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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Sofferenza & Controllo

11 commenti

Scrittura, scrittura.

zencreativityUn sacco di diverse cose si sono sovrapposte e rimescolate, negli ultimi giorni, riguardo alla scrittura: dal parlarne con alcuni amici online, al fatto che ho riletto alcuni capitoli di The Zen of Creativity, di John Daido Loori (in particolare il capitolo sull’espressione dell’inesprimibile), e poi quel bel filmato che gira, di Stephen Fry che parla del piacere del linguaggio contrapposto all’applicazione pedestre e pedante delle regole, fino ad un breve scambio di idee sul concetto di controllo – e di abbandono del medesimo – di là sul blog della mia amica Clarina.

E in effetti è proprio il controllo, la questione centrale di cui mi piacerebbe discutere.
Controllo e scrittura.
Ma anche, perché anche di questo ho chiacchierato, di sofferenza e scrittura, o meglio ancora sofferenza e creatività.

Ecco, parto da qui.
Io credo che l’idea della creazione artistica come esperienza dolorosa sia una colossale panzana messa in giro, probabilmente, dai romantici.
Oh, ammettiamolo, scrivere è scomodo – crampi, tunnel carpale, quell’insofferenza che ti si appiccica addosso mano a mano che la storia cresce e tu hai voglia di scriverla ma le parole non vengono…
Gran seccature.
Ma la creazione come evento traumatico?
La scrittura come parto?
Ora, non intendo assolutamente sminuire la componente fisica di dolore, dolore vero, che accompagna il parto, né voglio sminuirne il valore esperienziale che tale dolore può avere*.
Dico semplicemente che il parto non c’entra nulla con la scrittura.
È un’idea romantica.
Scrivere è casomai come fare all’amore – molto divertente, anche se a volte un po’ scomodo.
È per quello che lo facciamo**.
I dolori da parto lasciamoli agli editor.

aclogo1E mi domando quanto questo ideale del dolore, della sofferenza, dello sforzo spiacevole, sia legato ad un altro principio abbastanza discutibile, che è quello del controllo.
L’autore lotta e soffre per mantenere il controllo della prosa, della trama, dei personaggi.
L’autore deve avere il controllo assoluto della prosa, il controllo assoluto della trama, il controllo assoluto dei personaggi…
Beh, io non sono completamente d’accordo, e in particolare sono d’accordo con intensità vieppiù decrescente lungo la lista.
Credo che il controllo della prosa sia importantissimo ed auspicabile, ed invidio Fritz Leiber per la sua capacità di controllo.
Credo che il controllo della trama sia in fondo piacevole quando succede, ma solo Gene Wolfe lo possegga come assoluto.
Ritengo il controllo assoluto dei personaggi tanto improbabile ed illusorio quanto, alla lunga, nocivo alla narrativa,e non mi viene in mente un autore che mi piaccia davvero che sia davvero completamente in controllo dei propri personaggi.

E, badate bene, non sto a scolpire delle leggi immutabili nel basalto trachitico, sotto dettatura dal Dio della Scrittura, sto dicendo come sono le cose per me.
È perfettamente lecito che per voi sia diverso, se per voi è diverso.
E prima che qualcuno cominci a frignare – non sto predicando la casualità, l’anarchia e l’assenza di senso.
Dire che il controllo assoluto è un’illusione non significa negare l’esistenza o l’utilità del controllo – è semplicemente una questione di quanto controllo applicare.
La risposta, naturalmente è, quanto basta.

Il controllo assoluto sui personaggi e sulla narrativa è a mio parere illusorio perché – e così ci colleghiamo al discorso fatto di là dalla Clarina – parte di questo controllo deve necessariamente essere delegato al lettore.
Non ricordo chi fosse a fare l’esempio (probabilmente Delany), per cui io come autore posso descrivere il grifone, ma solo il lettore sarà capace, a suo modo, di immaginare il punto in cui le penne della testa sfumano nella pelliccia del corpo.
Aspirare al controllo assoluto significa cercare di fornire troppo al lettore, soffocandone l’immaginazione, e rendendo l’esperienza della lettura meno soddisfacente, meno coinvolgente, meno affascinante.

