strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Stato di grazia

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Questo è quasi un instant-blogging – l’instant in questione una faccenda di forse quindici minuti di ritardo.
Come Max Headroon, insomma – dieci minuti nel futuro.
Qusto post è scritto di getto, cercando di afferrare delle idee mentre mi passano per la testa.
E questo non è il post che avevo in programma, ed è il prodotto di troppa teina e di un malaugurato attacco d’insonnia.
Insomma, condizioni leggermente anomale.
Aspettatevi l’inaspettato.

Dunque.
Ho appena finito di rivedere per l’ennesima volta Il Grande Freddo, il film di Lawrence Kasdan.
È un film sul quale inciampo di frequente, in Tv, e se ci inciampo sopra mi fermo sempre a guardarlo – un po’ perché c’è Kevin Kline, ed io idolatro Kevin Kline, un po’ per la colonna sonora, un po’ per il cast stellare (come si suol dire).
Un po’ perché è probabilmente il miglior film con Kevin Costner che io conosca.

Ora, quando Il Grande Freddo uscì nelle sale era il 1983.
Io avevo 16 anni, e francamente un film su un gruppo di trentenni che rivalutano le proprie esperienze e la propria amicizia, beh… non è che mi interessasse granché.
Se proprio devo dirla tutta, per me il film del 1983 fu probabilmente La Stoffa Giusta di Philip Kauffman, sull’epoca gloriosa dell’esplorazione spaziale.
O Il ritorno dello Jedi.
O, in effetti, Risky Business*.

E ora, naturalmente, nel 2013, alla non proprio tenera età di 46 anni, la storia di questi trentenni mi pare altrettanto lontana dal mio immediato.
Il fatto che ora, nel 2013, non esistano a mio parere film che possano parlare a un quarantaseienne (anche RED, che è un film su dei vecchi, è mirato a un pubblico giovanile), è un problema del quale magari parleremo un’altra volta.

Però ci sono due considerazioni, suscitatemi dal rivedere Il Grande Freddo nel 2013, che intendo infliggervi.

La prima, che è quasi incidentale, è quanto il modello di questo film, il nucleo narrativo di questa pellicola (che è poi ripreso da un film del 1980), sia diventato un modello per tutta una cinematografia, che tuttavia – con la sola possibile eccezione de Gli Amici di Peter, del 1992 – non è mai riuscito a cogliere l’essenza, a replicare la leggerezza dell’originale.
Tutti, ma proprio tutti i film sui trentenni in crisi che fanno quasi genere a sé nascono da qui, ma risultano infinitamente più insopportabili.
E non è solo la colonna sonora d’epoca.
È che in qualche modo Kasdan riesce a limitare la saccarina, ed ha a disposizione un cast che non strilla, non gigioneggia, non si svacca.
E l’autore coglie qualcosa che gli altri sceneggiatori, dopo di lui, non riescono a vedere – o a rendere.

the-big-chill

La seconda considerazione – che è comunque legata alla prima – è invece quella che mi spinge a scrivere questo post – e riguarda l’intervallo fra il 1983 ed il 2013.
Per cui, facendo una grossolana media matematica, potremmo piazzarci attorno al 1998 – quando io avevo 31 anni.
Aha! Proprio l’età giusta.
Ora, io l’ho detto più volte e lo ripeto, gli anni tra il 1994 ed il 1999 non me li ricordo, non con precisione, sono come un grande nulla – però ricordo distintamente quanto i miei coetanei – e forse anch’io, ma non posso saperlo, perché io osservavo loro, non me – quanto i miei coetanei, dicevo, si sforzassero di ottenere quello stato di condivisione, di amicizia perfetta, di armonia dinamica, quello stato di grazia che viene rappresentato nel film.
Con questo non voglio dire che ci si sedesse a tavolino e si dicesse “Certo sarebbe bello se fossimo come quei tizi ne Il Grande Freddo”, ma l’idea che quello fosse il modo in cui le cose avrebbero dovuto essere era evidentemente passata, era stata acquisita.
Oltre a influenzare una intera cinematografia, il nucleo narrativo del film aveva avuto una ricaduta culturale.
Il che naturalmente significa disastri – come quella di ballare in cucina…

k-bigpicNo, ok, aspettate, non sono così incoerente.
Ricordo con precisione un’amica che, più o meno in quegli anni, descriveva la meravigliosa sensazione di trovarsi a casa di qualcuno, cucinare tutti assieme, mettere su un disco e ballare mentre si cucina.
Che è una sciocchezza – ballare cucinando?
Con fiamme libere, acqua bollente, lame affilate…? Vorrete scherzare!
E infatti, nel film di Kasdan i protagonisti ballano riordinando la cucina.
Dice wikipedia…

Harold puts “Ain’t Too Proud to Beg” by The Temptations on the stereo and everyone dances while cleaning up the dishes.

Dopo, sparecchiando, è molto più sicuro.
Cucinare ballando è stupido.
Però la cosa era filtrata nella testa delle persone**.

