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Lettori e Controllo

9 commenti

La discussione è cominciata ieri su facebook, partendo da una osservazione del mio amico Elvezio Sciallis.
Poi,come capita di solito su facebook, siamo finiti a impegolarci a parlare di balene*, e quindi la cosa, per quel miriguarda, è rimasta mal definita ed espressa male.

L’idea di partenza – si propone di dare più controllo al pubblico sui programmi televisivi.
Lo propone Kevin Spacey, ma questo è un dettaglio.
Da qui si passa ipotizzare che “dare ai lettori ciò che vogliono” non sia una buona politica.
Poi arrivano le balene, ma noi fermiamoci qui, e proviamo un pork chop express.

È davvero sbagliato “dare ai lettori ciò che vogliono”?
Più in generale, quanto controllo deve avere il pubblico sull’opera dell’autore?

Sì, lo ammetto... mi ha rovinato il rock'n'roll.

Sì, lo ammetto… mi ha rovinato il rock’n’roll.
Ho anche una giacca, proprio come quella…

Metto giù quelche idea, soprattutto per chiarire le mie, di idee.
La tirerò per le lunghe e non posso garantire che ciò che seguirà sarà un discorso coerente.
Siete stati avvisati.

Partiamo dalla prima questione – “dare ai lettori ciò che vogliono”.

La mia tesi è la seguente – se non dò ai lettori ciò che vogliono, i lettori non mi leggono.
Quindi, è indispensabile che io dia ai lettori ciò che vogliono… o se preferite (e forse sarebbe meglio) ciò di cui hanno bisogno.
Perché magari lo vogliono, ma ancora non lo sanno.
In altre parole – quando scrivo devo avere un pubblico di riferimento, e devo soddisfare le sue aspettative.
Attenzione, non ho detto blandirle, assecondarle o subirle – ho detto soddisfarle.
Qui entrano in gioco due fattori.
. da una parte, il mio rispetto, come autore, per il mio lettore di riferimento – che presumo desideri da me il meglio, ed al lato migliore (intellettualmente o emotivamente) del quale io intendo appellarmi
. dall’altra, la mia capacità, come autore, di soddisfare le aspetattive profonde del lettore al contempo spiazzandolo o sorprendendolo.

Perché è anche quello ciò che il lettore vuole – essere spiazzato e sorpreso (anche se magari se n’è scordato).

E i due punti, io credo, valgono tanto per la narrativa quanto per la saggistica.
Se scrivo una storia, immagino un lettore che voglia una buona storia, ben scritta e con idee intelligenti e sorprendenti.
Se scrivo un saggio, immagino un lettore che sia interessato ad un testo informativo, che risponda alle sue esigenze, ma intanto sia piacevole da leggere.

In entrambi i casi sto dando al pubblico ciò che il pubblico vuole**.

Poi, è dolorosamente chiaro che “dare al lettore ciò che il lettore vuole” può diventare una comodissima scusa per appellarsi al peggio – soddisfare gli istinti più bassi e le aspettative più elementari.
Scrivere male cose orribili e poi dire “ma al pubblico piace”.
seagullsMa è una scappatoia, e noi siamo abbastanza svegli da riconoscerla come tale.

Io credo che il pubblico possa essere – e sia – molto adattabile.
E se è vero che dopo una dieta continuata di sterco di gabbiano, magari un risottino allo zafferano potrebbe disgustare la maggioranza ormai assuefatta, non dubito che una certa percentuale potrebbe abbracciare la nuova offerta.

Insomma, fatto salvo l’uso dubbio come giustificazione per la scarsa qualità, “dare ai lettori ciò che vogliono” è poi il lavoro di chi scrive. L’importante è farlo bene.

[del fatto che ci sia chi nega di scrivere per il pubblico, magari parleremo un’altra volta]

Veniamo così alla seconda questione – quella del controllo del pubblico sull’opera.

