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La professione del traduttore

23 commenti

Questa è una storia vera – solo i nomi sono stati cambiati (o eliminati del tutto) per proteggere gli innocenti.

In questo post parleremo di lavoro, di numeri, e di soldi.
Non necessariamente in quest’ordine.
Questo è un pork chop express.

San Girolamo, patrono dei traduttori

San Girolamo, patrono dei traduttori

Mi contatta un piccolo editore per una proposta di traduzione.
Se sono interessato a tradurre un romanzo per loro, potrei dare la mia disponibilità e poi fare un piccolo saggio di traduzione, una dozzina di pagine, per vedere se sono in gamba davvero.

Ora, già la questione del saggio mi lascia un po’ così, ma è vero – viviamo nel paese del millantato credito, quindi può anche starci.
E poi, non son più i tempi in cui un editore, con venti provini di dodici pagine ciascuno, si faceva tradurre gratis un romanzo da venti traduttori diversi.
Non succede più, certamente.

Resta il problema – sono disponibile alla traduzione?
Coi tempi che corrono, che diamine, è un lavoro, certo che sono disponibile.
Però, beh, vorrei sapere che romanzo è, quanto è lungo, e se ci sia una scadenza per la consegna del lavoro…
Ok, io mi impegno, ma poi, cosa dovrò tradurre?
Un romanzello avventuroso che si traduce da sé in due settimane, o un bel romanzone sperimentale che mi inchioda alla tastiera per otto settimane?
50.000 parole, o 500.000?
Non tutti i lavori di traduzione sono uguali.

Ma queste sono informazioni riservate – le saprò solo nel momento in cui prenderò l’impegno di tradurre.
Il che comincia a essere complicato – devo impegnarmi a fare un lavoro senza sapere di che lavoro si tratti, di quanto tempo mi richiederà, e quanto tempo io abbia a disposizione*.

E c’è poi la questione soldi, naturalmente.
Il prezzo si calcola di solito o sul tempo o sul numero di parole o pagine – e poi bisognerebbe discutere la modalità di pagamento, magari un anticipo se è un lavoro lungo…
E così scopro che – qualora io fossi disponibile, e qualora mi dimostrassi abile nel tradurre quelle dieci/dodici pagine, il lavoro mi verrà pagato con un 5% sulle vendite, ogni sei mesi.

San Giuda, patrono delle cause perse

San Giuda, patrono delle cause perse

Sia chiaro, ho già lavorato per royalties in passato – ma il mio editore americano, in quel caso, mi dava (e mi versa ancora, in effetti, ogni sei mesi) il 30% sulle vendite, seppur scarsine, di un libro che però si vende a 50 dollari.
Ora, in che ordine di grandezza posso quantificare il mio 5%, in questo caso?
Ho idea, in questo caso, del prezzo al quale verrà venduto il libro, e quante copie spera di vendere l’editore nei primi sei mesi (perché son quelli, i mesi critici)?
No.

Però un giro sul catalogo online del mio potenziale cliente mi rivela che i suoi libri viaggiano sui 15 euro, in media.
Ma ce ne sono anche da 5 euro.
Però, diamo per buoni i quindici euro, e facciamo delle ipotesi.

Ipotizziamo che il romanzo in questione sia un’affare di 60.000 parole, relativamente facile da tradurre, ma che mi impegnerà a tempo pieno per un mese.
150/200 ore di lavoro.
E supponiamo che si venda a 15 euro.
Da quei quindici euro, prima di calcolare la mia percentuale, devo detrarre la percentuale del libraio se il libro è cartaceo, le spese e le tasse.
Per cui, diciamo che potrei ambire al 5% di 8 euro. – probabilmente meno, ma stiamo larghi e diciamo 8 euro.
Che fa 40 centesimi di euro a copia.

