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Sulle tracce di Annibale

8 commenti

Nei primi anni ’80 Bernard Levin, pilastro del Times ed uno dei più rispettati giornalisti britannici, leggendario intervistatore, commentatore politico al vetriolo e autore di una quindicina di volumi*, decise di assecondare un’antica passione, risalente ai tempi della scuola, ed intraprese un viaggio attraverso la Francia meridionale, muovendosi verso est.
Il piano – zaino in spalla e registratore a microcassette in tasca, attraversare le Alpi a piedi, sulle tracce di Annibale.
Per amore dell’avventura, per la curiosità di vedere come vivano i francesi nelle campagne, per scoprire le radici della fascinazione che da secoli accompagna la figura del condottiero cartaginese.
Accompagnato da sei coraggiosi membri di una troupe di ripresa che avrebbe filmato il documentario di quella traversata, l’ultracinquantenne Levin si mise sulla strada.

Il resoconto di quel viaggio, intitolato From the Camargue to the Alps – A Walk Across France in Hannibal’s Footsteps, uscì nel 1985, per i tipi di Jonathan Cape.
Ebbe un discreto succeso, e venne ristampato un paio di volte prima della fine del secolo.
La Summersdale lo ristampò in formato tascabile nel 2009 e nell’autunno scorso, complice uno sostanzioso sconto e l’amicizia di una persona che non ha mai fatto mistero della propria fascinazione per Annibale, me ne sono procurata una copia.
A parte sconti e amicizie, a parte la recente ossessione per il globetrotting, due erano i motivi del mio acquisto – la mia vecchia passione per i libri di viaggi, e il fatto che io, nei primi anni ’80, in Camargue ci andavo in vacanza con la mia famiglia**.
E l’itinerario che Levin aveva percorso a piedi, io lo avevo percorso molte volte in camper – andata e ritorno, Torino – Aigues Mortes.
Chissà se ci siamo mai incrociati, Levin ed io, mi son detto, sulle strade della Provenza?

E lì, a pagina 29, trovo la risposta.
Levin descrive un suonatore di strada, un hippie smobilitato, che si esibiva ad Aigues Mortes con un pappagallo sulla spalla.
E io ricordo quel tipo, e quel pappagallo.
E ricordo il giorno in cui il pappagallo abbandonò la spalla del musicista, e si infrattò su un albero che dominava la piazza, e il povero musicista itinerante dovette arrampicarsi sull’albero, e cercare il pappagallo, guidato dalle indicazioni delle persone che da sotto guardavano, e ridevano.
Uno di loro era mio padre.
E lì, su pagina 29, c’è proprio quella scena, descritta con cura e divertimento da Levin.
È una sensazione stranissima.

Che mi rende il libro – coi suoi stralci da Livio e da Giovenale, i suoi riferimenti shakespeariani, la sua natura eminentemente miscellanea – stanamente caro.
E così seguo Levin fra i canali e le paludi della Camargue, in incontri improbabili, su su verso le colline e poi i primi contrafforti delle Alpi, e oltre.
Sulla strada scopro che l’indovino di Annibale si chiamava Bogus (nomen omen) e che peraltro i nomi cartaginesi non brillavano per originalità, rivivo episodi della storia francese, incontro località dimenticate, osservo il panorama naturale.
Tutto col tono distaccato e un po’ snob di Levin, che guarda divertito i francesi – il popolo più antipatico d’Europa, o così parrebbe – ed i loro rituali inspiegabili,  e racconta le proprie disavventure, la propria incomprensione per il gioco delle bocce, il proprio astio verso certe speculazioni turistiche mascherate da iniziative culturali.

E poi la letteratura, le opinioni non richieste, a volte anche la supponenza un po’ irritante da gentiluomo britannico in vacanza.
Ha una voce distintiva, Levin – che è scomparso nel 2004, vittima dell’Alzheimer – che mi fa venir voglia di leggere altri suoi libri.
Il viaggio lungo il Reno, la passeggiata lungo Fifth Avenue…
C’è un che di vagamente retrò, nel tono di Levin, che rende questo libro una buona aggiunta alla mia collezione di resoconti di viaggio, sospesi fra la fine della minaccia napoleonica e l’era del jazz.

È divertente, è ben scritto, è antiquato.
E io c’ero.

———————————————————————-

* Nonché l’uomo che disse ad Arianna Huffington (quella dell’Huffington Post), che all’epoca aveva la metà dei suoi anni, che andare a letto con lui sarebbe stato per lei una forma di educazione umanistica.

** Da cui probabilmente la mia simpatia per la Provenza.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “Sulle tracce di Annibale

  1. Bello questo filo del destino che si riannoda dopo tanto tempo!

  2. Mi piace molto il particolare autobiografico.
    I francesi il popolo più antipatico d’ Europa?
    Può essere. Più che altro si tratta di un popolo che fa sempre il solito errore che compiono tutte le ex potenze , non riuscire a capire che i tempi sono cambiati.

  3. Camargue. L’ho attaversata di notte, in auto, mentre andavo verso le Spagna. Ai bordi della strada, milioni (?) di luccicanti occhi di lepre (?) fissi su di noi. Era l’agosto 2003 e nel cielo buio c’era la più bella Via Lattea che avrei mai visto nella vita (fino ad oggi).

    • È una regione splendida, anche se soffre ormai per la speculazione edilizia come tutta la Provenza.
      E sì, probabilmente erano lepri – che da quelle parti sono alquanto… apprezzate.

  4. Ogni tanto medito su questo libro… finora ho sempre ceduto ai timori che fosse troppo turistico, ma chissà. È che il mio sense of humour, quando si tratta di Annibale, è limitato. 🙂

    • Non dobbiamo trasformare i nostri interessi in articoli di fede – quando ti accorgi di non poter più ridere di ciò che ti piace, è ora di pensarci su.
      Ma il volume è buono – anche se a tratti Levin è un po’ troppo grumpy old man persino per i miei gusti.
      D’altra parte lo considero comunque un bel libro, e soprattutto un testo molto colto – che non è proprio abituale, coi libri di viaggio.

  5. Vale anche come guida, se volessi farla a piedi, o è “solo” un libro di viaggio?

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