strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Come un esempio…*

12 commenti

C’è una frase che fa più o meno così…

alcuni di noi fanno qualcosa della propria vita
altri, la vita li usa come esempio

Che non è proprio una cosa gentile.
Ma il fatto è che io in questi giorni, ragionando sui miei tre anni di lavoro di ricerca, sto giungendo alla conclusione che, in Italia, nel 2012, il mio progetto di ricerca, sulla generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, e nello specifico mediante generatori idroelettrici, abbia più un valore didattico e culturale che non pratico e applicativo.

Il che mi caccerà certamente nei guai quando verrà il momento di discutere la mia tesi, ma c’è poco da fare.
La storia ha fatto del micro-hydro, ora, nel nostro paese, un esempio.
E per una volta, potrebbe non essere male**.

È opinione generale – supportata da dati e proiezioni della commissione energia della comunità europea – che in Europa occidentale il potenziale energetico dell’acqua sia ormai stato sfruttato completamente***.
Questo è particolarmente vero in Italia.
Il 95% circa dell’energia potenziale dei nostri corsi d’acqua viene convertita in energia elettrica mentre parliamo, e il restante 5% (trattabile, forse è solo il 3%) non è considerato sfruttabile in maniera economicamente vantaggiosa****.
Insomma, il motivo per cui non c’è un generatore sul piccolo torrentello dietro casa vostra è che è più comodo, più rapido e più economico allacciarsi alla rete per il fabisogno quotidiano e inoltre, il piccolo extra di energia che ricaveremmo da quel vostro torrentello non inciderebbe significativamente sul totale dell’energia prodotta nel paese.

Questa prima posizione è discutibile – esistono casi particolari in cui quel pugno di kilowatt interstiziali può fare la differenza – ma essendo ormai la posizione generalmente accettata a livello istituzionale, c’è poco da fare: non esistono soldi per sviluppare il vostro impianto micro-hydro, anche là dove servirebbe, perché è risaputo che non servirebbe.
C’è però un’altra opzione.
Un impianto micro-hydro, sostanzialmente inutile ai fini strettamente energetici, potrebbe avere tre importanti funzioni culturali.

Crea delle professionalità – la progettazione, lo sviluppo, la conduzione ordinaria e la manutenzione di un impianto di microgenerazione è un’eccellente palestra nella quale dei tecnici possono acquisire una serie di competenze che saranno poi spendibili in ambito professionale su progetti differenti.
sarebbe ideale o per un percorso di perfezionamento (all’uscita da un corso per periti meccanici, ad esempio, o elettronici), o come progetto/laboratorio di riqualificazione professionale per quei miei coetanei (i ranghi dei quali andrò a rimpolpare a giorni) che non hanno più una collocazione nel vibrante tessuto produttivo del paese.

Sensibilizza il pubblico – dati alla mano, il 70% del pubblico, della cittadinanza, è estremamente interessato ad argomenti come il risparmio energetico e la riduzione dell’impatto ambientale, ma non ha informazioni di prima mano affidabili. A questo 70% si aggiunge un 25% di utenti finali di sistemi energetici a basso impatto (i cittadini che hanno installato pannelli solari, ad esempio) che sarebbero estremamente sensibili all’argomento se questo venisse trattato. La presenza di un progetto di generazione da fonti rinnovabili all’interno di una comunità è quindi altamente divulgativo – dimostra che si può fare, dimostra come si può fare, evidenzia il basso impatto e la flessibilità dello strumento.
Anche se si limita solo ad accendere le luci di una bocciofila.

Può costituire il nucleo di strutture più ampie – il principoio rimane sempre quello di poca energia, ricavata da un potenziale interstiziale (che quindi esiste, e non viene sfruttato – e lo sfruttamento del quale non interferirebbe con i processi maggiori), ed applicata puntualmente dove serve. la disponibilità di energia a basso costo in luoghi dove normalmente l’energia non ci sarebbe, o costerebbe molto di più, è la condizione necessaria per avviare lo sviluppo di strutture a corollario del generatore.
In altre parole, la possibilità di avere energia dove l’energia non c’è, stimola la fantasia e la creatività, permette di realizzare qualcosa di nuovo e di utile.

