strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Grand Canyon

6 commenti

“Rispetti me o rispetti la mia pistola?”
“Se non avessi quella pistola, noi non avremmo questa conversazione.”

grand_canyon_ver2Grand Canyon è un film del 1991, diretto da Lawrence Kasdan e interpretato, tra gli altri, da Kevin Kline.
Vi ho già detto che idolatro Kevin Kline, mi pare interessante che compaia in tre film di Kasdan che ho sempre trovato molto affascinanti.
E se la mia amica Lucia sostiene che il migliore è Il Grande Freddo, mentre la mia amica Carlotta fa il tifo per Silverado, io sono sempre rimasto particolarmente affascinato da Grand Canyon.
Sarà per quella sua aura zen.
Sarà perché l’ho visto al momento giusto.

E così, Il Grande Freddo ve l’ho già inflitto, Silverado sta arrivando, oggi tocca a Grand Canyon.
Anche in questo caso scriverò di getto, circa un quarto d’ora dopo aver visto il film.
Vediamo cosa ne viene fuori.

Ambientato a Los Angeles, il film prende le mosse da un evento apparentemente banale – rientrando a casa una sera, Mack sbaglia uscita, e si ritrova con l’auto in panne in un quartiere degradato, e la sua auto di lusso attira l’attenzione di un gruppo di membri di una gang*.
L’arrivo dell carro attrezzi di Simon – che di fatto passava di lì per caso – risolve la situazione, ed i due uomini, passato il momento di tensione, finiscono col dividersi una birra e con l’avviare una improbabile amicizia.
Da questo momento, le vite dei due resteranno intrecciate, e con le loro, le vicende di coloro che li circondano.

Ho conosciuto un paio di persone che hanno candidamente ammesso, a suo tempo, di non aver capito di cosa parli Grand Canyon.
Io direi che parla di campi gravitazionali – e in particolare del campo gravitazionale delle idee.
Tutte le persone coinvolte nella vicenda… nelle molte diverse vicende, in effetti, sono in qualche modo legate ad una idea – la moglie di Mack (Mary McDonnel, splendida) è intrappolata dal desiderio di maternità, il produttore cinematografico interpretato da Steve Martin è in orbita stretta attorno alla propria personale idea di cinema, la segretaria di Mack è vittima dell’attrazione (in tutti i sensi) del suo ideale romantico, il nipote di Simon è incapace di sfuggire al campo gravitazionale dell’idea di dover essere un emarginato.
Le idee hanno un campo gravitazionale – possono darci un senso di direzione, o possono ingoiarci come buchi neri e non lasciarci mai più uscire.

Grand-Canyon

In tutto questo intrico di vicende, Mack e Simon sono gli unici che apparentemente siano riusciti a svincolarsi – o che siano ben decisi a svincolarsi dal pozzo gravitazionale delle fissazioni, o forse sono gli unici ad aver trovato delle idee attorno alle quali valga la pena orbitare per un po’.
Simon, attraverso quella specie di cowboy zen che ha maturato come uomo sulla strada, e Mack in seguito ad una esperienza tanto banale quanto rivoluzionaria, che scopriremo in flashback e che serve da innesco per tutto ciò che gli vedremo fare nel corso del film.

C’è anche l’idea della casualità, insinuata nella trama di questo film – ma una casualità che diventa significativa, che diventa opportunità.
È insolito, come tema, per un film americano prodotto da una major.

Il tutto, usando come motori dell’azione le paure dell’abitante della metropoli nei primi anni ’90 – le gang, la violenza, il razzismo, ma anche la solitudine, l’emarginazione, le piccole incertezze quotidiane.
Ci sono i gansta sulle strade, la polizia che spara prima di fare domande, i bambini abbandonati nelle aiuole, ci sono i terremoti, c’è il traffico impazzito…
E su tutto, in perenne volo radente, un elicottero, come una spada di damocle, come un osservatore esterno indifferente ma sempre presente.
Ma potrebbe andare tutto bene, se solo quel campo gravitazionale di cui si parlava non influenzasse la nostra traiettoria.
Potrebbe andare tutto meglio.

Con tre sequenze assolutamente memorabili – il primo incontro fra Mack e Simon, la lezione di guida e la donna col cappello da baseball – Grand Canyon è un film denso, con un sacco di roba dentro.
Ha dei dialoghi splendidi – il dialogo fra Simon e il teppista è straordinario – un cast eccellente, delle belle musiche ed una regia interessante.
Non è un film cotto e mangiato, non ci offre una trama lineare, non ci propone una spiegazione preconfezionata di tutto, o una morale da bacio perugina.
Come Il Grande Freddo, lo guardo e mi faccio un sacco di domande.

In fondo è anche per questo, che esistono le storie, no?
Per darci delle nuove domande, non delle risposte.

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* Roger Ebert fece notare che questo è anche l’avvio di Il falò delle Vanità – che tuttavia procede in tutt’altra direzione.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “Grand Canyon

  1. La vettura di lusso nel quartiere sbagliato, causa errata uscita dell’autostrada, è ripreso anche in Cuba Libre

  2. La prima volta che lo vidi ero piccolo. Poi lo riproposero una mattina d’estate, credo fossi adolescente. Questo film me ne riporta alla mente un altro, Crash, del 2004…

  3. …e credo che pure il confronto iniziale tra la gang, Bruce Willis e Samuel L. Jackson all’inizio di Die Hard 3 debba qualcosa a ‘sto film.
    Almeno, io appena l’ho visto li ho collegati.

    Gran bel film Grand Canyon, ogni tanto me lo riguardo pure io.

  4. Questo mi manca proprio.
    Me lo segno.

  5. Io penso che questo film si presti a diverse prospettive. Sicuramente tra i protagonisti principali c’è la città di Los Angeles, una città che non è una vera città, un non luogo sospeso continuamente sull’orlo del baratro. Non è un caso che Los Angeles si presti perfettamente ad essere il palcoscenico della follia della modernità, basti pensare ad “America Oggi”, “Collateral”, il già citato “Crash”, “Un giorno di ordinaria follia”…

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