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La storia dei mandriani e del fienile

7 commenti

Un post strano, questa notte, ispirato da un sacco di cose diverse, ed alimentato dall’insonnia che accompagna una pessima infreddatura.
Non garantisco nulla sulal coerenza.

lonesome doveComplici le trasferte e l’insonnia, in questi giorni ho ripreso in mano Lonesome Dove, di Larry McMurtry.
Come ho già raccontato, avevo un amico che lo rileggeva ad anni alterni, ed anch’io comincio a fare altrettanto.
Il fatto è che c’è tanta di quella roba, fra queste due copertine, che è davvero grande, tornarci in momenti diversi.

E un giorno dovremo discutere di come questo romanzo annienti tutte le buone regole degli adoratori del Manuale, fregandosene di cose come la costanza del punto di vista, il dannato infodump e lo shodontell e tutte quegli altri accorgimenti elementari che i dilettanti amano presentarci come indispensabili e imprescindibili.
Lonesome Dove annulla le regole, ed è scritto benissimo.
Dovremo parlarne.

Ma al momento quello che mi interessa maggiormente è quello che viene genericamente chiamato – spesso in tono ironico – “cowboy zen”.
I mandriani di McMurtry, nell’incarnare certi ipotetici comportamenti, vivono in una condizione che non è poi dissimile da una condizione zen.
In particolare, Call e Gus, i due protagonisti principali, incarnano bene i due aspetti centrali dello zen – quello serioso e quello giocoso (ma è più complicoato di così).
E questo è solo l’inizio.

L’idea di fondo, insomma, è che i vecchi mandriani di McMurtry – e tutti gli altri, se erano abbastanza fortunati – fossero sostanzialmente più felici di noi perché in maggior sintonia con la propria realtà, meno gravati da complicazioni inutili, meno separati dai loro simili.
C’è un’idea di condivisione, in Lonesome Dove, che non è tanto materiale quanto emotiva.

Ora, McMurtry è un asso, e scrive una storia in cui compaiono decine, centinaia di istanze alle quali agganciarsi per approfondire l’idea qui sopra – ma un sacco di narratori meno dotati l’hanno esplorata, questa idea, con una scena che è un piccolo classico della cinematografia western, ed è diventata ormai un pezzo standard della retorica americana.
La scena della costruzione del magazzino o del fienile – nella quale la comunità si riunisce, ciascuno contribuisce, e le tensioni possono sbocciare ed appianarsi in un ambiente controllato.
Da Sette Spose per Sette Fratelli a Witness, la scena della costruzione del fienile è lì per sottolineare l’importanza della comunità.

WITNESS

E se avete presente, ora c’è quella trasmissione TV in cui una famiglia valutata “meritevole” si vede ricostruire la casa da orde di volontari in tempi record, e poi grandi piani, abbracci, urla e volemose bene.

Ora, si tratta certamente di una trasmissione TV, costruita a tavolino e biecamente manipolativa – una fiction, a tutti gli effetti, il cui scopo principale è intrattenere facendo leva sui buoni sentimenti.
Tuttavia, noi siamo fatti delle narrative che ci raccontiamo – ed una narrativa che ruota attorno alla comunità che unita lavora per costruire qualcosa è una narrativa potente.

Il che mi porta, in maniera quantomai circolare, al post di ieri del mio vicino di cella Alessandro Girola, che chiudeva una serie di considerazioni piuttosto amare con…

Deridiamo il vicino di casa che si mette in testa, che ne so, di lasciare un lavoro co.co.pro per vendere gelati porta a porta, o per campare scrivendo libri digitali di cucina. “Non ce la farà mai“, diciamo, quasi compiaciuti. Poi però ci chiudiamo in casa con quel crescente senso di disagio, con quella sensazione che le luci sopra le nostre teste siano sempre più vacillanti, prossime a spegnersi, magari senza preavviso.

Ecco – noi il fienile tutti insieme non lo costruiamo più.
Non solo – ci urta se qualcuno prova a costruirselo, ci offende se qualcun’altro prova ad aiutarlo, e se per disgrazia ci riescono, diavolo, ci fa infuriare!
Eppure apparteniamo ad una cultura che ha fra i suoi capisaldi l’ideale dell'”italiano brava gente” – un popolo che è emerso dagli orrori di una guerra orribile con la solidarietà e la collaborazione.
Quand’è che abbiamo eliminato dalle nostre narrative questi elementi?
Quand’è che abbiamo cominciato ad essere troppo distaccati e blasé per crederci?
Quand’è che abbiamo cominciato a considerare la felicità degli altri una minaccia alla nostra felicità?

