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Atlanti impossibili scritti da spettri – David Mitchell

15 commenti

david_mitchellQuesto post nasce da alcune chiacchierate fatte negli ultimi giorni, dopo l’uscita del film Cloud Atlas, basato su L’Atlante delle Nuvole di David Mitchell.
Ora, io di film non parlo spesso, e di solito sono film in bianco e nero.
Parlo piuttosto di libri.
E mi ha incuriosito il fatto che la struttura di Cloud Atlas (il film) desti tanta sorpresa e tanto disorientamento in certuni – soprattutto perché la struttura de L’Atlante delle Nuvole (il romanzo) è certo uno degli elementi più interessanti del libro.
E chi segue questo blog dovrebbe sapere ormai, che quando si tratta di struttura narrativa, io parto per la tangente.
E allora, perché non dare un’occhiata alla struttura narativa de L’Atlante delle Nuvole (il romanzo).
Cominciando magari con la struttura di Ghostwritten?

Proviamo.
Cercherò di evitare gli spoiler, ma lo sapete, in questi casi un minimo di informazioni dovrò darvele.

Ghostwritten è il primo romanzo di David Mitchell, ed è il primo lavoro che io abbia letto di questo autore. Se da una parte una fetta dei lettori ancora si interroga se il romanzo sia fantascienza oppure no, dall’altra molti altri stanno ancora discutendo sesia davvero un romanzo, o se Mitchell non abbia barato – spacciando per romanzo una serie di racconti.
Nessuno dei due punti del dibattito diede troppi problemi ai giudici del John Llewellyn Rhys Prize, che premiarono il libro.
E se la questione fantascienza sì/fantascienza no è chiaramente una questione contenutistica, la questione romanzo/raccolta di storie è ovviamente strutturale.

David_Mitchell_GhostwrittenGhostwritten è un romanzo a episodi.
Una narrativa lineare (ingannevolmente lineare) che si snoda attraverso una serie di sottotrame e di diverse località e momenti, connesse da elementi non esageratamente espliciti.
Come discutemmo quando ci trovammo a parlare del pesce con la tromba, la struttura è quella tipica di un romanzo a cornice.
Il romanzo è del 1999, e si occupa, a modo suo, dell’incombente avvento del millennio.
Si parte dal Giappone, a Okinawa, dove uno dei responsabili di un attentato col gas sarin nella metro di Tokyo attende di essere esfiltrato dai propri compagni di culto.
Ma l’intero culto pare, soprattutto a noi lettori, una truffa montata da un abile imbonitore, e l’angoscia del pluriomicida fanatico comincia a crescere. Le sue telefonate al numero d’emergenza cascano nel nulla – pare che a rispondere non sia la setta, ma un negozio di dischi di Tokyo.
Da qui l’azione passa a Tokyo, a Hong Kong, in una sperduta località cinese, a Ulan Baatar in Mongolia, a San Pietroburgo, a Londra, in Irlanda, a New York, e poi ritorna a Okinawa per chiudere la narrazione, riavviarla, e capovolgerla.
Ogni episodio ha nuovi protagonisti, e inizialmente pare avere pochissima attinenza coi precedenti – finché l’azione non accelera, la fine del mondo incombe, e poi…
Nel corso della narrazione, Mitchell utilizza tutti i modi dei generi popolari – il thriller, la storia romantica e surreale, il legal thriller alla Grisham, la storia di spettri, la fabulazione borgesiana, la spy story, la narrazione pseudo-realistica, la fantascienza hard, la distropia, ed ogni nuovo episodio capovolge le aspettative del precedente, fino al grande capovolgimento finale.
Per cui tutto finisce benissimo, o malissimo.

