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Il Castello d’Acciaio

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Il Castello d'acciaioIl volume numero 11 della Fantacollana è Il Castello d’Acciaio, di Lyon Sprague de Camp e Fletcher Pratt, edizione delle storie originali della serie Enchanter, pubblicate in volume unico nel 1950 e poi ampliate nel 1975.
La copertina è di Karel Thole.

La Fantacollana continua con le storie di Unknown ed il catalogo di Sprague de Camp, pubblicando quello che rimane uno dei suoi lavori più famosi – scritto in collaborazione con Fletcher Pratt, storico ed esperto di codici, la cui scomparsa prematura pose fine alla serie.
Le storie originali comparvero negli anni ’40 sulla rivista Unknown, ed appartengono ad un tipo di fantasy razionalizzato del quale De Camp fu un portabandiera.

L’idea di partenza è “fantascientifica” – se con la logica simbolica è possibile descrivere la realtà, e se la realtà è poi solo una nostra percezione, sarebbe possibile determinare altri sistemi simbolici che descrivono altre realtà, percepirle e visitarle.
Per provare, un gruppo di psicologi newyorkesi sviluppa la logica simbolica che sembrerebbe alla base di alcune importanti opere letterarie di ambito fantastico.
E così il giovane – e un po’ tronfio – Harold Shea, desideroso di sperimentare i paradigmi del folklore irlandese, si ritrova invece risucchiato nel mondo delle leggende norrene, fronteggia un Odino particolarmente truce e un Thor un po’ farlocco, e deve trovare un modo per tornare a casa prima del Ragnarok (The Roaring Trumpet).
The_Roaring_TrumpetNegli episodi successivi della serie, le cose non gli andranno meglio – una visita al Faerie Queene (The Mathemathics of Magic) solleva una quantità di complicazioni, che innescheranno anche una visita all’Orlando Furioso (The Castle of Iron).
E a seguire, dopo una abortiva visita al Kubla Kahn di Coleridge, l’applicazione della matematica della magia porterà finalmente i nostri eroi nell’idillio del folklore irlandese – previo passaggio nel molto più brutale Kelevala (The Wall of Serpents, The Green Magician).

La serie risultò estremamente popolare, alla sua uscita – tanto per l’inventiva e l’umorismo, quanto per l’indiscutibile qualità della scrittura –  e ancora una volta ci offre un punto di vista moderno e antiromantico sul fantastico.
Per De Camp & Pratt, i mondi immaginari dei grandi classici e dei grandi cicli mitici sono ingessati, pomposi, ridicoli e pericolosi, zeppi di contraddizioni (dal ruolo di Loki nel pantheon vichingo alla moralità flessibile di dame e cavalieri nel Faerie Queene), popolati di cialtroni e donne di facili costumi, marinati nell’alcool, retti da regole che avviliscono l’individuo e lo cacciano in guai di ogni genere.
Il fantasy diventa allora un gioco intellettuale, uno sberleffo coltissimo ma in ultima analisi affettuoso, una affermazione che in fondo la nostra società fondata su principi scientifici e laici è molto meglio, pur con tutti i suoi difetti.

The_Castle_of_IronÈ emblematico l’episodio della Bestia Poetica, nella seconda storia della serie.
La Bestia Poetica (the Blatant Beast) è una creatura che Spenser inserì nel Faerie Queene, a simboleggiare i Puritani, ma probabilmente basata su un gioco di società praticato alla corte di Elisabetta – una sorta di mosca cieca, nella quale il giocatore designato come Bestia Poetica, se riesce ad afferrare uno dei concorrenti, può liberarlo solo se questi reciti una poesia*.
Nel momento in cui il malcapitato Shea si ritrova imprigionato dalla Bestia, l’unica cosa che gli venga in mente di recitare è La ballata di Eskimo Nell, una poesia goliardica (forse in qualche modo legata a Noel Coward) ben nota ai lettori di Unknown, e di una sconcezza inarrivabile.
La povera Bestia ne esce traumatizzata e in crisi depressiva.

Insomma, è possibile che i fan dello sturm und drang howardiano possano trovare molto da eccepire nella bonhomie con la quale Pratt & De Camp disinnescano ogni afflato epico e nei lazzi coi quali affossano qualsiasi speranza di retorica superoministica.
Eppure si tratta di storie eccellenti, molto divertenti, con una notevole dose di spettacolarità.

Il ciclo di Harold Shea – ed il suo successo di pubblico – fu anche alla base della faida fra De Camp e Ron Hubbard che avrebbe seriamente inciso sulla produzione di De Camp dopo il 1950.
Non è chiaro se fu John Campbell a chiedere a Hubbard di scrivere una storia di Harold Shea, nel 1941, in risposta alla domanda incessante dei fan di nuove storie, o se (più probabilmente) Hubbard riuscì ad estorcere l’incarico nel tentativo di rubare un po’ di lettori al più popolare De Camp.

De Camp & Pratt meditano la loro prossima malefatta.

De Camp & Pratt meditano la loro prossima malefatta.

Sia come sia, The Case of the Friendly Corpse è una storia di Harold Shea scritta da Hubbard e che non ha assolutamente nulla a che vedere con il lavoro di Pratt & De Camp – Hubbard non si prese neppure la briga di leggere le storie già uscite, ed improvvisò un pasticcio abbastanza orribile.
Lyon Sprague de Camp se ne ebbe estremamente a male – l’intera faccenda era avvenuta senza che lui e Pratt ne venissero informati – e Ron Hubbard si rese conto (soprattutto dalla reazione dei lettori inferociti), che fintanto che De Camp restava su Unknown, lui sarebbe sempre stato un autore di seconda fila**.

