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Peking Opera Blues (1986)

8 commenti

tumblr_m6v0h6l9BR1rt9bfvo1_400Questo è un post fuori programma.
Il fatto è che mi sono ritrovato a parlare, un paio di sere addietro, di un film che mi piace molto, e che è terribilmente interessante, e perciò ho deciso di infliggervi le mie chiacchiere a riguardo*.

Il film si intitola Do Mah Den – che sarebbe un’espressione gergale per indicare gli attori che nell’Opera di Pechino fanno le parti delle donne guerriero, ma che viene spesso frainteso (volutamente) come un riferimento alla rivoluzione cinese – ed è noto in occidente come Peking Opera Blues.
L’uso del termine “Blues” nel titolo è uno dei marchi di fabbrica del regista e produttore Tsui Hark, talvolta definito “lo Spielberg di Hong Kong”.

Il film è del 1986, interamente girato in studio di posa (anche gli esterni sono ricostruiti in sound stage), con il solo ausilio di effetti speciali meccanici, e si avvale dell’interpretazione di tre star assolute del cinema di Hong Kong, vale a dire Brigitte Lin (probabilmente l’attrice più pagata, all’epoca), Cherie Cheung (famosa per i suoi… ehm, numeri, e gettonatissima interprete di commedie scollacciate) e la cantante e attrice Sally Yeh (che sarebbe diventata famosissima con The Killer di John Woo, e che per questo film vinse un meritatissimo premio come migliore attrice**).

Il film è stato definito “semplicemente perfetto” da Joss Whedon, ed è stato a suo tempo presentato con entusiasmo da Quentin Tarantino.
I motivi di interesse della pellicola sono molti – il principale, per quel che mi riguarda, è il modo in cui un impianto di base del cinema di propaganda maoista viene completamente sovvertito in nome dell’avventura in stile pulp (pulp quello vero, non quello di Tarantino).

Vediamo di orientarci.
Pechino, 1913.
Il governo centrale è crollato, il paese è nel caos, biechi interessi internazionali minano la salute politica e morale della Cina, i signori della guerra imperversano come piccoli tiranni locali, e le braci della rivoluzione socialista covano in attesa di risvegliarsi.

In poche parole, una struttura classica da film di propaganda, con un forte elemento storico.
I giovani sono coraggiosi, ardimentosi ed idealisti.
Gli anziani devono essere portati a capire che l’avvenire sarà diverso.
Tradizione e rinnovamento si confrontano in un duello ideologico.
La corruzione e i poteri stranieri devono essere esposti alla luce del sole, affinché la popolazione si risvegli e insorga.
Il sacrificio è indispensabile.

Però, già i titoli di testa dovrebbero suggerirci che non sarà tutto così semplice e così dignitoso…

Riproviamo.
Pechino, 1913.
Tsao Wan è una giovane istruita (ha studiato medicina in Germania, compare sempre in abiti maschili), una rivoluzionaria sulle tracce di un documento che, se rivelato al pubblico, manderà a gambe all’aria i piani della Potenze Straniere e, incidentalmente, rovinerà suo padre; lei ed i suoi contatti rivoluzionari si incontrano nell’unico luogo che non sia chiuso per il coprifuoco – il teatro dell’Opera di Pechino.
Sheung Hung è un’avventuriera ignorante, egoista e opportunista all’estremo, sulle tracce di una cassa di gioielli (sottratti ad un generale vizioso), nascosta nei magazzini dell’Opera di Pechino.
Bai Niu è la figlia del direttore dell’Opera di Pechino, una donna che vorrebbe recitare – fatto inaudito e inammissibile, oggetto di costante e crudele dileggio da parte degli attori che di solito interpretano ruoli femminili.

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Aggiungiamo al mix un capo della polizia segreta malvagissimo e depravato (molto più depravato del previsto, in effetti), due eroici rivoluzionari non troppo eroici e forse neanche tanto rivoluzionari, una compagnia di attori dell’Opera che giustiziano senza pietà il dramma dell’omosessualità negata e nascosta di Addio mia concubina, un anziano padre con la parrucca candida più finta della storia del cinema, un cast di comprimari dalle facce impagabili, ed alcune scene coreografate in maniera assolutamente meravigliosa, fino ad un finale che, senza preavviso, molla gli ormeggi dal tono più o meno realistico del film, per deragliare nel territorio del wuxia classico, come se volesse sfidare lo spettatore a negare la possibilità.

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Le tre donne si troveranno a dover collaborare per recuperare i documenti (ma poi…), i gioielli (non succederà mai) e interpretare una parte femminile sulla scena (succederà, a tutte e tre, e sarà una catastrofe divertentissima) sfuggire ai cattivi, sedurre i due soli uomini accettabili della storia (ed essendo tre le donne, una dovrà restare a secco), fuggire da tutto questo e vivere libere.