Strutturalmente, la trama è il classico anello lineare,

a —> b —> c —> d —> e —> a —> (?)

ma con l’aggiunta di un dettaglio interessante – poiché è implicito nella narrazione che gli eventi costituiscono una reazione a catena dominata dalla casualità, se la trama è circolare e ritorna al proprio inizio, il nuovo inizio non significa che la storia seguirà nuovamente la stessa forma.
wlIl finale di Ghostwritten ci lascia intuire che, ritornando all’origine, si avvierà una nuova catena di eventi, diversi, per cui alcuni dei lieto-fine del primo ciclo saranno negati, alcune delle catastrofi verranno negate.
Ghostwritten è un romanzo che mostra in forma narrativa ciò che Vita Meravigliosa di Sthephen Jay Gould descrive in forma saggistica – poiché la storia è dominata da eventi casuali, riavvolgere il nastro significa poi proiettare un film diverso.

L’eleganza straordinaria di Mitchell consiste nel creare questa struttura circolare (o lineare chiusa) ma non ricorsiva senza bastonare il lettore con chissà quali sproloqui, ma semplicemente scrivendo dieci raconti connessi da accenni, dettagli, riferimenti obliqui.
Il lettore deve accendere il cervello e usarlo a tempo pieno, ma il risultato è quantomai soddisfacente.
Ghostwritten – che sia fantascienza o meno – è un romanzo che usa la propria struttura per amplificare il proprio contenuto narrativo.

Cloud_atlasIl gioco delle connessioni e dell’amplificazione attraverso la struttura è simile ma più scoperto nella struttura di Cloud Atlas, che è connesso per molte vie diverse a Ghostwritten (e a tutti gli altri lavori si Mitchell).
E mentre anche qui si dibatte se sia fantascienza oppure no, il libro del 2004 ha vinto il British Book Awards Literary Fiction Award, il the Richard & Judy Book of the Year award, ed è stato nominato (fra gli altri) per il Booker Prize, il Nebula e l’Arthur C. Clarke Award.
Non male, insomma.
Anche qui, abbiamo una struttura narrativa interessante – e che molte anime semplici definiscono complicata.
Il primo capitolo è la prima metà di un diario ottocentesco.
Il secondo capitolo è la prima parte di un carteggio degli anni ’30.
Il terzo capitolo è la prima parte di un giallo ambientato negli anni ’70.
Il quarto capitolo è la prima parte di una commedia ambientata nel mondo dell’editoria, con un editore in fuga da dei gangster.
Il quinto capitolo è la registrazione della confessione, prima dell’esecuzione, delle imprese di una commessa artificiale in un futuro completamente commercializzato.
Il sesto capitolo è la narrazione orale dei viaggi e delle scoperte di Zachary, che in gioventù ha vissuto diverse avventure nel mondo post-apocalittico. Il popolo di Zachary venera come un testo sacro la registrazione…
Della confessione della commessa artificiale, che nel settimo capitolo si conclude con una rivelazione agghiacciante. E prima di essere giustiziata, la protagonista chiede di poter vedere il film basato su…
La storia del’editore in fuga dai gangster, che nell’ottavo capitolo si chiude col trionfo del nostro eroe, che decide di pubblicare…
Il poliziesco ambientato negli anni ’70, che nel nono capitolo raggiunge la risoluzione, e nel finale del quale la protagonista riceve le lettere mancanti…
Del carteggio risalente agli anni ’30 nel quale si rivela una grande mistificazione; le lettere includono anche…
La seconda parte del diario ottocentesco, nel quale scopriamo come è andata a finire.
Perché è finita, giusto?
O deve ancora cominciare?

Ancora una volta la struttura è ingannevolmente semplice.