Pratt & De Camp perpetrarono anche molti altri assalti al fantastico dalle pagine di Unknown – con romanzi come Land of Unreason (che arremba, depreda e cola a picco da Shakespeare al mito di Federico Barbarossa) e con i meravigliosi racconti del Bar di Gavagan, autentico testo fondante del cosiddetto fantasy urbano.
Dal canto suo, Fletcher Pratt è anche autore di due interessanti romanzi fantasy “politici” – il dunsaniano The Well of the Unicorn (da noi uscito in una edizione poverissima,ma certamente uno dei grandi testi del fantasy adulto) e The Blue Star, storia di fantasy e rivoluzione.

mathematichofmagicMolti anni dopo, scomparso ormai Fletcher Pratt, De Camp avrebbe ripreso il ciclo di Harold Shea – sistemando alcune cose lasciate in sospeso, a cominciare dal deragliamento di Hubbard, e portando devastazione in altri mondi immaginari (da Shakespeare – again – a Burroughs).
Queste storie non mi risultano pubblicate nel nostro paese (ma potrei sbagliare).
In un esempio ante-litteram di universo condiviso, De Camp permise ad una lunga lista di autori di giocare con la sua creazione (alla faccia di Hubbard): Roland J. Green, Holly Lisle, Frieda A. Murray, John Maddox Roberts, Lawrence Watt-Evans, Tom Wham, Christopher Stasheff.

Sciocco dettaglio personale ***- questo è il primo libro fantasy che io abbia letto, dopo parecchi anni di dieta esclusivamente fantascientifica. Non dubito che molte delle mie scelte e delle mie opinioni sul genere nascano dall’esserci entrato attraverso una porta tanto idiosincratica.
Leggere qualunque cosa contenga poesie in elfico dopo Castle of Iron, è fonte di indicibile ilarità.
Posseggo orgogliosamente tanto l’edizione Nord che la meravigliosa edizione filologica della NESFA.
E sono dichiaratamente un decampiano.

———————————–
* Sì, ci si annoiava a morte, in certe serate, a corte.

** Sarebbe diventata guerra aperta quando Sprague de Camp prese a farsi pubblicamente beffe della Dianetica, giocandosi il favore di Campbell e una fetta notevole del proprio mercato.

*** Yngvi is a louse!

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Il Castello d’Acciaio

  1. Ignoravo l’esistenza della faida tra Hubbard e de Camp, del resto i miei unici rapporti con la dianetica consistono nel dar man forte a mia moglie quando contrasta con argomentazioni logiche e incontrovertibili gli addetti di scientology ogni qual volta tentano di mettere un loro banchetto informativo (è capitato un paio di volte in riviera del Brenta ).
    Inutile aggiungere che, dal punto di vista della narrativa, io sono assolutamente dalla parte di de Camp

  2. Bellissime le avventure di Harold Shea,una delle mie letture preferite in ambito fantastico. In merito poi ai racconti scritti da De Camp dopo la morte di Pratt dovrebbero essersi visti in Italia pubblicati dalla Mondadori su Urania.

  3. Davide, dico una fesseria se paragono l’approccio al fantastico di De Camp a quello di Twain nel suo “Un americano alla corte di re Artù”?

    • L’approccio di Twain è decisamente più ambiguo – un romanzo come “Un americano…” lascia il fortissimo dubbio che Twain sia critico nei confronti del progresso almeno quanto lo è nei confronti dell’epoca cavalleresca.
      Nel romanzo di Twain, “Sir Boss” crea una autentica distropia col proprio intervento sulla storia.
      De Camp è decisamente positivista – in una cosa come Abisso del Passato, l’ingegnere americano catapultato nel passato trova un’epoca classica fetente come quella descritta da Twain, ma non la trasforma in una fetenzia tecnologica, ma di fatto migliora il futuro migliorando il passato.
      Quindi direi che pur lavorando con metodi affini, Twain e De Camp partono da posizioni ideologicamente diverse.
      Opinione mia, eh.

  4. Sì, concordo sul fatto che la critica di Twain sia trasversale. D’altra parte l’immagine dei cavalieri della tavola rotonda che diventano speculatori di borsa lascia quantomeno perplessi. Strano però che Twain preceda De Camp temporalmente, in fondo il positivismo è più un lascito del diciannovesimo secolo…

    • Beh, De Camp ha una formazione scientifica, ed è un esponente della fantascienza degli anni eroici – uno di quelli che credevano davvero che la scienza avrebbe migliorato il mondo.
      Poi, esiste anche in De Camp un cinismo di fondo – frasi come “Beato chi si aspetta sempre il peggio, perché la sua attesa non sarà delusa”, e la mia preferita in assoluto, “Fai agli altri quello che gli altri vogliono fare a te, e possibilmente faglielo prima”.
      Però il cinismo di De Camp è appuntato sulla stupidità umana e sull’irrazionalità delle regole e delle convenzioni.
      La scienza ha regole precise – l’umanità no.
      De Camp resta dalla parte della scienza, pur con una gran simpatia per l’umanità.

  5. Atipica comunque questa fantacollana della Nord. Non è certamente il fantasy propinato da editori come l’Armenia o la Mondadori. Ma mi sorprendo fino ad un certo punto, visto che la Nord nasce comunque come editore di fantascienza, quindi trovo naturale che il suo fantasy avesse una valenza più speculativa che non escapista…

  6. Mi sto facendo una cultura sul fantasy che non ho mai letto. Mi è piaciuta molto anche la “poesiaccia” che mi ha rammentato lo stile di Lansdale.

  7. Ce l’ho!
    (Ma ancora devo leggerlo…)

    Lo scopo è in linea con quanto dice Giorgia: cercare di rattoppare qua e là la mia lacunosa cultura del fantastico.

  8. Pingback: In viaggio nel tempo – una specie di Top Five | strategie evolutive

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