Ora, quante copie verranno vendute nei primi sei mesi?
Chiaro, questo dipende dal libro (che pubblico ha), dalla distribuzione, dalla pubblicità, da un sacco di cose.
Qualora il libro dovesse vendere 10 copie, il mio mese di lavoro mi frutterà 4 euro, che mi verranno versati dopo otto mesi almeno dalla consegna del mio lavoro finito (contando due mesi di tempi tecnici, più il primo semestre di vendite).
4 euro – il prezzo di una coppa gelato.
Per 100 copie potrei aspettarmi, coi medesimi tempi, 40 begli euro croccanti a copertura delle mie 200 ore di lavoro.
40 euro – cena per due in pizzeria, o dal cinese.
E per 1000 copie (che è un gran bel numero, per un piccolo editore), i 400 euro vorrebbero comunque dire essere pagati circa due euro l’ora, otto mesi dopo la consegna del lavoro.
Non ci si sputa sopra, ovviamente – ma è un gioco d’azzardo, ed oltretutto giocato “al buio” (non ho idea del potenziale di vendita di ciò che mi si chiede di tradurre).

Naturalmnte, un compenso ragionevole per una traduzione come quella che stiamo ipotizzando, si aggirerebbe comunque almeno sul doppio di quella cifra.
Certo, col sistema delle royalties ogni sei mesi riceverei un pagamento, per l’eternità… per cui è possibile, qualora il romanzo misterioso riuscisse a fare 1000 copie l’anno, tutti gli anni, io riceverei 200 euro ogni sei mesi come compenso.
Nel complesso, una cifra ragguardevole, ma spalmata su tempi lunghissimi.

Ma tutti questi sono numeri ipotetici – e se il romanzo venisse messo sul mercato a 5 euro?
Potrei contare su qualcosa come 5 o 6 centesimi a copia venduta?
E se non vendesse nulla?
Può succedere – e io avrei lavorato gratis.

slave-labor.-photo-by-mrbenthompson1Quindi, ricapitolando – mi si offre di sostenere un esame, per avere la possibilità di impegnarmi a fare un lavoro di cui non so nulla, in tempi imprecisati, a fronte di un pagamento non quantificato, spalmato su un periodo di tempo indefinito.
Vogliamo parlare di rispetto per le mie capacità professionali?
O più semplicemente, della dignità del lavoro?
Tutto questo è indecente.

Ed il fatto che l’ipotetico editore si possa giustificare con il classico “Nessuno ti obbliga ad accettare” è semplicemente un’aggravante.

C’è solo una cosa più indecente di questa – ed è il fatto che questi signori troveranno sicuramente qualcuno che accetterà le loro condizioni.
E non posso sindacare sui motivi, certamente serissimi, che porteranno questa persona ad accettare.
Ma non posso ignorare il fatto che finché qualcuno accetterà simili condizioni, non potremo mai ambire ad una dignità professionale di alcun genere.
Né ad un compenso commisurato alla competenza messa sul piatto.

————————————

* Talvolta i committenti hanno pretese ridicole – non per malvagità., ma perché non conoscono il lavoro.
A dicembre mi è stata proposta, in perfetta buona fede, una traduzione tecnica di 250 pagine, da fare “con comodo, anche in due settimane.”

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

23 thoughts on “La professione del traduttore

  1. Quando ero ancora iscritto all’università facevo traduzioni (scientifiche) dal tedesco a un prezzo economico anche se non troppo, visto che non erano traduzioni dal dialetto canavese. La richiesta era ridotta, ma esisteva, del genere di tre o quattro traduzioni/anno alle quali aggiungevo qualche traduzione dall’inglese e tutto sommato sopravvivevo. La cosa comica era la convinzione di non pochi soggetti che tradurre da una lingua sia tutto sommato una sinecura, un lavoretto, una cosa da sbrigare velocemente. A qualcuno ricordo di avergli proposto di prestargli il dizionario di tedesco in modo che potesse provvedere da sé, visto che il lavoro era tanto facile. Il peggio è stata una traduzione di sei pagine di un testo tecnico fatto per conto di mio padre, pagato con qualche “ma non hai ancora finito?”. Mai far sapere in famiglia che sai tradurre qualcosa. Quanto al panorama dell’editoria italiana, semplicemente si tenta di fare i libri senza pagare i traduttori. Con gente che, in sostanza, non capisce nulla di più e di diverso da chi ti diceva: «Beh, sono 20 pagine di tedesco di endocrinologia, facciamo un forfait di 50.000 (lire)?»