Ora, potremmo fare un discorso estremo, e sostenere che – poiché io, come autore, non ho il potere di far aprire il mio libro a pagina uno ad un ipotetico lettore*** – l’ipotetico lettore ha il controllo assoluto, sempre e comunque.
Se non mi legge, il mio libro cessa di avere una ragione di esistere.

Ma escludiamo questo estremo – così come escludiamo l’opposto: io scrivo per me stesso, se voi non volete leggermi, fatti vostri.

Manteniamoci su un terreno intermedio.
Quanto controllo ha il lettore?
Quanto gliene posso o gliene devo concedere, io, come autore?

[e se volete vedere com’è la questione a teatro – beh, rivolgetevi qui di fianco alla Clarina…]

Come vedremo – spero – la questione potrebbe anche solo essere linguistica: forse dovremmo definire al meglio “controllo” e “lettore”.
Ma operiamo in maniera aperta, al momento, e diamo alle parole il significato che hanno.

E sorvoliamo sul fatto che la scelta di alcuni editori di proporre infinite repliche del titolo di successo sia in fondo un segno di nefasto controllo del pubblico sull’editoria – di fatto non lo è: è casomai una editoria pigra che blandisce un pubblico drogato… un caso da manual edi quel “dare loro ciò che vogliono” usato come scusa, non come linea guida.
L’autore – se non nell’accettare il compromesso – non c’entra nulla, e non è questo il “controllo” che ci interessa (ammesso che sia un vero controllo).

Restiamo sulla scrittura.
Tra la scrittura (altro termine che dovremmo definire meglio) e la pubblicazione, esistono una serie di fasi nelle quali il coinvolgimento e il controllo ad opera di “lettori” sono considerati una pratica comune.
Dopo aver scritto il mio testo – pensando a un ipotetico lettore di riferimento, che quindi fin da qui esercita un “controllo” – e prima di pubblicarlo, posso ad esempio avvalermi di beta reader.
Questi sono lettori ai quali chiedo di leggere il mio testo e di eseguire un qualche genere di servizio – ad esempio (questa l’ho imparata da David Brin), dirmi dov’è che gli è risultato facile interrompere la lettura…perché quello è il punto dove devo riscrivere, per farein modo che la tensione e l’interesse rimangano alti, e non sia possibile smettere di leggere.
Questo non è un lavoro da editor (per quanto intersechi il lavoro del development editor)… è il lavoro di un beta reader.
Ora, c’è chi usa la mamma e la fidanzata come beta reader.
C’è chi mette online una beta version del testo e invita… i membri del suo fan club online, a fare da beta reader.
La differenza è semplicemente che alcuni di noi hanno un fan club che include solo la mamma e la fidanzata, altri hanno un fan club di centinaia o migliaia di lettori.
È una pratica illecita?
Lede la dignità dell’autore o la qualità dell’opera?
Sto sfruttando il lavoro schiavile dei miei fan senza retribuirli?
Come, già ti compro il libro, ora devo anche aiutarti a scriverlo?

Cerchiamo di comportarci da adulti.
Una richiesta non è una imposizione – non vuoi farlo? Ok.
Vuoi aiutarmi? Grazie.

Il mio libro sarà inerentemente peggiore perché ho permesso ai lettori di darmi delle indicazioni?
Sarebbe stato meglio farlo leggere solo alla mamma e alla fidanzata, che tanto poi una copia a loro la regalerei comunque?

CliveCusslerE Clive Cussler, ammettiamolo, non certo un esempio di grande letteratura, ma un solido intrattenitore. che chiede ai suoi fan su Facebook se preferiscano le rosse o le bionde, al fine di definire un personaggio nel suo nuovo libro?
Sta solo facendo marketing?
Coinvolge abilmente i lettori nel processo creativo?
Compiace i lettori?
O si fa controllare dai loro gusti in materia di tricologia?