Cloud-Atlas-book-narrative-diagram

È come se una serie di libri fossro annidati l’uno nell’altro…

a—>*

1—>**

@—>***

X—>Y

***—>#

**—>2

*—>b

Ma è molto meglio – perché ciascun livello influenza il successivo.
Ed è l’incompletezza della conoscenza – del lettore, e del protagonista di ciascun episodio successivo – che muove la narrazione.
Per cui vale anche

b –> 2 –> # –> YX –> @–> 1–> a

La storia non è solo annidata, ma è anche richiusa su se stessa.
L’investigatrice negli anni ’70 ha solo metà delle lettere scritte nel 1931 da una persona che ha letto solo metà del diario ottocentesco, la commessa del futuro ha visto inizialmente solo metà del film basato sulla vicenda dell’editore che, in fuga, ha avuto tempo di leggere solo la prima parte del manoscritto del poliziesco…
Ciò salva la logica, ma annulla l’impressione (strettamente legata alla narrativa lineare) che sia sempre e solo il passato a influire sul futuro
In linea con le recenti teworie della fisica, non possiamo escludere che il futuro influenzi il passato.

La struttura, quindi, non è solo formale, nella disposizione degli episodi, ma vuole, richiede ed utilizza la parzialità, l’incompletezza delle informazioni per motivare sia le azioni dei protagonisti, quanto la curiosità del lettore, emulando ancora una volta una realtà che – coerente con i principi della fisica – è lontana dalle nostre percezioni quotidiane.
È un gran bel lavoro.

Poi, certo – al di là della struttura, Ghostwritten e Cloud Atlas sono storie di avventura, amore, redenzione.
Ma, accoppiando struttura e narrazione, mostrano l’invisibile manipolando il visibile.
Sono da leggere e da godere.
E, casomai, da studiare per imparare i trucchi.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Atlanti impossibili scritti da spettri – David Mitchell

  1. Pingback: Cloud Atlas |

  2. Pregio del cinema è, a volte, dare lustro agli autori delle opere narrative da cui sono tratti i film. Pur essendo io un appassionato di fantascienza da lunga data, non conoscevo David Mitchell prima dell’uscita del film Cloud Atlas. Il film non l’ho ancora visto, ma questo articolo e altri letti nella blogsfera mi stanno spingendo a cercare le sue opere.
    Si diceva quind che l’Atlante delle Nuvole è connesso a Ghostwritten, e alle altre opere di Mitchell? Vuol dire che c’è un ordine in cui sarebbe preferibile leggerli?

  3. Molto illuminante!
    Non ho ancora letto l’Atlante delle Nuvole, stavolta credo passerò direttamente alla versione cinematografica, che spero sia all’altezza della creatura di Mitchell.

  4. Post che ho voluto leggere solo a metà: Cloud Atlas lo comprai anni or sono dietro tuo consiglio, ma è ancora lì da leggere: in realtà lo temo. Adesso con l’uscita del film lo volglio affrontare. Finisco 2312 e comincio… ho paura!

  5. Mi hai davvero fatto venire la voglia di leggerlo. Sembra più un giallo in cui è il lettore a dover scoprire come tutto vada a finire e, se la struttura è davvero così, riesce a guidarlo anche meglio.
    La prima impressione è che il tutto sia un vero e proprio diario, come un manoscritto ritrovato dal lettore, che lo porta attraverso i fili della storia alla ricerca della verità.
    Grazie della scoperta.

  6. Paura?!…non è il caso! Io onestamente mi aspettavo qualcosa di più complicato e invece si è dimostrata una lettura piacevole ma un po’ deludente. La complessità della struttura è evidente, ma mi pare poco integrata alla narrazione: mi è sembrato un po’ un gioco fine a stesso che sta sullo sfondo, senza riuscire a “influenzare” in profondità il testo. Alla fine manca di unità e l’impressione di trovarsi di fronte a una serie di racconti invece di un romanzo è stata molto forte. Qualcosa del genere l’aveva già creato Perec con “La vita, istruzioni per l’uso” con risultati molto più soddisfacenti.

  7. Qualcosa del genere l’aveva già creato Perec con “La vita, istruzioni per l’uso” con risultati molto più soddisfacenti.

