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Vivere nel Mondo Materiale

19 commenti

... che anche la foto, una sua attinenza, ce l'ha...

… che anche la foto, una sua attinenza, ce l’ha…

Comincio questo, che vuole essere un discorso generale, e che magari continueremo poi più in là, con una storia personale.
Sapete come sono fatto.
E intanto rubo, per questo pork chop express, il titolo a George Harrison.
Vediamo…

Ero da poco laureato, e per sbarcare il lunario – perché il lavoro di venditore d’auto usate non è che mi coprisse di denaro – facevo traduzioni.
Tutto regolare, con fattura, da bravo onesto cittadino.
Così mi capita questo lavoro di traduzione – tradurre in inglese il sito web di un’azienda.
Bello liscio.
Solo che l’azienda mi vuole nei suoi uffici, su uno dei loro computer, a tradurre, dalle nove alle cinque tutti i giorni.
Il che significa anche, naturalmente, farmi un’ora di macchina ad andare e tornare – e pagare il parcheggio per le otto ore canoniche.
Il tutto, per tre settimane.

Ora, il lavoro, naturalmente, l’avrei potuto fare da casa.
magari di notte – in modo da poter accedere a certe pagine del loro sito quando queste non erano impegnate per aggiornamenti di routine.
Il lavoro sarebbe durato di meno – dieci giorni anziché quindici – e sarebbe stato pagato allo stesso modo – perché il mio era un contratto a parole, non a ore lavorate.
Però, il padrone voleva vedermi al lavoro.
Perché se ero lì, seduto alla scrivania, a tradurre, lui era sicuro… beh, che io stessi traducendo, giusto?
Perché se invece l’avessi fatto da casa…
Già.
Non sarebbe cambiato nulla.
Io dovevo consegnare un lavoro finito entro una certa data – che poi io il lavoro lo finissi su un PC o su un flipper, di giorno o di notte, in giacca e cravatta o in tuta da ginnastica, era assolutamente irrilevante.
Ma lui voleva vedere che io mi guadagnassi i soldi che mi avrebbe pagato.

handosme man with laptop over country view.Il problema, naturalmente, era dato dal fatto che il mio lavoro consisteva nella produzione di qualcosa di intangibile.
Non era come ai tempi di mio nonno, che prendeva una selezione di pezzi meccanici, e consegnava a fine giornata un motore funzionante.
O come ai tempi di mio padre, che a fronte di un pagamento consegnava al cliente un’automobile.
Qui, a fronte di un pagamento, io avrei consegnato… un file.
O una serie di file.
Dei byte.
E cos’è, quello, lavorare?
Stare seduti al computer e scrivere?
Beh, come minimo voglio vederti mentre lo fai, in modo da accertarmi che tu…
mah… non lo faccia ascoltando la radio, o mettendoti le dita nel naso, o qualsiasi altra cosa che passi per la testa del datore di lavoro, che a pagare per dei file e basta si sentirebbe in un certo senso truffato.
Pagare per niente.

Quest’idea del prodotto tangibile è una trappola con la quale ci confrontiamo quotidianamente.
È l’intangibilità, che rende così facile – moralmente, oltre che nella pratica – scaricare film, canzoni, libri e altro materiale senza pagare. Non è mica rubare, giusto?
È l’intangibilità che rende l’ebook inviso – perché non ha l’odore della carta, perché ha questa ipotetica aura di impermanenza. Non lo puoi lasciare ai tuoi eredi, se manca la luce svanisce.
È l’intangibilità che rende poco elegante regalare a Natale un buono per scaricare mp3 da iTunes – perché non li puoi impacchettare, non puoi metterli sotto l’albero, non puoi lasciare le ditate sul CD, non puoi rigare il vinile.

I lavori di scrittura e di traduzione sono, statisticamente, quelli che hanno la più alta percentuale di prestazioni non pagate, nel nostro paese.
Traducete il libro, scrivete l’articolo, generate i contenuti, create il sito web, e poi loro non vi pagano.
E non è che la cosa li impensierisca – voglio dire, non è mica come se non avessero pagato della merce, giusto?
Non è come se voi aveste fatto del vero lavoro, no?
Non hanno rubato nulla.

Il problema dell’intangibilità è ciò che danneggia i lavori atipici e veramente flessibili – perché lavorare dal vostro portatile, magari in treno, magari al parco se è una bella giornata, non è fare un vero lavoro.
Perché produrre conoscenza – attraverso articoli, corsi, traduzioni – non è creare beni tangibili*.
È un’idea che è penetrata così in profondità nei cervelli nei nostri connazionali (e non solo nei loro), che la tangibilità, la presenza di un ufficio, di dipendenti ben inquadrati, di computer e schedari e scrivanie, è una implicita garanzia di sicurezza.
Spesso con effetti nefasti.
Non ci credete?