Poi ci sono altri casi – posso invocare l’aiuto dei lettori per verificare dei fatti o arricchire i contenuti.
Perché non posso fare da content editor per me stesso, perché è chiaro che per me i contenuti sono ok, li ho scritti io sulla base di ciò che considero vero e corretto.
È una pratica illecita chiedere al forum di appassionati di letteratura elisabettiana di verificare se il mio giallo ambientato alla corte di Elisabetta Prima abbia dei buchi?
Eppure molte delle persone di quel forum potrebbero essere potenziali lettori del mio libro…
Sto concedendo un controllo eccessivo ai lettori?
A quali lettori?
E se qualcuno di loro mi suggerisse un taglio, un cambio di personaggio, una revisione?

Dove mi devo fermare, se mi devo fermare?

Qui chiaramente stiamo giocando su un problema linguistico – stiamo distinguendo dei lettori particolari da degli ipotetici lettori generali.
È ok concedere il controllo a dei lettori specializzati (se ho un editore, dovrebbe essere lui a passare il mio testo a dei content editor – che in ambito accademico si chiamano referee), non lo è concederlo ai lettori non specializzati.

Il che è anche abbastanza convincente… ma, e se io pubblico il mio ebook, e poi ricevo da una decina di lettori delle mail incui mi segnalano errori e refusi… se correggo l’ebook, sto concedendo il controllo ai miei lettori?

No no, ok… chiaramente ciò che è riprovevole è permettere ai lettori di dirmi non dove ho saltato una doppia o uno spazio, ma di dirmi di eliminare un personaggio, o di due personaggi farne uno, o di cambiare il finale…
Ma è davvero sbagliato, e inaudito?
Davvero la mia integrità come autore ne risulta lesa, se mi viene fatto presente che una mia scelta non soddisfa o non convince alcuni lettori, ed io cambio il testo?
Perché il development editor può dirmi di cambiar colore ai capelli della protagonista – ed è ok, perché lui sa cosa vuole il pubblico – ma se duecento miei lettori – che sono il pubblico – mi chiedono la stessa cosa, prendere in considerazione la loro opinione è sbagliato?
Soprattutto se io sono ancora in fase di scrittura?

Perché poi, dopo, a libro finito e consegnato, pubblicato e venduto, mi diranno che loro lo avrebbero scritto diverso, sui loro blog o in raccapriccianti recensioni su Amazon – di solito dandomi del ritardato ed aspettandosi una reazione per sentirsi gratificati.
Perché subire una opinione dopo è ok, ma considerare una opinione durante non lo è?
Perché gratificare il loro lato peggiore rispondedno ai loro insulti, invece di gratificare il loro lato migliore coinvolgendoli per quanto possibile nel mio lavoro, che è un lavoro che io svolgo per loro?

Conosco autori che pubblicano saggistica, consentendo un editing pubblico della outline – sì, della traccia prima ancora di scrivere una riga del testo.
Sono pazzi?
Scrivono per forza male?
Sono responsabili di una lenta ed inesorabile degenerazione della civiltà?

Non sto dicendo che esista una risposta facile.
Se esiste una costante, è che con qualunque formula ed approccio alla creatività sono stati creati tanto dei capolavori straordinari quanto delle ciofeche inesprimibili.
Non esiste una formula certa e garantita.
Credo percò che liquidare la domanda con una spallucciata perché il pubblico deve prendere per buono ciò che gli passo, e se non gli va fatti suoi, sia riduttivo.
Questo è, dopotutto, il ventunesimo secolo.

————————–
* Il rischio di finire aparlare di balene e balenieri è la principale causa dell’inutilità di facebook ai fini di una discussione costruttiva.

** Aggiungo poi che, considerando che scrivo per la pubblicazione, potrebbe bastarmi dare al development editor ciò che l’editor vuole – il development editor è quello che dovrebbe sapere ciò che piace al pubblico, giusto?

