivo, bisogna vedere come lo usi.

    L’idea dei grant da milioni di dollari, invece…
    La nostra università – parlo sulla base di osservazioni sul campo, ed è chiaramente una generalizzazione – sembra inculcare nei laureati l’idea che loro faranno il loro compitino secondo le regole (la tesi), e poi arriverà qualcuno che offrirà loro “un posto” (da ricercatore, da assistente…) senza che loro debbano fare nulla.
    Neanche spedire curricula.
    L’ho visto capitare tanto in facoltà scientifiche che in facoltà umanistiche.
    Credo sia un retaggio dell’epoca in cui le vacche erano grasse, ed in effetti era relativamente facile ottenere una nicchia nell’ateneo nel quale ci si era laureati – perciò i docenti promuovevano la passività per non essere assediati da decine di neolaureati ansiosi di ottenere un posto.
    “State lì buoni che vi chiamiamo noi,” insomma, come nelle sale d’attesa del veterinario.
    L’idea quindi era quella di esporsi, sì, ma coi propri docenti, e ignorare studiatamente il mondo esterno.
    Ma è solo una mia ipotesi.

    Certo l’idea della Scienza Pura – che è poi l’equivalente dell’Arte – ha fatto danni non da poco.

  4. ma marketing for scientists amazon me lo da uscito nel novembre 2011..o esce in una nuova edizione? comunque argomento attualissimo e molto scottante. Nel mondo umanistico se non sai “venderti”, ti svendi.

  5. Purtroppo imparare a vendersi è importante anche e soprattutto se lavori in un’azienda.

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