officeDue mesi dopo la consegna di quella traduzione, a fronte di decine di telefonate e mail che erano andate senza alcuna risposta, tornai in quell’ufficio per sapere se e quando il mio lavoro sarebbe stato pagato.
Una curiosità lecita, mi concederete.
Beh, arrivato negli uffici, trovai la porta aperta e la classica scena da film, con le stanze vuote, e una scatola di cartone con sopra il telefono appoggiato.
Non ero solo.
Le altre due persone che in quel momento si trovavano lì, e con le quali potei condividere la mia frustrazione, erano il padrone dei locali – che aveva affittato a quell’azienda per sei mesi, senza vedere mai una lira di affitto (ma d’altra parte, ok, erano un’azienda sana con qualche difficoltà – con tutti quei computer…), e uno dei responsabili dell’azienda che aveva fornito i computer e le fotocopiatrici – e che aveva scoperto troppo tardi che le rate del leasing non venivano coperte (e chi l’avrebbe immaginato, da un’azienda con un grande ufficio in uno stabile tanto elegante?)
L’azienda per cui avevo tradotto un sito web che non era più online da un mese, e che probabilmente era solo servito ad abbindolare clienti poi turlupinati, aveva creato l’illusione della tangibilità per truffare tutti i propri fornitori, e tutti i propri clienti.
Incluso il sottoscritto.
E dire che sembravano un’azienda cosi… solida.

———————————————————————–

* che è poi il motivo per cui vendere 10.000 ebook non vale quanto vendere 100 volumi in cartaceo – perché i 10.000 ebook non sono tangibili.
“Ho appena pubblicato un ebook…”
“Ah, e libri veri, ne hai mai pubblicati?”

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

19 thoughts on “Vivere nel Mondo Materiale

  1. questo è il paese in cui si parla tanto di proteggere il lavoro intelletuale, ma se non hai alle spalle un ordine professionale potente… Lo stesso pase dove le professioni più rappresentate in parlamento sono avvvocato e medico… Non mi dite che le due cose hanno un nesso…. Dovrebbe pensarci la SIAE… No comment

  2. È avvilente, ma è così.
    Del resto, fin quando si leggono tizi che su Facebook (dettaglio non da poco) vaneggiano riguardo ai bei tempi in cui ci si spaccava la schiena col “lavoro vero” e i bambini si divertivano col trenino di legno… beh, difficile andare lontano.
    Che poi a me questa concezione del materiale/immateriale fa paura soprattutto negli Under 50. Se a una certa età è comprensibile un certo tasso di luddismo, ad altre no.
    E io quando leggo di gente che si felicita perché la crisi mette in crisi il mercato della tecnologia “inutile”, ecco, m’incazzo un po’. Anche perché questi messaggi folli vengono diffusi… via internet.

  3. Questi datori di lavoro, ancora legati alla presenza fisica del lavoratore, della tangibilità del prodotto, e fissati con “sotto il mio sguardo attento la gente lavora”, non riescono nemmeno a vedere il reale ritorno economico se l’impiegato lavorasse da casa con il telelavoro. Si spera sempre che le prossime generazioni di imprenditori, non siano più influenzate da quelle precedenti e cambi tutto il sistema lavorativo.
    Mi auguro però non a beneficio di furbetti come hai descritto tu, ma soprattutto che non si moltiplichino a dismisura andando a vanificare la speranza di costruire il futuro con gente che lavora da casa.
    Complimenti per il post.

  4. Magnifico post.
    Riuscirà a far capire a chi di dovere che, quindi, una presenza fisica, e solida, non è garanzia di “lavoro”?
    Oltretutto, per un banale ritorno economico, se i lavoratori che potrebbero lavorare a casa lo facessero, lo spenderebbero meno in corrente xD

  5. Quando l’azienda per cui lavoravo è fallita, la mia priorità è stata inventarmi un lavoro da casa, facendo una cosa che mi piacesse, e senza lo stress da ufficio. I soldi che ho risparmiato in benzina e medicine in questi 5 anni sono un secondo stipendio. Senza contare che non ho dovuto più sopportare il fumo passivo di chi fumava sul posto di lavoro nonostante fosse vietato, spendere per pranzi fuori, etc. Ho provato più volte a lavorare da casa durante il mio lavoro d’ufficio (che consisteva nello scrivere al computer il 90% del tempo) ma sono riuscito solo per brevi periodi perché mancava, da parte degli altri, la capacità di calcolare “i tempi giusti” per finire un lavoro.

  6. Da analista/programmatore potrei lavorare da casa da almeno dieci anni, ma per adesso non pensiamoci. Da cittadino potrei chiedere il rispetto di contratti e una giustizia civile veloce (o almeno adeguata) per garantire il pagamento delle prestazioni, ma per ora lasciamo stare. Da persona normale potrei voler vivere in un paese altrettanto normale, parte di quel “primo mondo” che dovrebbe garantire i miei diritti. No, questo non può aspettare.

  7. Tralasciando la truffa e tutto il resto del post su cui stenderei un velo pietoso… posso fare una domanda da ignorante in materia? E’ una cosa che son sempre chiesto: come si fa a fare dei lavoretti come quello svolto da te (tradurre un sito/libro, ma anche vendere per dire un quadro o dei disegni su commissione via internet, ecc…) e restare nell’abito della legalità col fisco?