  2. Sono affascinata dal carattere riservato di un’informazione sensibile come le dimensioni del libro…

    E non ti hanno detto che per questa volta la cifra è bassa, ma è solo un inizio in vista di lunghe e redditizie collaborazioni future? A me una volta è capitata una docente universitaria che richiedeva la traduzione degli atti di un convegno prima di subito, poco meglio che gratis e “a un livello più che eccellente, mi raccomando.” (Ovvero: implico che tu di solito lavori così così, ma questa volta…) Perché non c’erano soldi, ma in futuro, se fosse stata contenta di me e si fosse presentata l’occasione, “con lei si facevano cose interessanti.”

    E quando le dissi grazie – ma no, grazie, la risposta fu che non avevo capito niente della vita.

    Eh.

  3. Quando avevo un impiego fisso in un’agenzia di pubblicità, malgrado me la sbrighi bene in altre lingue oltre all’italiano (che per un copy significa possedere un attrezzo del mestiere), facevo tradurre qualsiasi cosa da professionisti.
    Perchè un buon traduttore è un fu**ing professionista, come un medico o un avvocato: allora il costo – se non ricordo male – si aggirava intorno alle 30mila lire a cartella.
    Sai, credo che il problema non sia sul costo, ma sulla percezione della professionalità di chi fa lavori immateriali: il compenso non è più relativo alle tue capacità, ma commisurato al disperato bisogno di denaro di altri.

  4. Si trovano sempre quelli che nonostante tutto lo fanno (“visibilitá”) e che sono anche convinti di fare uno scatto di carriera pazzesco: mi è capitato ai tempi della scuola, con pagamento solo per percentuale di vendita. Chi aveva accettato ha fatto lo smargiasso un sei mesi sul fatto che “lui lavorava”. Poi, passati sei mesi, sono tornati piagnucolando e chiedendoci di comperare il loro testo, visto che erano si pagati in percentuale, ma non si erano interessati al fatto che l’editore intendeva “scattano dopo le 500 copie che vendiamo in fiera”. Eppure il contrattino lo diceva ben bene…

  5. Come minimo, un editore semiserio ti avrebbe mandato un capitolo esempio, il conto parole complessivo e almeno una ipotesi di vendita basato su suoi libri simili. Capisco tutto, da microeditore capisco ma non approvo anche il non voler pagare, ma non capisco il motivo della segretezza.

  6. Traduzioni di interi volumi fatte con “capitoli prova” inviati a traduttori diversi?
    Dimmi che è una barzelletta :-/

  7. Qualche risposta sfusa

    @Max
    L’idea è che comunque vuoi troppo:
    A prescindere.
    Ecchessaràmmai, fare una traduzione.
    A me è capitato di essere “scavalcato” da una persona che come qualifica per l’inglese aveva due settimane di vacanze in Irlanda.

    @laClarina
    Sì, è sempre la solita faccenda – se farai il bravo, poi vedrai che roba!
    E farlo bene, ‘sto lavoro!

    @Giordana
    È decisamente una questione di erosione delle qualifiche – perché “l’inglese lo sanno tutti”, perché “quello non è mica lavorare”, perché “poi chi mi dice che il lavoro lo fai bene?”
    E poi c’è il desiderio di ribaltare il rischio d’impresa su terzi – se la traduzione mela paghi sul venduto, se non vendi, tu non rischi nulla.

