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L’occhio del padrone ingrassa il cavallo

13 commenti

India_Himalayas_Manali_BusMentre voi leggete questo post, io sono da qualche parte fra Alessandria ed Urbino, per l’ennesima trasferta.
Dieci ore di treno – tra andata e ritorno – due ore di corriera, una corsa in taxi e una in pulmino, una notte in collegio, una cena da qualche parte, un boccone domani a pranzo (probabilmente) al bar della stazione di Pesaro.
E lì in mezzo, un po’ più avanti, un po’ più indietro, un’ora di lezione da seguire.

Sta diventando pesante.
Non solo dal punto di vista economico (com’è che mi siedo in taxi, e fanno già 3 euro e 70?) ma anche dal punto di vista della fatica – che non viene certo aiutata dalla cattiva salute che negli ultimi due mesi mi ha perseguitato.
E poi si spezza il ritmo, si spezza la settimana.
E trattandosi di lezioni fuori calendario, non è possibile programmare le proprie attività con più di una settimana di margine – per quel che ne so, domani potrei scoprire di dover essere nuovamente a Urbino lunedì.

E in tutto questo, mi trovo a riflettere su quanto sarebbe facile gestire le lezioni che devo seguire attraverso semplici videoconferenze.

Grossomodo con ciò che spendo per una trasferta (nell’arco di un anno ne sono previste non meno di otto), sarebbe possibile acquistare l’hardware – una webcam, un microfono direzionale, un hard-disk da dedicare solo allo stoccaggio dei dati.
Considerando che le lezioni sono già presentate sotto forma di power-point da PC, basterebbe attivare un semplice programma di condivisione…*

BigBlueButton, per dire, non pare male: fornisce opzioni di registrazione e playback, lavagna condivisa, software di presentazione, desktop sharing, supporta webcam e voip…
È open source e non sembra richiedere un diploma in tecnica audiovisiva per essere utilizzato.

Sarebbe una passeggiata – docenti e studenti concordano un’ora, si connettono, discutono, condividono, e poi possono persino scaricarsi una copia della lezione.
Bello liscio.

Distance_Learning

Ma c’è questo freno – lo stesso, immagino, che frena la diffusione del telelavoro**.
Se non mi vedono lì, seduto al banco, a prendere appunti con la mia biro sul mio notes, rimane il dubbio che io non stia seguendo sul serio.
E poi, e poi…
Chessò, potrei essere in calzoni corti e canotta, magari nel cortile di casa, magari con una bella coppa di gelato, o un tot di donnine discinte (capita, sapete, quando si lavora in remoto…) – anziché essere concentrato e coinvolto, seduto su una sedia scomoda, circondato da rudi geologi.
auckland-universityE se il in cui devo trovarmi è a cinquecento chilometri da casa, in un posto mal servito dai mezzi pubblici, e mi obbliga a buttare trentasei ore per ogni ora di lezione…
Beh, in fondo non sarà poi questa gran cosa, no?

Intanto, nelle serate libere, seguo lezioni da Stanford, dal MIT, dall’Università di Aukland.
Posti che, oltretutto, sarebbero forse più divertenti da visitare della stazione di Pesaro.

Comunque, ci si vede domani in serata.
Spero.

————————————————————–

* Ho una mezza idea di farmi un salvadanaio, e alla fine del mio lavoro a Urbino, coi quattrini risparmiati donare all’ateneo tutto il necessario per fare corsi in remoto.
Sarebbe un bel gesto, credo.

** Ricordo un amico al quale, alla proposta del telelavoro, il principale disse “Noi ti paghiamo per stare in ufficio otto ore al giorno”.
L’importante è avere le idee chiare.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “L’occhio del padrone ingrassa il cavallo

  1. in Italia il concetto di lavoro (come tanti altri, del resto) è antiquato, ottuso e spesso ipocrita, poco da dire.

  2. “Noi ti paghiamo per stare in ufficio otto ore al giorno” – in questa frase si riassume un’intera civilizzazione. Una civilizzazione votata al crollo, e sarà una roba che neanche la caduta dell’impero romano.

  3. Dillo a me.

    Io lavoro nel fantastico mondo dell’IT Italica. Mi sobbarco 58km di pendolarismo, che inganno con la musica, i libri e i corsi di coursera.

    Confermo: ci sarebbero le infrastrutture per fare gran parte del lavoro da casa.

    L’ho chiesto. Banalmente, la risposta è stata: “dobbiamo controllarti”.

  4. Se non marcisci in un ufficio insieme a dei colleghi che in situazioni normali non frequenteresti per nessun motivo al mondo, beh, se così non è, non puoi chiamarlo lavoro.