    Nel senso, devi fare una partita IVA? (ma a che titolo?) E se questa fosse solo una cosa secondaria che fai per passione nel tempo libero e sei già un professionista con partita IVA oppure sei un dipendente senza cambia qualcosa?

    giusto per saperne di più… scusate la domanda idiota 😛

  8. @Emanuele
    Se si ha una partita IVA (come io avevo all’epoca), si rilascia regolare fattura – anche se hai la p.IVA ad altro titolo, puoi comunque fatturare (salvo particolari restrizioni contrattuali, credo).
    Altrimenti si fattura come prestazione occasionale con ritenuta d’acconto.

  9. la truffa è fantastica, sembra quella de “The Adventure of the Red-Headed League” …
    se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere!

  10. Nel mondo del terziario avanzato nessuno sta a sentirti protestare… Mi spiace per la sòla che hai sperimentato.

  11. 1)
    “E tanti auguri per l’anno nuovo, gioia. Auguri che trovi un lavoro vero, finalmente…”

    2)
    “Perché non prova il concorso per la scuola?”
    “Non sono portata per l’insegnamento – e soprattutto, dubito di avere i titoli.”
    “Ah, peccato… E un concorso comunale non ha mai pensato di farlo?”
    “No. Mai pensato. Proprio mai.”
    “Be’, sa, di questi tempi avere un lavoro…”
    “Ma io ce l’ho un lavoro.”
    “Quelle cose che fa al computer? No, io dico un lavoro vero. Come fare l’impiegata in Comune.”
    “Creda, è un lavoro vero anche il mio. Un bel lavoro, anche.”
    “Hm. Senta cosa faccio: appena sento che c’è un concorso in Comune qui glielo dico. E’ contenta?”

    3)
    “Tua cugina mi ha detto che lavori col computer. Fai riparazioni?”
    “Nnnnno, faccio [spiegazione]”
    “Ah. Peccato. Perché non impari a fare riparazioni? Quello sarebbe davvero un lavoro.”

    E queste, tutte negli ultimi dieci giorni, sono soltanto le ultime di una lunga serie. È inutile: traduzioni, divulgazione, scrittura ed editing (che non si capisce nemmeno che diamine sia) non sono un lavoro *vero*. Comincio a meditare, la prossima volta che mi si chiede che faccio nella vita, di dire che allevo vigogne o che faccio cappottini da cerimonia all’uncinetto per cani di piccola taglia. O magari entrambe le cose…

  12. “Vedrai che prima o poi qualcosa da fare lo trovi, non puoi mica passare tutta la vita a non fare niente.”

  13. @Emanuele: come dice Davide anche senza partita IVA puoi emettere note spese fiscalmente assimilabili a fatture vere e proprie. Il tutto in un regime di prestazione occasionale che prevede un importo annuo massimo fatturabile in questo modo pari a 5000€ (se non è cambiato).
    Oltre a tale cifra non viene più riconosciuta l’occasionalità e si è obbligati ad aprire la partita IVA, con tutti gli obblighi e gli oneri che ne conseguono.

  14. Grazie mille a entrambi per le delucidazioni. Era da un po’ che stavo valutando la possibilità di racimolare qualcosa vendendo questo mio “non lavoro” ma non sapevo davvero come muovermi. Vediamo cosa è possibile fare 🙂

  15. Hai parlato di uno dei mali italiani più evidenti! Tra parentesi la stessa cosa è accaduta un paio di anni fa ad un mio amico di Treviso.
    P.s
    Mi dispiace per la tua esperienza.

  16. Figurati. Alla fin fine si tratta di una cosa molto semplice, l’importante è sapere all’interno di quale contesto ci si può muovere. Comunque se conosci un commercialista fatti consigliare per sapere quali sono gli obblighi da adempiere (ad esempio, quando io ho dovuto emettere questo tipo di note dopo che avevo chiuso la partita IVA, c’era l’obbligo di apporre una marca da bollo da 1,41€) in modo da non crearsi dei problemi per ignoranza o per semplice dimenticanza.
    E buona fortuna.

  17. Davide, concordo al 90% con quel che dici. Il restante 10% è per il fatto che un file avrà pure la stessa dignità di un pezzo di carta e costerà la stessa fatica, ma ha minori aspetattive di vita.
    Abbiamo ancora papiri egizi e cinquecentine, ma i file di testo del mio word processor Ami che girava sotto Windows 3.11 non riesco più a leggerli in nessun modo.

    • Abbiamo ancora una piccola percentuale dei papiri egizi.
      Ed il fatto che tu non riesca a leggere i tuoi file di Windows 3.1, non significa che siano scomparsi.
      Conosco pochi egiziani che, oggi come oggi, leggono il geroglifico a vista.

  18. Pingback: Non stavamo meglio quando stavamo peggio | Plutonia Experiment

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