Perché poi, alla fine, che siano dei vecchi mandriani che condividono le provviste e le proprie storie, una popolazione di bifolchi che collaborano per costruire un fienile, i volontari pompatissimi di una trasmissione TV o i nostri nonni che si stringevano gli uni agli altri nei rifugi mentre fuori cascavano le bombe, il punto era quello, giusto?
Ammettere l’identità di tutti e ciascuno.
Essere felici per la felicità degli altri.

Forse non sarebbe così difficile tenere accese le luci, se solo ricordassimo come si fa.

Perché sarebbe davvero orribile se sulla nostra lapide dovesse esserci scritto solo “E tanto a me chemmefrega?”

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “La storia dei mandriani e del fienile

  1. Il bello è che qui i tanti sociologi da due lire se la menano tanto con la storia degli “italiani brava gente”, magari deridendo, che ne so, gli americani, troppo individualisti.
    Sarà, ma intanto negli Stati Uniti viene riconosciuta la meritocrazia. Viene perfino stimata. Se qualcuno ha una buona idea può mostrarla al prossimo e ricevere in cambio complimenti e magari anche quattrini.
    Senza parlare di quel senso di appartenenza a una casa comune, che può dar fastidio perché sa un po’ di stucchevole nazionalismo, ma che senz’altro aiuta un paese a stare in piedi nei momenti difficili.
    Qui da noi siamo invece ancora ai campanilismi feroci. Brescia contro Bergamo, Pisa contro Livorno, Reggio contro Messina etc. Solo che negli ultimi decenni il campanilismo è diventato feroce e ha raggiunto un livello di tutti contro tutti, vicino contro vicino. Qualcosa alla Ballard, insomma.
    Inquietante…

  2. Mi chiedo se la situazione possa essere recuperabile un giorno. Nonostante l’eredità lasciata dai nostri “mandriani” siamo riuscisti a slegarci dallo spirito collaborativo. Riusciremo a fare dietrofront? Spero non sia necessario una situazione peggiore di quella attuale, che sembra averci solo incattivito.

  3. “Quand’è che abbiamo eliminato dalle nostre narrative questi elementi?” Pasolini avrebbe detto: negli anni ’60.

  4. Immagino tu conosca il fenomeno del social housing; è un’idea tanto semplice quanto devastante delle logiche di mercato, funziona, eppure qui stenta moltissimo o è declinata quasi sempre in gruppi “alti” come condizione sociale. La trovo una foto perfetta della situazione.

  5. “Ecco – noi il fienile tutti insieme non lo costruiamo più.
    Non solo – ci urta se qualcuno prova a costruirselo, ci offende se qualcun’altro prova ad aiutarlo, e se per disgrazia ci riescono, diavolo, ci fa infuriare!”

    Ci stiamo privando addirittura dell’idea di costruirlo, uno di questi maledetti fienili.

    I discorsi sono i soliti: -troppa fatica, e per cosa? Per poi dividerlo con gli altri? Pure con quel maledetto vicino che ha piantato un chiodo in meno di noi, magari.
    Se qualcuno mi propone di costruirlo, è perchè di sicuro mi vuole fregare in qualche modo… e in ogni caso non servono queste cose, ci sono cose più importanti a cui pensare. Se uno ha simili idee o addirittura le mette in pratica, vuol dire che non ha nulla da fare, che vada a lavorare-.

    Che poi non è che la collaborazione risolva tutti i problemi, ma se proprio devo stare male, meglio soffrire insieme piuttosto che soli come cani.

  6. Non conosco questo libro ma ho ben chiara la faccenda del “goodneighbors”, il buon vicinato che tanto mi piaceva nei film western di un tempo. Forse un po’ restrittiva a guardare meglio e dettata dalla necessità della sopravvivenza più che da alti ideali. Eppure funzionava. Perchè ci si riconosceva nell’altro,nei valori e nella cultura comune. Anche da noi, nelle piccole comunità c’era e forse ancora oggi c’è un po’ di questo solidarismo di prossimità. Altra cosa e ben più difficile da avere è la solidarietà allargata …

  7. Sarebbe il caso di riscoprirlo perché è l’idea che ha portato la nostra specie ad essere la più diffusa sul pianeta: lavorare non tanto per noi stessi, ma per la comunità (più o meno ampia a seconda della sensibilità personale), non tanto per il tempo presente, ma per quello che si lascia alle generazioni future

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