strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Contagio Psichico

15 commenti

Sono le 21.45 dell’8 novembre.
Fuori fa freddo, soffia un vento gelido e Urbino si prepara a festeggiare.
A differenza di gran parte delle altre cittadelle universitarie sparse per il paese, la festa a Urbino comincia la sera del giovedì, non al venerdì – la maggior parte degli studenti sono qui in collegio o in alloggi condivisi, e al venerdì, finite le lezioni, tornano a casa.
Il venerdì sera, Urbino è un mortorio.
La festa è al giovedì.
Ma io non faccio festa, sono barricato nella mia stanzetta in collegio dopo una cena abbastanza frugale, e sconto l’errore più grave della mia vita: l’aver lasciato a casa la radio.
Il silenzio sarebbe già insopportabile di suo, anche senza essere turbato dal mio vicino di stanza -un troglodita rumoroso e insopportabile; ho ascoltato le sue telefonate (una francamente imbarazzante), l’ho sentito cantare sotto la doccia.
Ora tremo in attesa del suo ritorno dalla cena.
La notte, in attesa di un sonno che stenta ad arrivare, si lascia presagire maledettamente lunga.

Mi tiene compagnia, grazie al cielo, La Paziente N. 9, del mio amico Alessandro DeFilippi (che oltretutto legge questo blog, e si becca una quasi-recensione a tradimento).
Il libro è appena uscito per Mondadori, un bel rilegto rigido antiproiettile con una copertina bella inquietante e con appena un accenno di zombie che non c’entra nulla ma immagino venda qualche copia in più.
Che poi, di buoni motivi per comperarlo e leggerlo, La Paziente N. 9, ce ne sono parecchi, anche senza tirare in ballo copertine vagamente ingannevoli.

Tanto per cominciare, questo romanzo ritorna al continuum (chiamarlo serie sarebbe inesatto) al quale appartengono i due romanzi di Alessandro DeFilippi che preferisco: Angeli e Le Tracce Perdute degli Dei.
Romanzi eccellenti, che mescolano storia, thriller e suggestioni weird che costituiscono un unicum nel panorama nazionale, e valgono di più di qualsivoglia farneticazione sul new italian epic o altre sciocchezze.
Sono la dimostrazione che una strada nostra all’insolito e al thriller è possibile senza scimiottare modelli esteri e senza inventarsi categorie farlocche.
Questo è un solido thriller storico.
Li fanno in tutto il mondo.
Anche se non sempre buoni come questo.

Siamo nel 1942, a Genova.
Al manicomio di Genova, per la precisione.
C’è qualcosa di molto strano, in corso.
I pazienti si comportano stranamente (il che non sarebbe neanche insolito), ed anche il personale pare preda della paranoia –  le abituali dispute, invidie, pettegolezzi, come distorti e amplificati.
E questo strano lo sarebbe eccome, se DeFilippi non riuscisse a convincerci, in maniera quantomai sottile, che l’ambiente stesso del manicomio logora e corrompe coloro che lo abitano, pazienti o medici o paramedici che siano.
Che sia davvero solo l’ambiente?
Che sia la guerra, distante, quasi invisibile, ma pesantissima?
O forse sono certe terapie, con i loro effetti devastanti?
O c’è dell’altro?
E cosa?
In questa colonia di personaggi non proprio piacevoli, in coincidenza con l’arrivo della nuova apparecchiatura per l’elettroshock, si verifica un omicidio.
Il colonnello Anglesio, carabiniere e uomo stanco, indaga.
Ma qui c’è qualcosa di puu’ di un omicidio in ballo.
C’è un disertore delle SS ricercato dall’OVRA, ci sono alcuni vecchi misteri, c’è l’ossessione di Himmler per il sovrannaturale, ci sono le tracce di un contagio psichico.
E sullo sfondo – ma neanche tanto, i bombardamenti degli inglesi, e una fetta dis ocietà che pare ben decisa a vivere i propri ultimi giorni nell’incoscienza.

Sono a metà corsa, attorno a pagina 170.
Il resto mi terrà compagnia per il resto della notte.
Ma in fondo recensire i libri degli amici significa anche prendersi la libertà di consigliarne la lettura, senza riserve, anche se si è ancora a metà corsa.
È una storia complicata e crudele, popolata di personaggi ruvidi, anche più che vagamente spiacevoli (inclusa la donna più odiosa che io abbia mai incontrato in un romanzo), ambientata in un luogo oscuro in un momento oscuro della nostra storia.
È altamente soddisfacente, ben scritta, e stimola la riflessione oltre a divertire.