Questo senso di soffocamento tra l’altro, è ciò a cui credo aspirino – inconsapevolmente, è ovvio – quei lettori che, anziché apprezzare la storia nella sua interezza, per come funziona e per come stimola la loro immaginazione, spezzano la storia nelle sue componenti, e ne verificano la conformità, esattezza e aderenza a… mah, a chissà cosa.
A una loro idea di realtà, probabilmente.
È come se fossero risentiti, questi lettori, per la libertà e per la responsabilità concessa loro dall’autore.
Il fatto di doverci mettere del loro li urta, lo leggono (…) come un tentativo dell’autore di non fare il proprio lavoro, di barare, di dare meno di ciò per cui è stato pagato.
Mentre invece è il contrario – perché scrivere una storia tutta spiegata e dettagliata e certificata ISO9000 è semplicemente più lungo e più noioso, ma non è niente affatto più difficile o più utile che non lo scrivere una storia decidendo quali parti esplicitare e quali lasciare al lettore.

Ha senso tutto ciò?
Per me abbastanza – per quanto ogni storia sia un caso a se – anche quando si scrive a formula, rimane un margine che deve essere gestito caso per caso.

Chiudo con la considerazione che per molti questa assenza di controllo assoluto viene vissuta, a quanto pare, come un’esperienza ansiogena.
È curioso, perchè in effetti, dovrebbe avere l’effetto opposto.
Come diceva quel tale, se lo controlli non devi preoccuparti; se non lo controlli, preoccuparsi è inutile.
Forse accettare questo stato di cose servirebbe proprio a disinnescare quell’ideale romantico di creatività come sofferenza, chissà.
———————————

* E che non è necessario – non permettiamo a qualche dittatore esperienziale di dirci che non possiamo scrivere X perché non abbiamo sperimentato personalmente Y: si chiama fiction perché posso fingere.

** Ed è per quello che abbiamo voglia di una botta di zuccheri, dopo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Sofferenza & Controllo

  1. Anch’io sono sempre stato scettico sulla storia che scrivere è sangue e sofferenza. Una passione dovrebbe essere piacere. Se provoca sofferenza, cambia hobby…

  2. [il tuo blog non mi lascia commentare!!]

    OK, quarto tentativo–sarà meglio che io abbia qualcosa di intelligente da dire.
    Concordo su quasi ogni punto, più o meno–resta il fatto, comunque, che il lettore deve essere libero di contribuire, ma deve contribuire come dico io.
    Nel senso che il mio testo deve mettergli in testa certe idee, e quelle idee devono portarlo in una certa direzione.
    Ma ne abbiamo parlato, e forse diciamo la stessa cosa.

    Oh, e bel titolo–diventerai rapidamente popolare nei giri BDSM 😉

  3. Mi ricorda quando parlai dell’idea romantica della scrittura.
    Ci fu chi mi diede del pressapochista e dell’insensibile, che la scrittura è esorcismo e poesia.
    Sarà, ma io del tizio in questione non ho ancora letto nemmeno un racconto di mille parole…

  4. Sei fantastico! Le tue parole hanno messo insieme un articolo-bibbia per me!

  5. Ma quindi, controllo assoluto dei personaggi vuol dire tentativo di costruirli in maniera completa, togliendo al lettore il gusto di parteciparvi?
    È solo questo?
    L’argomento mi interessa, come sai. 😀

    • Non necessariamente costruirli in maniera completa, ma presentarli in maniera “troppo” completa, senza nulla di lasciato all’intuizione del lettore.
      È normale che l’autore voglia sapere tutto il possibile del suo personaggi – ma cercare di consegnare quel “tutto” al lettore probabilmente è dannoso.
      O qualcosa del genere.

  6. È interessante perché è un dilemma sul quale rifletto spesso: se esagero a descrivere un personaggio in un senso o nell’altro.
    Io credo di descrivere molto la gestualità dei personaggi, perché il lettore li conosca e li capisca più che attraverso i pensieri, che io considero parti noiose.
    Però, chissà, non ho mai avuto critiche costruttive a riguardo.

  7. L’ha ribloggato su alessandrapeluso.

  8. Non credi che l’idea che se si descrivere un personaggio in maniera “troppo” completa si soffoca l’immaginazione del lettore, diminuendone la libertà e rendendo l’esperienza meno affascinante e misteriosa, sia essa stessa una idea romantica come l’abbinamento scrittura-sofferenza?

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