Ciò che mi domando, a questo punto è – è realistico?
NO, non cucinare ballando.
È possibile, dico, che si crei un tipo di affiatamento e di intimità tale fra un gruppo di persone, da arrivare a livelli da Il Grande Freddo, o da thirtysomething-movie in genere?
È mai stato possibile?
E se lo è stato, è ancora possibile?

E qui potete darmi dell’idiota – in fondo è un film, giusto?
Ma resta forte il fatto che noi siamo  le storie che ci raccontiamo, e come dicevo, io ho visto gli effetti di questa storia, e della sua ripetizione e replica***.

E onestamente non lo so.
Se sia possibile bla bla bla, intendo.
A parte il ballare cucinando (o cucinare ballando) e i piccoli dolorosi incidenti domestici correlati, non ho mai visto nulla del genere – o se preferite, non ho mai visto nulla del genere funzionare.
Mi sono sempre detto che certe cose non funzionavano perché erano artificiali.

Però ora, riflettendo nel cuore della notte, mi dico che forse il problema è che l’amicizia è un sentimento individuale, mentre le dinamiche di gruppo sono un’altra cosa.
In fondo Kasdan lo sapeva – e ci mostra personaggi che, all’interno di un gruppo, sono legati da forme differenti di amicizia.
E forse i cloni cinematografici, così come i tentativi di replica nella vita reale, falliscono proprio perché si illudono che la dinamica di gruppo prevalga sui rapporti individuali.
Sono i rapporti individuali, che contano.

Poi se si è fortunati – ma anche lì, parliamone – i rapporti individuali si innestano poi in una meccanica di gruppo.
E così se si suicida Kevin Costner, ci si trova tutti a casa mia**** e si passa un weekend a chiacchierare, recriminare, rinsaldare vecchie amicizie, andare a letto in maniera casuale e fumare roba strana.
Ma non è detto che debba succedere per forza.
Magari quella manciata di amici meravigliosi che ho appartengono a cerchie, ambienti, ambiti e tempi diversi – non si incontreranno mai, e se lo facessero si odierebbero.

I gruppi alla fine non esistono.
Sono fatti di persone.
E non ci sono due legami uguali.

Insomma, la vita è molto più complicata dei film.
Talvolta, un autore geniale coglie una istanza così lontana dalla media ma così significativa, che questa diffonde la propria influenza nell’intero sistema – spesso con conseguenze nefaste*****
E ingenerale, bisognava essere al posto giusto al momento giusto, per capire certe pellicole.

O qualcosa del genere.

———————————-

* O Una Poltrona per Due, o La Zona Morta, o Gorky Park, o The Day After, o Cujo, o Twilight Zone, o Brainstorm, o Tuono Blu, o Christine, o The Keep, o Scarface, o …
Che anno il 1983!

** OK, magari era filtrata solo nella testa delle persone che frequentavo io. Non è affatto impossibile.

*** Ho anche visto gli effetti nefasti di I Predatori dell’Arca Perduta, ma ne parleremo un’altra volta, ok?

**** Sì, mi sono preso il personaggio di Kevin Klein. Ve l’ho detto che lo idolatro.

***** Scottature, tagli, cibi scotti o bruciati, piatti rotti… e infiniti film su trenta/quarantenni in crisi.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

19 thoughts on “Stato di grazia

  1. Atmosfere e situazioni difficili da ricreare. Io negli anni, a differenza di altri che vedo aver continuato a frequentare le stesse persone fin dall’asilo, ho cambiato spesso parco amici/conoscenti. Con certe persone, con cui ho passato anche anni in piena confidenza, non ci si saluta nemmeno se ci si incrocia.
    Rimpianti? Direi di no.

  2. La prendo alla larghissima: conosco almeno una decina di ragazze che sono state rovinate dall’interpretazione a la Julia Roberts dei rapporti sentimentali. Si sono messe in testa di trovare gli uomini di quei film, e di essere le Julia di turno.
    Ovviamente i danni sono stati incalcolabili.
    Ora invece chi imiteranno? Bella di Twilight?
    Oddio, ridateci Julia :-/

    • Uh, sì, gli effetti nefasti di Pretty Woman.
      Sarebbe interessante, magari in un momento di maggiore lucidità (le notti insonni cominciano ad esigere il loro tributo di neuroni), cercare di capire perché certe pellicole hanno una tale influenza, ed altre no.
      Immagino che ci sia chi le studia, certe cose 🙂

  3. Mah, a volte ci si prova a trovarsi a bere qualcosa con qualche amico di vecchia data, perso di vista magari. Loro mi parlano di moto o di lavoro, io provo a parlare di quello che interessa a me, sbadigliamo e non si ripete la cosa.
    Peggio invece sono quelli che dietro alla maschera dell’essere onesti e sinceri, erompono in deliri di rosico da far paura. Quelli si segano e a mai più rivederci.

  4. Uh… ho visto questo film per la prima volta in originale il giorno in cui ho scoperto il laboratorio linguistico all’università. E non so, mi aveva fatto un’impressione molto triste. E non per via del funerale (ha ha!), ma perché questi trentenni mi sembravano così frenetici nell’ansia di riportare in vita un gruppo che si era sparpagliato per vie diverse – vite diverse…

    Hm.