***Per gli autori artigianali (alias gli autoprodotti) è leggermente diverso, ma per chi pubblica industrialmente, il potere di far aprire il libro è nelle mani del pubblicista, non dell’autore.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Lettori e Controllo

  1. Sono gli stessi pensieri a cui spesso faccio riferimento quando penso a un pubblico possibile per la poesia. Ultimamente mi propongo di cercare di creare qualcosa di bello principalmente quindi di empatico o mentale a seconda dei casi.

  2. Io credo che non ci sia nulla di male nell’interazione Scrittore/lettore, in special modo, citando il caso di Cussler, in piccoli dettagli che, alla fine, sono modificabili facilmente attraendo i lettori.

    In ogni caso, il ragionamento “devono prendere per buono quello che gli passo, se non gli va fatti loro” è insensato per il fatto che se uno scrive (Parliamo di una persone nel pieno delle facoltà mentali), lo fa per vendere (Evitiamo le solite menate “Lo faccio per me, per esorcizzare i demoni, per venerare il grande dio Babà della letteratura gastronomica o cose simili xD) e perchè gli piace, ma a nessuno piace perdere tempo, quindi scrivere, ma non avere lettori, porterebbe semplicemente a smettere di farlo.
    Quindi, chiedere opinioni ai propri lettori, al proprio pubblico di riferimento, specie con i social oggi a disposizioni è una risorsa in più da non sottovalutare!

  3. Se scrivi per vendere è giusto chiedere l’ opinione a chi deve comprare il libro, scrivere con il concetto “io sono nel giusto e devo educare i lettori” è abbastanza fallimentare a livello di marketing.

  4. Personalmente ritengo che la via maestra sia quella di interagire con persone qualificate per tutti gli aspetti tecnici e riservare il resto una volta che si sia creata una fanbase. Il controllo di cosa narrare e di come farlo dal mio punto di vista nasce e muore nella pianificazione dello scrittore, compresa la scelta di aderire a canoni strettamente aziendali come quelli in vigore per specifici segmenti di narrativa.
    Il lettore può e deve scegliere quello che più gli aggrada, può cercare di avere una forma di rapporto con chi scrive via social network e simili, può ovviamente recensire bene o male quello che legge ed esercitare il suo sanissimo diritto alla critica (magari costruttiva, così per fare una cosa nuova). Se proprio, vorrei tirare in ballo anche gli editori e chi ne fa le veci come Amazon; nel momento in cui si consente, come spesso capita, di trollare pubblicamente autori e libri oltre ogni limite di educazione si va ad inquinare qualsiasi possibilità di aprire un confronto costruttivo.

  5. Posso dire la mia riguardo ai miei libri, che sono tecnici (manuali di wargame e giochi di ruolo). Io sono arrivato a un “metodo” in circa 6 anni di attività (sto ancora sperimentando ma il gradimento della mia nicchia ristretta mi dà abbastanza ragione).

    io faccio uscire una beta senza chiamarla tale (altrimenti non venderebbe), dove ho fatto ogni ragionevole sforzo di completezza e di revisione. Il testo è stato rivisto da un editor e da un proofreader che sono ANCHE miei clienti tipici, le regole testate da 4-5 tester. Queste persone lavorano gratis o dietro omaggi, e riceveranno una copia gratis del libro e il loro nome stampato a pagina 1.
    Sfruttati? No. Essere parte del processo creativo assicura che il prodotto finale sia più vicino a quello di cui hanno bisogno. Time for quality.

    A questo punto chiedo ai miei lettori se è tutto chiaro, se vogliono cambiamenti, etc. il libro esce solo in formato digitale.Bastano 100 persone e avrete almeno un grammar nazi e un pensatore di scuola logica vulcaniana nel vostro campionario, che beccheranno refusi e errori di logica.

    Bisogna IGNORARE chi richiede modifiche strutturali. Il libro è vostro e avete un pubblico di riferimento, ci sta che in quel campione ci sia uno insoddisfatto. Don’t panic.

