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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Impossible Movie Project – pagine perdute

11 commenti

x29757Avevo conosciuto John Huston del ’38, mentre, reduce da “The Dawn Patrol” (ancora con Flynn), cincischiavo col copione di “Cime Tempestose”. Huston aveva messo mano alla sceneggiatura, asciugando un poco il melodramma della Bronte e rendendolo più agevole alla macchina da presa.

Poi, nel maggio 1946 fece squillare il mio telefono.

Cosa mi dici di ‘L’Uomo che Volle Farsi Re’?” mi chiese a bruciapelo. Huston non amava il telefono. Gli risposi da bravo scolaro, che si trattava di una storia classica di Kipling che avevo letto da ragazzo, e aggiunsi, a mo’ di nota a pie’ pagina, che pensavo sarebbe stato un film eccezionale, se qualcuno avesse avuto il coraggio (ed i quattrini) per filmarlo.

La mia idea esattamente,” rispose lui. E procedette ad offrirmi la parte di Rudyard Kipling in quella pellicola. “I soldi li mette Paramount,” mi disse.
Non mi parve il caso di ricordargli che Kipling non compariva nella storia originale.
Non era la prima volta che Houston cercava di mettere in scena il lavoro di Kipling, ma fino a quel momento – nonostante l’adesione entusiastica di Gable e Bogart – la sceneggiatura tardava a prendere forma e rimaneva, nelle parole del regista “Flaccida”.

Fu Leigh Brackett, una graziosa giovane scrittrice amica di Bogart, che aveva lavorato con Faulkner e Hawks a “Il Grande Sonno”, a proporre Bob Howard, un autore piuttosto noto di narrativa avventurosa, famoso a Hollywood soprattutto per la sua duratura relazione con la graziosissima Eva Lamarr.

Un uomo ancora giovane, schivo e malinconico, con un paio di sceneggiature alle spalle, che declamava versi classici con la stessa facilità con la quale condivideva leggende da pioniere di uomini scotennati e stregoni pagani, e nascondeva la propria cultura sotto i modi rudi del cowboy, Bob Howard si rivelò l’ingrediente mancante per quello che venne salutato come il più grande film d’avventura della sua epoca.

Ebbi occasione di spendere parecchie ore in compagnia di quel giovane texano – che culminarono in una gita particolarmente memorabile presso la capanna del poeta californiano, Clark Smith, e tre giorni su brande nei prati, a discutere dei grandi misteri dell’universo – e di donne, a decine, a centinaia, con la sola compagnia dei coyote e di un potente moonshine che certi amici di Smith avevano distillato in quelle lande dai tempi dei pionieri – che tutto considerato non erano poi così lontani.

Howard non amava troppo gli orientali, ma ebbe modo di ricredersi in quell’occasione: Edgar Price, il consulente alle scene ed ai costumi che lo stesso Bob Howard aveva precettato dalla propria cerchia di amici, ci portò in un lungo giro lungo la costa, ci fece conoscere alcuni degli aspetti più esotici della comunità cinese di Monterey, e mangiammo dell’eccellente tao fo yuk.

Price era stato a Westpoint, e ciò ci permise di instaurare una solida amicizia al limite della complicità durante la lavorazione della pellicola; aveva una conoscenza enciclopedica di argomenti svariati, che andavano dai tappeti persiani alla teosofia, alle più esclusive istituzioni di intrattenimento per gentiluomini soli – un aspetto delle sue competenze non coperto dal contratto, ma molto apprezzato da gran parte del cast, a cominciare da Huston e Gable.

HedyLamarrApr41Howard, che io sappia, non visitò mai alcuna delle signore sul libricino nero di Price – Eva Lamarr era stata scritturata per il ruolo di Rossana, ed il signore e la signora Howard non avevano bisogno di cercare altrove ciò che il loro rapporto garantiva – evidentemente – in abbondanza.

Gli Howard e i Bogart trascorrevano insieme molto tempo fuori dal set, e le riprese de “L’Uomo che Volle Farsi Re” segnarono l’inizio di una duratura amicizia fra i due uomini, così simili per carattere, e le loro giovani consorti.