Il film non fa prigionieri, spaziando su tutto lo spettro della cinematografia popolare – dal caper movie (con lo stortissimo tentativo di scasso notturno della cassaforte coi documenti), alla farsaccia (l’intera sottotrama con l’unico attore eterosessuale specializzato in ruoli femminili), all’action (la sparatoria sopra e sotto i tavoli dell’opera), alla commedia intimista (Sheung Hung e Bai Niu scoprono il mappamondo), all’exploitation (la “ovvia” scena della flagellazione) fino, come si diceva, al wuxia (l’utilizzo di tecniche segrete del kung fu per volare da un palazzo all’altro).
Eppure i temi del film maoista anni ’50 ci sono tutti – ma sono sovvertiti.
Nel rimestare questo colossale calderone, Tsui Hark riesce anche a fare un film decisamente femminista (tutti i personaggi maschili risultano assolutamente inadeguati), e fortemente politico. Semplicemente, la politica della pellicola non è maoista, e il film è – anche – uno sberleffo anarchico a qualsiasi forma di pallone gonfiato ideologico si possa immaginare.

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Quella parrucca bianca è inguardabile – quasi quanto i baffi.

La trama è solidissima – dall’apertura con le tre storie parallele, al momento nel quale le tre donne si incontrano e i loro scopi si mescolano e si contaminano. E se le sottotrame proliferano, e gli elementi si confondono (la scatola di gioielli esce di scena per sempre, all’insaputa della povera Sheung Hung, a metà del film), resta comunque impossibile perdersi.
Strada facendo, regista e tecnico della fotografia riescono a piazzare la macchina da presa nei posti più impensabili, dando a molte scene un taglio surreale, e  ci regalano alcuni degli effetti notte più irreali e “fantasy” mai visti su pellicola, ed una scena di comicità fisica che avrebbe fatto piangere di commozione Harold Lloyd per la sua assoluta spudoratezza acrobatica.

1174124516Ed in effetti, il modo nel quale una serissima rappresentazione dell’opera viene sabotata, devastata, riscritta e tramutata in catastrofe ricorda molto il modo nel quale, in Una Notte all’Opera, i Fratelli Marx sabotarono Il Trovatore.

Difetti?
La musica al sinth (un finto fairlight, così a orecchio) che accompagna certe scene non si può proprio sentire – ma erano gli anni ’80.
E probabilmente la scorrettezza politica rampante e svergognata potrebbe urtare i più sensibili – siamo a tratti nel territorio di La Cage aux Folles (versione originale, quello con Tognazzi).

Il film è poco noto al di fuori del giro degli appassionati, dove è un autentico oggetto di culto.
Venne passato in tempi ormai dimenticati anche al festival del cinema di Torino, scucendo a un dotto critico la telegrafica definizione di “il film sulle tre lesbiche”.
Che oltre ad essere ben più volgare di qualunque scorrettezza politica della pellicola, è anche oggettivamente sbagliato.
ma ciascuno può vedere, in questo film, almeno un briciolo di ciò che desidera.
Perché Peking Opera Blues, un po’ come l’opera (di Pechino e non) include tutto.

Per chi fosse interessato, lo si trova tutto, in Cantonese sottotitolato in Inglese, su YouTube.
E vale maledettamente la pena.

images—————————————————————————

* Ci avevo già fatto un post nel 2007.
Come passa il tempo.

** Sì, sono un fan di Sally Yeh.
Fu la prima artista cinese della quale mi procurai dei dischi, al sorgere del nuovo millennio, e resta una delle voci più belle che mi sia capitato di ascoltare.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “Peking Opera Blues (1986)

  1. Ha le potenzialità di essere un film della mia vita. Ero persino andata su amazon a cercare il dvd, ma pare che esista solo a prezzi inumani.
    Ripiegherò sul tubo e ti ringrazio perché mi fai scoprire cose di cui non immaginavo neanche l’esistenza.

  2. Wow…sembra una figata! Mi ha ricordato Chinatown Death Cloud Perio, come suggestioni…sarà il teatro! 😀
    Lo vedrò sicuramente!

  3. effettivamente sembra parecchio interessante… vedremo di recuperarlo… grazie per la segnalazione 🙂

  4. io l’ho visto iniziato ad una rassegna di pazzi cinefili..
    e sono rimasto a bocca aperta!
    ora posso recuperare l’inizio!

  5. @Lucia
    Per i film di Hong Kong conviene cercare i VCD – che sarebbero poi dei file mpeg conun po’ di menù e di opzioni.
    Per la rovina delle mie finanze, esiste una cosa chiamata Yesasia.com…

  6. No vabbeh ma adesso lo devo vedere assolutamente.
    E’ proprio quello che mi ci vuole in questo periodo! grazie della segnalazione!

  7. Pingback: Cinque film d’avventura | strategie evolutive

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