    @andrea
    Il motivo della segretezza potrebbe benissimo essere che non sanno ancora cosa darti da tradurre, e allora cominciano col vedere se abbocchi.
    Perché uno che abbocca per il 5% di non so cosa pagato non so quando, se lo trovi, devi tenertelo stretto.

    @Alex
    Non è una barzelletta.
    Nel giro si sapeva anche bene che editori fossero.

  8. Possiamo poi lamentarci della bassa qualità delle traduzioni?Non credo che questo andazzo possa produrre niente di qualità.
    Anche perchè lo sprovveduto che accetta ad un certo punto potrebbe anche optare per il traduttore automatico di Google…a queste condizioni non si sentirebbe troppo in colpa nel fare un lavoro schifoso.

    Ecco tutto questo mi mette una certa tristezza e non so perchè ma ho anche una sana diffidenza per quelle famose pagine di test che avresti dovuto tradurre, non so ma mi puzza anche quella di fregatura!

  9. io non vorrei girare il coltello nella piaga, ma nel nostro paese è prassi abituale non più circoscritta alla traduzione o al lavoro d’ingegno.
    prove gratis quindicinali o mensili in bar e palestre, richieste a dipendenti a contratto a tempo determinato di recuperare giorni di malattia lavorando gratis, sempre nei bar, e esser trattati come quelli che sono “sceglìni”, come si dice qui da me, se si manda in culo il padrone (e il lavoro, spesso) dopo richieste del genere, è quasi una prassi consolidata. e con l’aria che tira e la gente a casa a secchiate è sempre più difficile far capire che “gratis melo puppate” (sempre come si dice qui da me) perché il rimpiazzo arriva facile, rapido e sempre al ribasso. a 42 anni ti etichettano come “al di fuori del ciclo produttivo” sul CV, negli interinali, nonostante un’esperienza di vent’anni e una fine rapporto dovuta a problemi di cattiva gestione di altri.
    dopo vent’anni che svendono i diritti dei lavoratori sacrificandoli sull’altare della produzione, della crisi, della salvaguardia della stabilità, non mi stupisco neanche più di tanto. e continuare a parlare delle ingiustizie e a denunciarle quando opportuno, mi pare doveroso.
    e io sono un privilegiato col contratto fisso che per il privielgio ho pagato col tempo. ma la mia lotta per la riconquista del tempo è la stessa dei precari che hanno bisogno di conquistare i diritti, e dei freelance che non hanno neanche più diritto alla dignità.
    certe forme di resistenza ai soprusi è un bene sentirle raccontare, perché sul mercato (dio che parola orrenda) si affacciano sempre di più persone abbastanza giovani da ignorarne l’esistenza, dei diritti.

  10. Vorrei pubblicamente ringraziare l’amico che privatamente mi informa che, se continuo a fare post come questo*, non dovrò poi lamentarmi se nessuno mi darà più del lavoro come traduttore.

    *(eh, in effetti non è il primo che faccio)

  11. In risposta sia all’articolo di Davide che a chi nei commenti sosteneva che il problema era il tipo di lavoro e non invece la mentalità in sè… la stessa discussione l’ho fatta giusto giusto ieri

    La situazione: laurea in medicina ma di fatto a spasso (senza specializzazione non fai niente a parte guardie mediche che non fai comunque perchè, come ho ho scoperto a mie spese, se non sei amico/conoscente di X non verrai mai chiamato). Scopro quindi di una possibilità di lavoro per i mesi estivi presso strutture di vacanze ecc… vai a vedere le condizioni e la paga e ti viene da piangere… 20 euro al giorno* per turni di 12 ore e reperibilità le altre 12 e con tutte le responsabilità connesse alla professione

    Ora io non so se sono io a pretendere troppo, ma onestamente per me quell’offerta di lavoro è uno svilimento totale della professione… e nonostante tutto non avranno alcun problema a trovare qualcuno che accetterà di farlo perchè “e ma che vuoi farci?”