L’apporto emotivo di Bob Howard infuse nel testo di Kipling una oscurità ed una vena di nichilismo che Houston riuscì quasi miracolosamente a portare sulla pellicola senza sforzo e senza sbavature, ed alla quale si accompagnava un fortissimo afflato epico. La scena della crocifissione di Peachy all’albero del dolore, dal quale il nostro eroe emerge con la vista bruciata ma miracolosamente vivo, per narrare ad uno stordito Kipling (il sottoscritto, sempre una garanzia se c’è bisogno di recitar storditi) la storia delle imprese di Dravot, rimane una delle più potenti del cinema americano. E non sorprende quindi che il film si sia guadagnato gli ormai famosi sette Oscar nel ’47, a cominciare da quelli a Gable per il ruolo del sergente Dravot e a Bogart per quello di Peachy Carnehan.

Un’impresa inaudita, che Huston, Howard e Bogart avrebbero naturalmente bissato l’anno successivo, con la loro eccezionale versione de “Il Tesoro della Sierra Madre”, il primo film a ricevere undici nominations agli Oscar.

[da David Niven, “Bring On the Empty Horses”, Putnam Books, 1975]*

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* No, in realtà è un falso, stralciato dal mio racconto La Forma delle Cose a Venire, un’ucronia nella quale Howard sopravvive al proprio (tentativo di) suicidio, e si trasferisce ad Hollywood e sposa Hedy Lamarr**.
La storia include anche stralci sul Conan di Johnny Weismuller e sul Solomon Kane di Gregory Peck.
Ripropongo qui questo stralcio, come parte del progetto Impossible Movie di Minuetto Express.

E già che ci sono, non posso che consigliare sperticatamente il libro di David Niven – che esiste veramente, e del quale ho tentato di imitare lo stile – che è assolutamente meraviglioso.

** Sì, gli Howardiani duri e puri hanno odiato anche questo.
Un tale mi scrisse che mai e poi mai Two Guns Bob avrebbe sposato “un’ebrea”.
C’è gente con dei problemi serissimi, là fuori.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Impossible Movie Project – pagine perdute

  1. Bob Howard si rivelò l’ingrediente mancante per quello che venne salutato come il più grande film d’avventura della sua epoca.
    Fantastico…

  2. Straordinario. E anzi, emozionante. Li vedi proprio tutti questi gentiluomini sul set.
    E la battuta sul recitare storditi è da applausi.

  3. Da Howardiano invece io trovo questo brano molto bello e ben scritto. Leggendolo riuscivo ad immaginarmi il film e l’idea di Howard diventato sceneggiatore ad Hollywood è interessante.

  4. Ma favoloso! Non sapendo che cosa fosse l’IMP, ho impiegato un po’ – e per qualche paragrafo ti ho anche creduto. Rimuginando, mentre leggevo, come potessi avere ignorato fino a oggi l’esistenza di una versione precedente, e con Bogart e Gable e Niven, e diretto da Huston… 😀 Howard alla sceneggiatura was a dead giveaway, though.

  5. Chapeau, davide. Chapeau.

  6. Grazie a tutti.
    Tanto per confermare la mia pedanteria – e per aiutare quei lettori che, non conoscendo approfonditamente l’opera di Howard o quella di Huston, potrebbero trovarsi disorientati – vorrei far notare che Huston progettò davvero una versione con Bogart, Gable e Niven del racconto di Kipling, ma non riuscì a realizzarla per cronica mancanza di fondi.
    Dovette quindi ripiegare, anni dopo, su Connery, Caine e Plummer.
    Direi che non gli andò poi così male.

  7. Questo si che si chiama andare “above and beyond the call of duty”! Eccezionale, davvero. Un altro film che suona dannatamente bene su carta, ma che la storia ci ha negato… grazie per aver partecipato, Davide!

  8. I wish I could understand your blog 🙂 It looks really cool! One day I’ll learn Italian just to understand it :D!

    Your friend,
    Lucas

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