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La natura transitoria dei fan

14 commenti

webradioPrendo l’avvio per questo post da un fatto che ha poco peso per i lettori di questo blog – dopo un anno di attività, una web radio che trasmette musica giapponese, e che seguo da qualche tempo, rischia seriamente di chiudere.
Per accordi contrattuali, la radio viene ospitata su un server francese, a condizione che riesca a garantire una media minima di ascolti giornalieri.
Nelle ultime settimane, gli ascolti hanno subito una flessione drastica, mettendo seriamente in pericolo la sopravvivenza di questa piccola radio via web.

Ora, davanti ad una cosa del genere, le persone coinvolte nella gestione della radio si sono poste la domanda di cosa sia cambiato.
Si tratta dei famigerati algoritmi di Google che i blogger amano odiare?
No.
Si tratta di una variazione del programma che ha in qualche modo allontanato gli ascoltatori abituali?
No – anzi, negli ultimi mesi, i programmi sono stati ritagliati sulle richieste degli ascoltatori attraverso sondaggi e commenti sul blog della stazione.

E allora, cosa?
Io mi occupo di statistiche.
Io leggo i dati, ricavo ipotesi.

La causa principale sembra essere una interruzione di circa 36 ore del servizio, dovuta a problemi di server, verificatasi poche settimane or sono.

Ciò che è accaduto è che gli ascoltatori, non trovando la radio in linea, ne hanno semplicemente cercata un’altra, e non sono più tornati.

Forse la sorella, ma certo non un click sul pulsante di condivisione.

Forse la sorella, ma certo non un click sul pulsante di condivisione.

Non solo – il passaparola fra appassionati non ha funzionato.
Ci sono state pochissime condivisioni, minime segnalazioni su forum e social media – se non quelle faticosamente organizzate dai collaboratori e gestori della radio.
Insomma – un sacco di gente si diceva entusiasta, seguiva con (ipotetica) passione, ma al primo problema se n’è andata, e conunque non ne aveva mai parlato in giro.

Ma c’è di più – alcuni dei picchi negativi corrispondono proprio alle ore nelle quali si trasmettevano i programmi richiesti dagli ascoltatori.
Ai quali sostanzialmente non interessava ascoltare i brani richiesti – a loro bastava che la loro richiesta fosse stata esaudita.

A complicare le cose, c’è poi il fatto che una radio via web vive di pubblicità e merchandise – due voci che sono rimaste a secco.
Il pubblico non solo non compra la maglietta o non clicca sulla pubblicità, ma rifiuta addirittura di scaricare il materiale promozionale che i musicisti regalano – singoli in formato mp3, mix, foto.

Si tratta, io credo, di una istanza particolare ed estrema del silenzio della rete del quale abbiamo già parlato.
I fruitori del servizio non sono interessati a dare feedback, a supportare attivamente chi il servizio lo fornisce.
In questo caso, va a gambe all’aria una radio, e sembra che il problema sia stato quello di fare affidamento su un pubblico di nicchia, costituito da fan, che si sono dimostrati in ultima analisi privi di lealtà ed inaffidabili.
E la cosa non mi sorprende.

Ecco, ora, vorrei usare tutto questo cataclisma statistico per riflettere sulla natura dei fan, e soprattutto sul crescente fenomeno – probabilmente favorito dalla rete – del potere dei fan, il potere reale ed il potere percepito.

Ho sempre sostenuto – e devo ancora trovare qualcuno che mi dimostri che sbaglio – che il principale problema del fan è che il fan si sente proprietario dell’oggetto della sua venerazione.
Se si tratta di fanatismo per un personaggio pubblico – un attore, un cantante – allora il fan si considera in rapporto speciale e intimo con il personaggio.
Se si tratta di fanatismo verso un prodotto – un libro o una serie di libri, un film, un telefilm, un fumetto – il senso di possesso dei fan può arrivare a scavalcare anche figure “marginali” quali l’autore, il creatore o il produttore dell’oggetto in questione.
Questo li rende particolarmente indifferenti all’intermediario – per cui si arriva al paradosso che non importa se chi fornisce l’oggetto della venerazione muore (metaforicamente), purché esistano altre fonti alle quali alimentare la venerazione.