Il potenziale (…) didattico della microgenerazione potrebbe essere la chiave per applicarlo sul territorio del nostro paese.
Non per accendere lampadine, ma per accendere opzioni.
Sarebbe uno strumento utile sul quale investire fondi – peraltro modesti.

L’impatto sociale dei progetti di microgenerazione è noto ed è documentato in tutti i casi di applicazione ai paesi in via di sviluppo – e costituisce uno dei fattori-chiave alla base del successo di questo tipo di tecnologia.
Il fatto che il nostro paese e il nostro continente siano considerati “sviluppati” non significa che la rilevanza sociale di questo tipo di progetti debba essere trascurata, o subordinata alla ricaduta strettamente economica dello sfruttamento dei potenziali energetici interstiziali.
Insomma, il sistema potrebbe rendere senza contribuire ad alimentare più playstation.

Ma credete che mi daranno retta?

—————————————————————————-

* sì, questo è – anche – un post a tema ambientale, quindi ci mettiamo la signora in verde come nostra abitudine.
Solo che la mettiamo qui sotto.

** E io ne approfitto per scrivere qui la bozza sia di un articolo che spero di pubblicare con l’anno nuovo, che di un pezzo della mia tesi, e per esprimere ciò che (per motivi lunghi a spiegarsi) non ho avuto tempo di discutere la settimana passata davanti ai miei colleghi.

*** È diversa la faccenda nell’Europa sudorientale, dove il 60% del potenziale rimane inutilizzato, e la morfologia del territorio rende particolarmente vantaggiosi i piccoli impianti.
Che io debba emigrare in Grecia o in Turchia?

**** Altrove troverete numeri diversi – alcune proiezioni parlano di un 15-20% di potenziale non sfruttato nel nostro paese.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “Come un esempio…*

  1. Molto interessante. In termini di costi ed energia prodotta il micro-hydro può essere competitivo con il solare? E’ una tecnologia che può essere applicata anche al singolo nucleo famigliare o funziona meglio su scala leggermente più ampia (penso a piccoli paesi o piccole attività produttive)?

  2. I costi sono paragonabili a quelli del solare, o inferiori – molto dipende dalla distanza fra l’utenza e il corso d’acqua, e le eventuali difficoltà tecniche (piazzare l’impianto in qualche luogo sperduto anziché vicino a un’autostrada).
    Le tabelle standard parlano di un costo, sul territorio europeo, che oscilla tra i 1000 e gli 8000 euro a kilowatt prodotto – con una vita media dell’impianto superiore ai 50 anni (oltre il doppio di un impianto solare).
    La principale differenza rispetto al solare è che il microhydro ha una tecnologia molto più primitiva, e quindi ha una vita lunga, un costo di mantenimento e un costo di smaltimento a fine vita quasi nulli, a cui si somma un impatto ambientale spesso inferiore a quello dei pannelli.

    Sul tipo di utenza – il generatore-tipo viaggia sui 3-5 kilowatt, e quindi copre quasi esattamente il fabisogno di una abitazione unifamiliare. Ma se si trattasse di un rifugio montano o di una stazione di rilevamento ambientale, sarebbe lo stesso.
    Ma un aspetto interessante è dato dalla possibilità di sovradimensionare l’impianto rispetto allo standard, accoppiarlo ad altri sistemi di generazione (una cogenerazione hydro/solare ad esempio) ed usarlo per alimentare le strutture pubbliche di un piccolo comune.

  3. La micro/mini generazione è da sempre osteggiata in quanto sposta il “bastone del comando” dal potere centralizzato all ‘utilizzatore. La possibilità di essere autosufficienti dal punto di visto energetico è una cosa che infastidisce molto chi vive su rendite di posizione e/o monopoli.
    Una diffusione massiccia comporterebbe anche la necessità di ripensare la rete distributiva attuale (ovvero spendere dei soldi, ovvove!) opzione che non mi sembra interessare molto i nostri governanti.
    Speriamo bene.