    Personalmente a questo punto preferisco continuare a lavoricchiare in campi totalmente estranei al mio settore aspettando di poter fare il medico come si deve, non l’ultimo dei garzoni

    * non so se qualcuno magari penserà “e che vuoi? con sta crisi” … beh per me non è così

  12. Assurdo… Qui con la scusa della crisi si cerca di calpestare i fondamentali diritti di ogni lavoratore, qualunque sia il suo lavoro. Nessuno dovrebbe mai accettare condizioni di lavoro a scatola chiusa, è un diritto sapere quanto tempo porta via, quanto è il pagamento e come viene effettuato.
    Poi capita che magari rifiuti proprio perché non ti va bene di essere trattato in questo modo e ti senti dire che in realtà il mondo gira nel verso opposto e che certe cose – la scusa della crisi, come dicevo – vanno accettate.
    La crisi non può farci trasformare in schiavetti.

    Ciao,
    Gianluca

  13. Non so se è più squallida e triste la faccenda della traduzione oppure la velata minaccia dell’amico in privato.
    Forse la seconda…

  14. Davvero viene voglia di scriverlo sui muri: “W Babelfish”.

  15. Tempo fa ero rimasto molto impressionato da un gdr francese (tradotto in inglese) lanciato su Kickstarter. Per puro diletto ne avevo tradotto (grossolanamente) in italiano il prologo (80 pagine circa) e l’avevo mandato agli autori per chiedere se potevo diffonderlo (gratuitamente) in Italia, giusto per farlo conoscere.
    La loro risposta è stata entusiastica, per una versione definitiva (con almeno 8 proofreader) mi hanno offerto il 2,5% sulle vendite con un anticipo sulle prime 1000 copie (pur abendoli avvisati che non le avremmo raggiunte), più circa 700€ ogni 6 mesi per il supporto alla distribuzione in Italia (forum, contatti con distributori, ecc…).
    La cosa mi lasciò basito, consocendo la poca professionalità (e povertà) del mecato editoriale dei gdr nostrani.

  16. Non te ne farai niente ma hai la mia solidarietà, è semplicemente una situazione vergognosa ed inaccettabile. Questi fenomenali soloni che ti concedono magari due settimane per traduzione “tecniche”, se le facessero loro per capire quanto tempo, competenza e impegno richiedono..
    Il tempo di chiunque è prezioso e andrebbe remunerato in maniera adeguata.

    PS: il messaggio minatorio privato recapitatoti è inqualificabile

  17. Beh riguardo al messaggio minatorio… Se non trovi piú lavori gratis non hai mica perso niente, in fondo 😉 io se i miei titoli in italiano vendessero tanto da giustificare la spesa, ti affibbierei un bel po’ di lavoro, purtroppo con le 100-150 copie che mi vende un titolo in italia non posso pagare nessuno. Al traduttore francese del mio titolo principale ho dato il 50% per quattro anni.

  18. Mi dispiace, ma dubito che sia conveniente cambiare al struttura capitalistica sol per la “dignità del lavoratore”… Se vi va bene essere ricercati e garantiti quando l’offerta abbonda, dovete anche accettare di essere svalutati quando questa diminuisce

    • @Spiritocritico
      No.
      Il problema è proprio che non si è garantiti, indipendentemente dalla abbondanza o meno dell’offerta.
      E non si è garantiti perché la dignità del lavoro non viene riconosciuta, e la competenza non viene valutata correttamente e premiata.
      Il livello abissale al quale si trovano le traduzioni al momento nel nostro paese – non solo in ambito narrativo, ma anche tecnico – non è dovuta a diminuzione dell’offerta, ma alla tendenza delle case editrici (non tutte, non sempre, ma molte, di frequente – si vedano il mio post ed i commenti) di lavorare al risparmio – tra l’altro, con una assoluta noncuranza (per non dire mancanza di rispetto) nei confronti del lettore, che paga un prezzo pieno per quella che è, de facto, merce fallata.
      Ciò che è in calo non è l’offerta – è il livello di qualità che viene premiato.

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