strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Capitalisti di ventura

12 commenti

prosciutto_funghiSabato scorso, mentre mangiavo la più costosa e mediocre pizza napoletana degli ultimi due anni, ho avuto la possibilità di origliare due attempati gentiluomini che, sbranando una diavola e una prosciutto e funghi, discutevano di economia.
Non dei grandi sistemi, delle finanze delle nazioni, delle multinazionali, degli imperi finanziari, dei Rockefeller, dei Getty, degli Onassis.
No, di economia spicciola, dell’avviare un’attività, del mettere su un business per tirare a campare, magari salvando qualche spicciolo.

L’idea di fondo in sintesi, era questa…

Per avere successo nel commercio, per avviare una attività che renda, non bisogna correre nessun rischio.
Bisogna avere un grosso capitale alle spalle, e vedere l’attività commerciale come un investimento che deve pagare dividendi – perciò si investe sul sicuro, si spinge, si buttano fuori mercato i concorrenti con la forza del capitale alle spalle, e poi dopo due o tre anni, si vende l’attività e si incassano i quattrini.
Chi non ha i soldi, non deve avviare una attività.
Che vada a lavorare sotto padrone.

E a me come prima cosa – fatemi causa – è venuta in mente una vecchia canzone degli XTC

Just because we’re at the bottom of the ladder
We shouldn’t be sadder
Than others like us
Who have goals for the betterment of life

Ecco – quel “betterment of life” non è contemplato.
I poveri restano poveri, i ricchi arricchiscono, come cantava Leonard Cohen.

Passata la botta degli XTC, mi sono scoperto a odiare quei due omuncoli.
A vederli come l’incarnazione di tutto ciò che ha tenuto a freno, boicottato e mandato in malora tanta gente in gamba che ho conosciuto.
E questo paese.
Per generazioni.

venture-capital-imagePerché, ammettiamolo, quello dell’uomo (o della donna) con un capitale da investire sul progetto per ricavarne un utile, possibilmente superiore al 25%, è il classico modello del venture capitalist, quello che viene anche definito investitore di professione – una figura piuttosto diffusa nel panorama americano, a tutti i livelli.
Ma non esiste nulla di più lontano dal venture capitalism della dottrina propugnata dai due mangiatori di pizza al tavolo 7.
Perché i mangiatori di pizza al tavolo 7 aggiungono due condizioni, al loro modello.
. La prima condizione, è che non deve esistere rischio – il quattrino si punta sul risultato sicuro, onde ottenere un dividendo sicuro.
. La seconda è che il campo di gioco, per così dire, sia precluso a “chi non ha i soldi”, il cui destino è quello del salariato, visto come un vicolo cieco esistenziale (o per lo meno finanziario).
A questo si aggiunge la dinamica di non competere con la concorrenza sul campo del successo commerciale, ma della semplice massa critica finanziaria.
Non vendo di più dei miei concorrenti.
Non sviluppo un business migliore dei miei concorrenti.
Mi limito a buttarli fuori dal campo di gioco.
Perché posso.

Novogratz.cover_.photo_1Ora, se raccontassi una cosa del genere a certi miei amici americani – io non sono un venture capitalist ma ne conosco un paio – quelli morirebbero dal ridere.
Perché per loro (e, francamente, anche per me) è nel rischio, nell’innovazione, nel salto nel vuoto, che si annidano le grandi opportunità – di crescita, di sviluppo, di guadagno*.
I grandi dividendi si ottengono puntando sull’innovazione – e l’innovazione comporta sempre una incertezza.
E poi morirebbero dal ridere perché i miei amici americani che fanno venture capitalism non sono nati ricchi.
All’origine appartenevano alla categoria di chi “non ha i soldi”.
Ne conosco uno che il proprio primo capitale da investimento lo sviluppò con i distributori di caramelle e gomme da masticare a gettone.
Lavorò un’estate a falciare i prati dei vicini, col ricavato affittò quattro macchinette, le piazzò in posti strategici.
Col ricavato dei primi due mesi, triplicò il numero delle macchinette.
Col ricavato di un anno di distribuzione di caramelle e chewingum acquistò un portfolio differenziato di alcune piccole start-up hi-tech.
E da lì avviò la scalata.
Oggi non è un multimiliardario, ma vive una vita più che agiata, e continua a puntare su innovazione e rischio nei propri investimenti.

Sì, ok, tutti in coro – qui non potrebbe mai succedere.

Ed ora, avendo ascoltato Diavola e Prosciutto&Funghi discutere, credo di avere un indizio del perché qui non potrebbe mai succedere.
Perché qui non si fa business.
Si fa bullismo.
Perché qui da noi solo i cretini, e forse i poveri, corrono dei rischi.

————————————————————————————–

* e credo questo sia un atteggiamento sano da applicare a qualsiasi aspetto della propria vita.
Senza scordare la ragione, certo, ma accettando il rischio (che comunque è inevitabile).