  4. La cosa paradossale è che, con la riforma dei contatori, l’Italia è stata la prima nazione europea ad avere una rete elettrica perfettamente predisposta per la smart-grid.
    Se volessimo, potremmo cominciare domattina a produrre la nostra energia domestica e condividerla sulla rete.
    Ma è proprio l’aspetto legale/fiscale, il più complicato da risolvere.

  5. Non può essere considerata utile anche per rinforzare la rete? Se l’utilizzatore è meno soggetto ai difetti e agli imprevisti della distribuzione (o del trasporto) il sistema dovrebbe essere complessivamente più solido. Che so, in caso di cali di tensione o blackout.

  6. Sarebbe molto bello, ma perfino Tesla è morto povero.

  7. IO direi che anche alla bocciofila potrebbe servire un generatore “interstiziale”. Le applicazioni di calcolo portano via un piccolo quantitativo di energia che potrebbe essere prodotto a costo zero.

    Un piccolo server per fare comunicare gli amici bocciofili, un piccolo music server, un servizio informatico qualunque a costo praticamente zero potrebbe non essere una cattiva idea.

    Sappiamo che la elettronica e’ praticamente eterna, eppure non realizziamo apparecchiature destinate a durare per sempre: con un generatore autonomo di qualche tipo il servizio potrebbe essere totalmente indipendente per parecchio tempo.

    Se poi il servizio cade per un motivo x : per esempio torrente secco in estate, non ha molta importanza sono servizi non essenziali, puri add on che vivono sono quando e’ possibile.

    Se a tutto questo aggiungi un minimo di AI ne viene anche fuori un buon racconto di fantascienza.

    Che te ne pare?

  8. Un unico appunto la rete italiana, ed europea, non è completamente preddisposta per la user-generation. Non è solo una questione di contatori che misurano la direzione dei flussi di energia, ma anche una questione di:
    1. protezioni che prima andavano dalla rete all’utilizzatore ed ora vanno pensate anche in funzione di un guasto inverso dall’utente alla rete;
    2. esiste sempre una questione relativa agli impianti di regolazione, che mantengono la tensione a 230V e a 50Hz, e agli impianti di ultima istanza che servono a fornire l’energia in caso di richieste di picco (pensiamo alle 8-8.30).
    Il lavoro di Terna ed in parte dell’Enel con le sue DK serve a preparare la rete appunto in funzione di micro-impianti.

    Altra cosa sono invece gli impianti pensati ad isola, come una casa completamente auto-sufficiente che non è connessa alla rete elettrica.

    Insomma bisogna pensare che la rete elettrica finora è stata concepita in una maniera e va adeguata con lavori, anche costosi, per un futuro di microgenerazione.

  9. Grazie per la puntualizzazione, Jakala – io sono stato sbrigativo.
    Ci fu un tempo in cui gli inglesi dicevano “però gli italiani come sono avanti per la smart grid”… ma forse quei tempi sono passati 😛

  10. vogliamo la stessa ricerca ma pensata per il micro eolico! in un clima temperato subtropicale con 700 mm di pioggia mediamente non possiamo far affidamento al micro idroelettrico in quanto o i fiumi sono a reggime torrentizio troppo variabile o i ruscelli sono realmente troppo piccoli (ok ci sono varie eccezioni a questo)
    dai davide ci speriamo! 😀

  11. Sempre riguardo agli ostacoli della microgenereazione, due anni fa se si voleva istantallare un impianto cogenerativo centralizzato di piccole dimensioni al posto della caldaia condominiale si veniva equiparati ad un’officina meccanica con tutta una serie di obblighi che facevano desistere qualsiasi amministratore condominiale da attuare un simile progetto.

    Adesso mi occupo di altre cose, ma immagino che a due anni di distanza il problema sia restato invariato.

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