La rete ha amplificato questo primo problema, fornendo ai fan uno strumento attraverso il quale fare massa critica e, sempre più spesso, venire condizionati dai cosiddetti influencers*.
Come si esprime la massa critica?
Beh, un esempio classico viene proprio dalla radio online che chiede al pubblico se desideri uno special sul gruppo X o sul gruppoY.
I fan del gruppo Y possono drogare il sondaggio – coinvolgendo amici parenti e conoscenti – creare una impressione di interesse in realtà eccessiva, e poi disattendere le attese.
Hanno votato in mille, ma solo in 10 hanno ascoltato il podcast.

smofGli influencers di solito hanno gioco facile coi fan – e fin che dura possono usare la propria posizione per legittimare il proprio stato e proseguire nellapropria scalata al sistema.
Ma la scelta dei tempi è critica – la fede del fan è una fede fragile, e il fan è rapido nel cambiare gusti, interessi, piattaforme, referenti.
Il consumo dei media è bulimico, l’usura delle novità rapidissima.
In cima alla piramide alimentare, la competizione è feroce e spietata.

Paradossalmente, la crescita dei potenziali contatti, l’arricchimento delle fonti relative alle nostre passioni, e l’enfasi all’aspetto sociale dell’esperienza online, hanno condotto a sistemi chiusi ed autoreferenziali, nei quali non si approfondiscono gli argomenti e si scelgono posizioni dogmatiche, nei quali l’interazione sociale è minima e limitata e quantomai unidirezionale.
È come se un modello di mercato avesse comunque il sopravvento – protezionistico, monopolistico, aggressivo, stupido.

E così muoiono le radio online.
Chiudono librerie e case editrici.
Riviste e webzine si accartocciano in fiamme.
E l’orda dei fan, come lemming, continua a correre verso la scarpata.

———————————–

* riguardo ai quali, vi rimando ad un solido post del mio vicino di cella Alessandro Girola.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “La natura transitoria dei fan

  1. Non avrei dovuto leggere questo post prima di andare a dormire, mi ha messo addosso una tale tristezza. Ci dormirò su, e domani vengo a chiacchierare qui sotto di questo silenzio.

  2. Rieccomi 🙂 forse esagerato nel parlare così, ma sono convinto che il fan/lettore di blog sia una figura in via d’estinzione. L’utente medio del web ormai si ferma su una pagina web solo per ottenere ciò che gli serve, non percepisce il valore di chi ha offerto quel contenuto.

    In pratica chissenefrega di un blog (o una radio) che muore se ce ne sono altre migliaia? Ma non solo: chissenefrega dell’opinione del blogger su un dato argomento? L’interesse al dialogo sembra scomparso del tutto.

    Non so se esiste un modo per combattere questo cinismo informatico.

  3. Davide, molti sono incapaci di usare la funzione “segnalibro”, dico sul serio. Per cui non riescono più a trovare un sito sul quale, magari, hanno letto un articolo che hanno giudicato interessante…

    Comunque l’episodio citato mi suona familiare, già sperimentato su altri siti e i commenti che posso fare a riguardo sono tutti negativi e incazzati. Per cui, scelgo di censurarmi. ^^

  4. Non per infierire… ma questa webradio non si è meritata nemmeno un link? 😉

  5. Temo che il problema sia l’ansia di trovare continuamente novità ed emozioni più forti. Ciò che impedisce di eleggere qualcosa – una radio, un artista, un blog, un autore – a preferito, continuando a correre in tondo, cercando il prossimo brivido. Ma quest’ansia non credo possa essere attribuita in toto alla struttura della rete, ma credo nasca da qualcosa di più profondo, qualcosa che immagino o temo abbia a che fare con la situazione di molti giovani. Manca l’interesse al dialogo? Certo, chissenefrega, dal momento che il mondo se ne fotte di me. La situazione sgradevole di un paese che teme di avere i giorni contati e nel quale tutti corrono come mosche impazzite, sbirciando i giornali, dando un’occhiata alla TV e correndo su internet. Non penso, però, possa essere una tendenza senza fine. Ne riparliamo tra qualche mese, magari, sperando che non ci siano presto altre elezioni.