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “Capitalisti di ventura

  1. beh, oddio investire su quello che fanno gli altri e aprire la propria start-up e’ differente. Se investi sul lavoro degli altri puoi diversificare (tenendo un investimento sicuro e poi dirigendo parte del patrimonio allo sbaraglio).
    Pero’ quando apri una nuova attivita’ tua, tendi a partire con qualcosa di sicuro (diciamo i distributori di caramelle, piuttosto che un processore biologico in soluzione). Se ti butti in un campo ad alto rischio senza aver le competenze e le risorse e’ un suicidio o una lotteria.
    Faccio, un esempio: Jacobs, il creatore di Qualcom, era un professore di UCSD che incomincio’ la societa’ come una start-up, ma… ma era uno dei migliori professori in quel settore e aveva dottorandi e studenti (stagisti) che lavoravano per lui. Inoltre era un settore che richiedeva una specializzazione enorme e con il suo background poteva considerare l’investimento a basso rischio.

    I due imprenditori di cui parli, sembrano persone senz’arte ne’ parte, che probabilmente vorrebbero lavorare in un settore che non richiede una specializzazione estrema… Se, ad esempio, uno vuole aprire un’azienda di scarpe economica o di chiusure lampo, l’unica cosa di cui ha bisogno e’ un grosso capitale e macchine industriali. Se invece uno vuole lavorare in high-tech e
    un altra cosa*

    *non si possono fare molti soldi nella low-tech, e soprattutto non si puo’ essere concorrenziali con nazioni come l’India e la Cina… un trasformatore per la casa e’ una tecnologia semplice, e visto che ormai la curva tecnologica ha raggiunto un plateau, il costo e’ dato praticamente solo da quanto paghi gli impiegati. Se invece uno decide di aprire un’attivita’ che produce pannelli solari, a meno che non si investa in quantum dot absorbtion con carbon nanotube per trasferire la corrente, organic panel e roba simile (che ha un rendimento basso ma costi nettamente inferiori ai pannelli tradizionali), non si puo’ neanche immagginare di far concorrenza a pannellatori americani o tedeschi (se non la forza del puro capitale). E se si investe in R&D (per cui comunque ci vuole il capitale), servono competenze tecniche e scientifiche, personale specializzato e una visione d’insieme

  2. Questa è il modus operandi di molti “imprenditori” italiani, che imprenditori non sono. Investire soldi, fa cresce un’azienda e poi venderla o chiudere quando è il momento X. E se un concorrente alza la cresta, o lo compri o gli fai terra bruciata vendendo a prezzo di costo per n mesi. Visto in prima persona. Poi se provo a fare un discorso come il tuo, mi azzannano dicendo che ci sono quelli che si sono fatti il mazzo e tanti blablabla. Chiudiamo gli occhi sugli squali, parlando dei poveri pesci rossi da boccia di vetro.
    Ottimo articolo.

  3. Il brutto è che hanno ragione, almeno per quello che io vedo intorno a me… Dalle mie parti negozi e aziende stanno morendo uno dietro l’altro, distrutti dalla crisi dei consumi e soprattutto dagli affitti. Pensare di aprire qualcosa senza avere un capitale alle spalle che ti permetta di sopravvivere in caso l’azienda non ingrani è più o mena la stessa cosa che fare bungee jumping legati ad un laccio da scarpe. Vecchio.

  4. Io nel commercio ci sono, anche se piccolo, anzi piccolissimo. E purtroppo vivere alla giornata è indispensabile. Questo non significa che il ragionamento dei ‘pizzaioli’ sia giusto, anche perché le cose sono diverse: quelli stanno programmando, io lo vivo ogni giorno. Partire con quel piede, ripeto in “questo” momento, può essere una scelta ggiusta (con due g!), perché la grande distribuzione adotta proprio quel tipo di ragionamento: grossi investimenti per prodotti scarsi (quindi si punta sulla quantità), sicuri incassi e concorrenza sporca, che si può fare proprio grazie al fatto che si hanno le spalle coperte. I “piccoli” Potrebbero ragionare in questi termini se avessero a disposizione un mercato fluido come, presumo, è quello americano; ma qui da noi, ora come ora, si deve tirare la giornata e arrivare a pagare le fatture a fine mese, perché altrimenti i fornitori ti segano subito e senza tanti complimenti, e ti ritrovi dall’oggi al domani sommerso dai debiti. L’innovazione si può e si deve fare: ho cercato di diversificare alcune zone del mio negozio, inserendo ad esempio un minimo di libreria e fornendo servizi che prima non c’erano. Ma, ripeto, se vuoi sopravvivere “adesso”, e hai già un’attività, ci sono pochi ragionamenti ‘virtuosi e innovativi’ da fare.

  5. Il discorso degli attempati gentiluomini è figlio probabilmente della loro età.
    Più che imprenditori questi erano dei meri investitori.
    Premesso che un investimento free risk è impossibile, il loro ragionamento non fa una grinza, ma non ha nulla a che vedere con chi dal nulla o quasi cerca di inventarsi un’attività lucrosa.
    Cosa vuoi aspettarti da gente che ha ormai una certa età?