    E poi devo dire che un gruppo che “ballava in cucina” io l’ho avuto. No, non è che ballassimo in cucina, ma lo spirito era quello. Studiavamo teatro, ci prendevamo abbastanza sul serio – ma non troppo per poter ridere un sacco. E vivevamo gli uni in tasca agli altri, e ci si raccontava tutto, e “ballavamo in cucina”.

    Solo che non avevo trent’anni. Ne avevo tra i sedici e i venti o ventuno. Poi ci siamo persi. E a trent’anni invece avevo le amicizie sparse e spesso un tantino inconciliabili tra loro – magari non le stesse che ho adesso, ma così come le ho adesso.

    E probabilmente, se (come ogni tanto ci proponiamo di fare) tentassimo di ricostituire il gruppo della scuola di teatro, sarebbe tristissimo – e ci pentiremmo di non averlo lasciato al sicuro nella nebbia dorata dei ricordi, il gruppo…

    • Mai avuto nulla del genere – ho una squadra di giocatori di ruolo che si riunisce da oltre vent’anni, male dinamiche sono diverse.
      Ballare in cucina è tempo perso che si potrebbe passare a lanciare dadi.
      Però questa cosa dei rapporti individuali e del tentativo di conformarsi a un modello o di catturare qualcosa che è andato, dovremo riprenderla.
      Magari quando parlerò di Grand Canyon, sempre di Kasdan…

  5. Chimiche di gruppo come quelle del film mi sembrano qualcosa di molto difficile. Io mi considero fortunato, davvero fortunato, perchè nei mei 45 anni ho incontrato ogni genere di persone e in alcuni, pochissimi, di loro ho trovato quella scintilla che possiamo chiamare amicizia.
    Damned if I know why, damned if I don’t.
    Non dispero, lo dico senza retorica, ti poterti stringere la mano un giorno.

  6. Io lo avevo il gruppo con cui “ballare in cucina”.
    Eravamo un po’ più piccole di 30 anni, ma stavamo lì. Era il gruppo con cui suonavo, con cui ho inciso due dischi, ho fatto i tour in giro per l’Italia e ho praticamente condiviso l’esistenza per una decina d’anni.
    Adesso a stento ci rivolgiamo la parola.
    Credo che una situazione del genere, nella realtà, capiti solo se si ha qualcosa di molto forte in comune, che lega il gruppo di persone tra loro. per esempio suonare insieme. Una volta che quel qualcosa cessa di esistere, ecco che si smette anche di ballare in cucina.
    Certo che è il film è ancora oggi di una bellezza assoluta.
    Forse è il migliore di Kasdan.
    Ma anche perché, al di là dell’amicizia che li lega, finito quel fine settimana, con ogni probabilità quel tipo di interazione non si ripeterà più.
    Quindi è episodico, non ha un futuro.

    • Il finale del film è ambiguo – si sono create nuove dinamiche, fra Hurt e la Tilly, fra Kline, la Close e la Place.
      Ed è interessante che ad essere vitali siano i rapporti nuovi, o la ridefinizione radicale di rapporti precedenti – il coronamento della storia fra Berenger e la Williams, in questo senso, è palesemente sterile.
      Quindi io credo che ci sarà un seguito, ma sarà qualcosa di diverso – non sarà la stessa interazione.

      Sui film di Kasdan, come dicevo, ci vediamo per Grand Canyon – che a me piacque di più forse perché lo vidi nel momento giusto.

  7. Primo: devi dormire di più.
    Secondo: tutti desiderano una famiglia perfetta, perché le famiglie reali sono complicate, o assenti. Ma le famiglie perfette ci sono solo nei film.

  8. Uhmm… io il film in questione non l’ho visto ma a quanto pare descrive la situazione di cui mi ritrovo spesso a parlare con gli amici (rimasti) … sarà perchè siamo, guarda caso, proprio alla soglia della trentina? … ma il discorso lo abbiamo sviscerato troppe volte perchè riesca a trovare in questa pellicola qualcosa di interessante credo… ma credo che lo recupererò ugualmente (grazie per il mega-spoilerazzo 😛 )

  9. Anche io faccio parte di un gruppo. Dai tempi dell’università, abbiamo fatto di tutto di più, ci siamo sposati praticamente tutti giusto all’interno di questo gruppo, quindi ci frequentiamo ancora. Ma non è come vent’anni fa. E va bene a tutti che non sia come vent’anni fa. Certo, si ride ancora come degli scemi se qualcuno tirando i dadi per un tiro salvezza fa delle cose assurde, ma non pensiamo più la nostra vita come qualcosa che ruota solo intorno al gioco di ruolo. Ma, quello che secondo me è la cosa più bella di questo gruppo, è che nessuno di noi si sente vecchio, spento, arrivato. Sarà anche il periodo di crisi o il fatto di avere figli di varie età, dall’adolescenza della mia, all’anno e mezzo della più piccola, ma, nonostante tutto, troviamo sempre un motivo per ridere, tenedo l’amarezza e il senso di sconfitta che molti avvertono sulla soglia dei 40 ben lontano.

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