E c’è qualcosa di sottilmente ironico nel leggere questa storia di un ambiente accademico chiuso ed esacerbato, mentre ci si appresta ad affrontare un dipartimento universitario che… bah, lasciamo perdere.
Il mio vicino di stanza è tornato.
Sta telefonando alla fidanzata.
Povera donna.
È ora di vedere come va a finire questa storia.

Addendum
24 ore dopo – va a finire in maniera crudele ma giusta, annodando alcuni fili che arrivano da molto lontano, con una vena di amarezza che tuttavia è esattamente ciò che ci voleva.
È stato bello, ed è durato troppo poco.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Contagio Psichico

  1. Ottimo suggerimento. Mi pare di averlo già visto in Feltrinelli, qua a Milano. Potrebbe essere una bella lettura in cartaceo, una volta tanto. Il genere è di quelli che apprezzo.

  2. Grazie per la segnalazione. Di questi tempi debbo affidarmi agli amici per sapere dei libri in uscita… Ma da un certo punto di vista è meglio così.

  3. L’amiketto ringrazia molto di questa bella sorpresa, ed è molto contento che il libro ti sia piaciuto.

  4. @Alessandro
    … sì, però sta cosa degli amiketti o la regolamentiamo in qualche modo, o diventa davvero imbarazzante 😉

  5. Lo comprerò per.farmi un bel regalo per Natale.

  6. La recensione è interessante ma il tag ravanamenti notturni mi inquieta non poco.

    • 😀
      Non sono ravanamenti miei, ma del mio turpe vicino di stanza.
      E sì, leggere una storia ambientata in un manicomio con nella stanza accanto uno che bercia a squarciagola in un telefono cellulare, ha un che di surreale.

  7. Quadretto inquietante, viene in mente il vecchio Walpole. Il deserto urbinate si presterebbe davvero a emozioni horror o almeno a brividi da quinta dimensione. Pensa se avessi scoperto al mattino che il tuo vicino non esisteva…

  8. Wow vedo che l’astio per il New Italian Epic è equamente distribuito sia nei fissati per i manuali di scrittura e il POV che qui! 😀

    • Non confondiamo la seta con gli stracci, per cortesia.

      Creare una nuova categoria merceologica per vendere un prodotto la cui categoria originale è squalificata si chiama rebranding ed è un normale giochino nell’ambito del marketing.
      Non ho nulla contro il marketing e i giochini, ma mi piace quando vengono fatti con classe.
      Il New Italian Epic è stato imbastito con la sottigliezza e l’eleganza di un mattone attraverso una vetrina.

  9. Rimanendo sull’analogia merceologica secondo me più che rebranding il grosso difetto è che hanno voluto mettere insieme più brand che poco ci azzeccavano l’un con l’altro.

    Però la tua risposta un po’ piccata non fa che confermare la mia valutazione: perchè tanto astio? Per la disperata volontà da parte dei promotori del NIE (e delle loro opere) di essere accettati a livello accademico? Per una certa aggressività degli stessi a livello di discussioni on-line?

    Al di là dell’operazione di marketing (che secondo me non ha avuto molto successo, in libreria non vedo fascette con scritto “new italian epic”) dici che nel merito non si può salvare nulla? Penso ad esempio nel rifiuto della freddezza ironica tipica del postmoderno.

  10. Se ritieni la mia risposta piccata per via della seta e degli stracci, quello dipende dal fatto che – come sai bene – non amo essere accomunato a coloro che chiami “i fissati dei manuali di scrittura”.

    Se invece è per la questione del mattone nella vetrina…
    I cinesi dicevano che Lao Tsu non sapeva di essere taoista.
    Allo stesso modo, Robert Howard non sapeva di scrivere sword & sorcery, e Tolkien non sapeva di scrivere high fantasy.
    Molti autori italiani di genere in questo preciso momento, non sanno di scrivere “narrativa fantastica post-calviniana” – che è una categoria che esiste solo in Giappone, e vende abbastanza bene e credo che presto sarà accettata a livello accademico. E che include anche AlessandroDeFilippi (così torniamo on topic).
    Le etichette servono se le persone le usano.
    Nel momento in cui non c’è lo scaffale New Italian Epic da Fnac o alla Feltrinelli, tutta l’energia spesa per promuovere l’etichetta è stata sprecata.

    • Non era mia intenzione accomunarti a chi sappiamo, avevo solo notato come, almeno da questo unico e piccolissimo punto di vista, la pensavate uguale. Ma immagino che non si possa essere in disaccordo su tutto, no?

      Sull’uso come etichetta comunque sono d’accordo (e la finiamo qui visto che sono off topic), ero più interessato a discutere dei contenuti dell’etichetta. Ma ci saranno altri tempi e luoghi.

      Fine provocazione (spero non te la sia presa)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.