  5. Io sono d’accordo con te. E’ maturo il tempo per l’insegnamento a distanza e potersi rivedere le lezioni è senz’altro un motivo in più per augurarci che succeda presto.

  6. controcorrente, as usual.
    “Noi ti paghiamo per stare in ufficio otto ore al giorno” no, questo no. però ci sono degli sviluppatori che lavorano per la mia azienda: scrivono il codice, in parte lo testano, poi ricevono i feedback dei veri tester (funzionali e di ergonomia) e lo correggono (a volte a più riprese).
    ce n’è uno bravissimo che vive a cagliari, e si dovrà trasferire qui a torino perché se ogni volta che qualcosa non va dobbiamo attaccare teamviewer, con tutti i rallentamenti di linea, e mettersi d’accordo prima, e il fatto che mentre usi teamviewer non lo puoi usare tu, il tuo computer; e poi ci sono le riunioni via skype che, dimmi quello che vuoi ma non è come guardarsi in faccia (per esempio è molto più complicato parlare contemporaneamente), i tempi si allungano e la produttività scende senza nessun cazzo di motivo.
    ha fatto un mese qua, in sede: questo non va’, fa’ vedere, capito, risolto. in un mese a contatto abbiamo lavorato come tre mesi a distanza, se non di più.
    aggiungici pure le chiacchierate apparentemente di cazzeggio e i pranzi insieme in cui si finisce a parlare comunque di lavoro o di argomenti correlati (ma non solo): ci sono studi che spiegano perché per il travaso di conoscenze all’interno dell’azienda è meglio se si lavora fianco a fianco. e non è un caso che né google, né yahoo (una decisione della cui ceo contro il telelavoro ha fatto molto discutere, quest’anno), né moltissime altre aziende preferiscono la via “in presenza”.
    quindi, con tutti i caveat del caso (lezione vs. lavoro/attività laboratoriale, ad esempio, necessità di lavorare in team, capacità di creare ambienti di lavoro piacevoli), non diciamo stronzate e non facciamo il qualunquismo tecnosantificatore che va tanto di moda oggi: il lavoro è lavoro (e non piacere: non stai in ufficio per stare in compagnia di qualcuno ma per fare qualcosa) e il lavoro in presenza è incredibilmente più produttivo di quello da casa.

    ma, aspetta, giro anche la questione.
    perché prima di fondare una società ho anche lavorato, sia a casa che in ufficio, per l’Italia e per gli USA. e, a casa, lavorare è una merda: sei più libero? sì, di lavorare di più senza essere pagato: devi cucinare (e quindi fare la spesa più frequentemente o impiegare più tempo quando la fai), lavare i piatti, pulire, occuparti delle piccole incombenze domestiche (che se hai dei figli si moltiplicano e ingrandiscono) e ti riduci a dedicare al lavoro (per cui vieni pagato) le serate, invece di rilassarti e metterti in condizione di lavorare meglio.

    no, no, il tuo caso è a parte: finché fai lezioni sarebbe sacrosanto poterle seguire in telepresenza, ma spostare la questione dalla formazione al lavoro è una stupidaggine.

  7. aggiungo una chiosa: si obietterà: certo stai al lavoro per fare qualcosa e non per stare con qualcuno, ma se non hai bisogno di nessun altro per fare il tuo lavoro?
    bong. vorrei degli esempi di lavori che si fanno in totale isolamento, senza input e senza la necessità di sapere come funziona il resto del sistema indipendentemente dalla propria porzioncina.
    di questi lavori, vorrei sapere quali possono essere fatti senza conoscere nessuno di quelli che lavorano nello stesso sistema (perché, anche quando svolgevo funzioni amministrative, in effetti conoscere la persona che aveva redatto un certo documento mi aiutava a capirlo meglio).
    infine, dei lavori restanti, è opportuno isolare quelli che non si rinnovano mai per capire quali sono i sistemi in cui, in effetti, non è necessario alcun tipo di travaso delle conoscenze tra “collaboratori/colleghi”.
    ecco, a quei lavori tutto il mio discorso non si applica, sono disposto ad ammetterlo (e magari salterà fuori e sono io che, per mia fortuna, vivo fuori dal mondo).

  8. La traduzione di antichi testi sumeri che inducono alla follia, all’evocazione del Male nei boschi ed alla comparsa dei dediti.
    Si fa in assoluto isolamento.
    Non serve neanche il computer – basta un registratore a nastro.

  9. azz, hai ragione.
    e, in questo caso, il effetti il datore di lavoro potrebbe avere un buon motivo per starsene lontano…

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