  6. purtroppo il capitalismo italiano è in mano a loschi figuri di questo tipo. Anche se, il fatto che ne parlassero in pizzeria mi fa venire in mente quegli sfigati che con i colleghi di lavoro si vantano di essersi fatti le migliori ragazze del pianeta…
    Speriamo almeno che i funghi fossero, se non proprio tossici, almeno allucinogeni, almeno gli si apre un po’ il cervello! 😉

  7. Dicono asetticamente delle cose verosimili, nel panorama attuale. Sono esseri immorali? Si, nella misura in cui fattualmente impediranno ad altri di poter lavorare e vivere onestamente e non facendo solo dei discorsi in pizzeria. Chi può dargli una lezione di economia e di vita a questi speculatori? Solo chi acquista. Cioè noi. E i nostri comuni. E i nostri stati. Chi paga (cioè tutti noi) ha un potere commisurato al proprio portafoglio. Solo informandoci possiamo acquistare, in %ale sempre più significativa, prodotti di aziende che applichino comportamenti “etici” (se tali aziende esistono).
    Si possono così condizionare anche i livelli superiori (comune, stato) nel loro rifornirsi da aziende speculatrici.
    I potenti hanno capitale, e se serve, con quello hanno anche i politici e la stampa. Perché la SARS è un imbroglio miliardario per vendere vaccini. E ci hanno provato anche coi body scanner.
    Se si è in tanti, e si è informati, possiamo cambiare le regole del gioco. E mischiargli le carte in tavola. Far affondare le barche di questi “capitani coraggiosi”.
    Possiamo promuovere e premiare l’innovazione intelligente e sostenibile.
    Fantasia? Utopia? No.
    Sono salti nel vuoto, innovazione e rischio, ove si annidano le possibilità di sviluppo e di crescita*.
    * = Ma dell’umanità e della società. Non del guadagno fine a se stesso.

  8. Hai incontrato due Senza-Tempo! O forse solo dei loro ghoul… 😉

  9. Io non mi rassegno! Mi sono venuti i brividi a leggere il Suo articolo. (Non per Lei, ma per quello che dicevano quegli avventori).
    Se volesse mettermi in contatto con i Suoi amici americani, forse potremmo smentire il pensiero di quei signori. Può scrivermi in pvt per saperne di più. Grazie
    Saluti
    Fabio Ronchi

  10. Il discorso a cui, tuo malgrado, hai assistito è ormai fuori dalla logica dei mercati. Per fortuna, vorrei aggiungere. Ormai non è più possibile delimitare un settore di common business e assumere al suo interno una posizione dominante. Questo perchè le economie chiuse non esistono più in Occidente. Il successo di campioni internazionali come Ikea e la sua successiva estensione del modello di business (cucine, servizi) mostrano chiaramente come le rendite di posizione siano obsolete.
    Che investano pure, i grossi margini se li sognano.

  11. Il capitale di rischio, in Italia, sostanzialmente NON ESISTE. Perche’, come fai notare tu, non esiste la propensione al rischio di impresa. I pochi Venture capitalists presenti da noi son davvero mosche bianche e spesso si devono appoggiare a fondi extra italiani. Investire in Start-Up e’ quasi una bestemmia, i soldi che vengono messi sul piatto sono per aziende mature, in cui si rischia quasi nulla, che han bisogno di una ricapitalizzazione per espandersi su nuovi mercati, ad esempio.

    Una eccezione piacevole e’ il fondo ENEL per le start-up innovative nel campo delle energie alternative: 250 kEuro per un anno a fondo perduto sulla base di un business plan non troppo complicato; questi soldi servono per ingegnerizzare un eventuale prototipo e per redigere un busplan serio. Allo scadere del primo anno, ENEL valuta se acquistare una quota minoritaria della newco, per un massimo di 450 kEuro, e si impegna a VENDERE sulla sua rete l’energia che l’aziendina produce.
    http://lab.enel.com/ (vi assicuro che NON lavoro per ENEL :-))

    E’ un meccanismo non semplice da replicare in altri ambiti, ma fa piacere sottolineare qualcosa di “normale” anche nel nostro Paese…

    Con tutto questo, la settimana prossima vado con due amici che si occupano di Venture Capital a trovare un altro amico che ha un ottimo brevetto in tasca, si e’ rotto di fare il ricercatore all’Universita’, e vorrebbe vedere se riesce a tirare su la sua aziendina. Chissa’…

    Barney

  12. Questo parallelo con il bullismo è tristemente azzeccato. Quei due al tavolo 7 rappresentano i tipici soggetti che più spingono gli startupper italiani a cercare capitali all’estero..e a me la cosa che spaventa di più, lo so è sbagliato, è che sta gente qui si freghi le idee per lucrarci e lasciarti con un palmo di naso,, costringono la gente al terrore dell’ ideas sharing e questo è osceno. Grazie a TEDx Bologna ho imparato che le idee vanno diffuse.. Ma in Italia, non so, non mi fido!

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