  6. @Engelium
    Il link è qui sul mio blog da oltre sei mesi e non è stato MAI cliccato.
    Se lo avessi messo nel post, generando magari un picco di visite, l’ironia della cosa mi avrebbe ucciso – ed ho preferito evitare il rischio.

    @Tutti
    La situazione è complessa ed avvilente.
    Ci tengo però ad osservare che, pochi minuti dopo la pubblicazione di questo post, nel quale non si fa il nome della radio e non si fornisce link, persone che non hanno MAI segnalato su social network le iniziative della radio in questione, hanno retwittato garrule la notizia della potenziale chiusura.
    Che impressione devo ricavare dei fan?
    Ecco, appunto.

  7. Esempio spiccio e avvilente: sul mio blog vengono cliccati i banner e le icone in alto. Quelle a metà pagina ricevono poche visite, quelle più in basso zero, o poco più.
    Livello di attenzione medio per i visitatori di Plutonia: scarsissimo. Se non ricordo loro questa o quella iniziativa, avviata magari solo cinque/sei giorni prima (giorni, non mesi!), tendono a dimenticarla immediatamente.

  8. Ok ho visto il link. Secondo me non è stato mai cliccato perché è il penultimo in basso, subito prima di Robert Culp con la pistola.
    Lì non è “colpa” di nessuno … tua o dei fan: il link è nel posto sbagliato. Un mio amico che fa webqualcosa mi ha detto che al massimo l’utente legge due scroll e basta.
    E’ che la gente di oggi, avendo un sacco di input da fonti diverse (cellulari, whatsapp, tablet, macchine parlanti, eccetera) tende ad assorbire più info possibili nel minor tempo possibile e a dare feedback zero, semplicemente perché non ha o non vuol perderci tempo.
    Ergo, c’è la webradio giapponese e uno ci si collega quando lavora o scrive o quel che l’è; poi la webradio non trasmette per un giorno e l’utente cambia radio e non torna più. Nel senso: è così. Io e il socio stiamo “studiando” come far radio da uno speaker/regista radiofonico di una radio di Monza; ci ha detto che la prima cosa (ovvia) che bisogna evitare è che l’ascoltatore, per qualsiasi motivo, cambi stazione. Altrimenti ci mette nonmiricordoquante ore a tornare sulla vostra radio. O in alcuni casi non ci torna più.
    Brutto a dirsi e a sentirlo, lo so. Come è brutta la possible fine della radio giapponese.
    E allora uno smette di scrivere o di far radio?
    No, uno continua e lo fa per se stesso e anche per i fan, il pubblico, quel che l’è, anche se ci sembra ingrato.

    Saludos!

  9. non credo ci sia nulla da aggiungere alla risposta di Marcello … effettivamente credo sarebbe stato strano se qualcuno lo avesse cliccato… persino il banner, qualora l’utente arrivasse a fondo pagina (la sidebar arriva molto più in basso di quasiasi post+commenti medio), non ha niente che attirerebbe l’attenzione …

  10. Leggendo alcuni commenti viene da domandarsi dove sia finito il dono della curiosità, ovvero una delle molle fondamentali dell’apprendimento. Forse tutti quegli input senza una forma di organizzazione finiscono per dare una soddisfazione bulimica, una sorta di rumore bianco che copre tutto.

  11. @Angelo
    0 click parlano chiaro, c’è poco da argomentare IMHO 😉

  12. @engelium @Davide

    In effetti, dopo aver letto l’articolo di Dave, ho cliccato sul link della web radio, facendo un sacco di scroll verso il basso. Mi sono detto: “La musica giapponese a pelle non mi piace, ma l’ho mai ascoltata? Qui ne ho la possibilità, dunque vediamo”.
    Beh, alla fine ho ascoltato un paio di canzoni – devo ammetterlo – mi hanno fatto schifo, ma ringrazio Dave di avermi dato almeno la possibilità di provare ad ascoltarle.

    Saludos.

  13. Marcello, chi è Dave, che non ho il pingback al suo articolo?

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