    O, per restare in ambito fantascientifico, 334 di Thomas Disch (molto superiore a Cloud Atlas, per quanto mi riguarda). E’ ben scritto, complimenti al ventriloquismo, ma devo ammettere che, se Mitchell è un autore che trovo sempre gradevole da leggere come primo impatto, l’entusiasmo cala molto col passare del tempo.

  8. @Il Moro
    Ci sono riferimenti interni – anche a Number 9Dream e altre opere dell’autore – ma ciascun romanzo è indipendente e leggibilissimo senza conoscere gli altri.
    Scoprire le connessioni è al limite un ulteriore gioco.

    @Squirek & Marco
    Come credo di aver già detto in passato, a me Mitchell piace – non lo accosto né a Perec nè a Disch per tutta una serie di motivi (dall’ambito culturale al pubblico di riferimento), e questa non è una corsa: ciascuno degli autori è indispensabile, a mio parere, e poi a ciascuno il suo.
    Indubbiamente si tratta di autori che giocano non solo con la trama, ma anche con la struttura – che era poi ciò di cui mi andava di discutere in questo post.
    Il discorso “l’ha già fatto X” ci sta, ma non lo considero un problema – l’originalità assoluta, per quanto desiderabile, non è essenziale, per quel che mi riguarda.
    Ritengo comunque che Mitchell sia da leggere.
    Sta facendo un bel lavoro, ed ha un catalogo piuttosto interessante.

  9. Squirek, accolgo volentieri il tuo incoraggiamento circa la complessità di Cloud Atlas. Devo avere un forte pregiudizio riguardo a questo genere di strutture: ho in casa sia “334” che “La vita, istruzioni per l’uso”, ma non li ho mai letti (eppure Disch è uno dei miei preferiti).

  10. Di Cloud Atlas non avevo mai sentito parlare fino a qualche sera fa, quando ho visto il trailer al cinema prima della proiezione di “La Migliore Offerta” di Tornatore (fra l’altro, molto bello!).
    E mi son detto “questo lo devo vedere”, anche se non sapevo che fosse tratto da un romanzo. Probabilmente a questo punto credo sia meglio prima leggere il libro.

  11. Mah, guarda, mi sto convertendo alla lettura in inglese, quindi penso che attenderò un mesetto (se nessuno mi regalerà un Kobo per il compleanno provvederò da solo 😉 ) e vedrò di trovare una versione digitale abbordabile!

  12. Ho visto un trailer di Cloud Atlas e mi sono ripromessa di vederlo, perché sotto un paio aspetti è proprio il mio genere. Adesso che scopro queste meraviglie strutturali, sono ancor meglio disposta verso film & libro.

  13. Ecco, Davide, sarebbe il caso di raffrontare l’opera narrativa con quella cinematografica. Perché Mitchell stesso ha parlato di struttura a nido trasformata in mosaico (nel film). Mi chiedo a questo punto se l’effetto e la rivelazione che si auspica debba portare nel lettore sia altrettanto forte. Quello che so, avendo visto solo il film, è che certe conclusioni, tipo che è anche il futuro a influenzare il passato, sono intuibili, ma non così chiare. Le storie si intrecciano blandamente e l’idea è che le azioni di pochi si trasmettano nel tempo, non che un azione compenetri l’altra o ne venga completata. ^^

  14. Io credo che il film usi degli espedienti narrativi e visivi dove il romanzo usa degli elementi più strettamente strutturali e narrativi.
    Insomma, il romanzo ti racconta qualcosa in un certo modo, il film ti mostra qualcosa da certe angolazioni e con un certo livello di dettaglio.
    Diciamo che il film è più facile, e mantiene un buon ritmo – che però è un ritmo diverso da quello del romanzo.
    È naturale.
    Chiaramente col romanzo ci si può fermare, e tornare indietro per vedere se ci si è persi qualcosa per strada – il film deve fare in modo che non ci si perda nulla, o tocca riguardarselo da capo.
    Allo stesso modo, la pluralità di interpretazioni ed il grado di incertezza sono più ampi – io credo – nel libro che non nel film.

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