    Dopo due-tre giorni, grazie ai commenti dei lettori (paganti e quindi motivati) faccio uscire una nuova versione aggiornata. E poi così per circa un mese/40gg, dopo di che il testo è abbastanza stabile e posso preparare la versione cartacea, che è molto più complicata da gestire dell’ebook.

    è importante avere un’area del libro dove si possano incamerare suggerimenti e rispondere alle domande dei lettori senza stravolgere il layout. Per me è una corposa sezione FAQ verso la fine. Le prime 10-15 pagine sono scritte nella pietra a meno che non si riscontri un errore grave.

    Un esempio: Il mio ultimo gioco BattleSworn (shameless plug http://www.ganeshagames.net/product_info.php?cPath=1_6&products_id=226&language=en ) è uscito in versione 8.0. Ancora non è disponibile il cartaceo e siamo già alla 15.0. e il libro si è allungato di 10 pagine Tutte modifiche chieste da lettori paganti che ricevono un aggiornamento gratuito, a vita, dal mio sito.

    Non so come sia possibile una cosa del genere per la narrativa…

    • Grazie per la testimonianza.
      Metodo molto interessante.
      Per la narrativa è diverso – anche se il grammar nazi e il logico vulcaniano tornano comodissimi anche lì (per quanto a volte siano un po’ abrasivi).

  6. Caro Davide Mana,
    sono personalmente molto interessato al problema che poni, e ho fatto diverse riflessioni sul rapporto (in generale) tra arte e committenza. Le riflessioni sono lunghe, e non riesco a riportarle qui. In estrema sintesi, ho l’impressione che (non solo nella letteratura, ma in tutta l’espressione artistica) il novecento abbia sostenuto con forza che l’artista deve prescindere dai bisogni o dalle richieste dei committenti: sono i committenti che devono adattarsi a ciò che l’artista propone. Penso che il punto di partenza sia stato una richiesta forte di “libertà” dell’artista stesso, che non può essere condizionato da altro se non dalla propria inclinazione. Sinceramente ho dei dubbi sulla validità assoluta di questa posizione, che peraltro non è mai stata dominante nell’arte del passato. C’è una frase di Mozart, che credo sia utile per capire il mio punto di vista. Purtroppo l’ho letta ani fa sul libretto di accompagnamento di una raccolta di CD, e non la trovo più, per cui vado a memoria. Nel presentare un ciclo di concerti al committente, Mozart scrisse (approssimativamente): “La vs Signoria Illustrissima troverà che questi concerti sono scritti secondo tutte le regole dell’arte musicale, per come essa è praticata oggi, e un professionista li troverà ineccepibili. E anche il semplice orecchiante li troverà piacevoli, senza sapere perché”. Trovo fantastico quel “senza sapere perché”. E’ come se Mozart ci dicesse che il vero artista è comunque libero (di esplorare le strade che ritiene più interessanti per la SUA creatività) anche se (apparentemente) non fa che seguire le richieste della committenza. Un altro esempio: Dante Alighieri ha scritto un intero poema (cento canti) in terzine a rima baciata. Se c’è uno schema che sembra una camicia di forza è proprio questo. Penso che Dante l’abbia utilizzato perché conforme agli standard stilistici della sua epoca. Tuttavia trovo pochi esempi di libertà artistica assoluta nella letteratura di tutti i tempi paragonabili alla Divina Commedia. Per concludere: credo che un bravo scrittore dovrebbe essere in grado di farsi apprezzare dai suoi lettori (quelli colti, e anche quelli meno colti), e nello stesso tempo portare avanti la sua ricerca esattamente come se i lettori non esistessero. Secondo me solo chi è capace di fare una cosa così dimostra di saper scrivere veramente.

    Piero Schiavo Campo

  7. Che dire? “Quale” pubblico per “quale” autore, forse. Ce lo vedete voi Ernesto Bolano, Giorgio Manganelli o Michele Mari che scrivono romanzi a richiesta? Io no. In che cosa potrebbe consistere l’innovazione dell’arte se “certe cose non si fanno perchè nessuno le compra”?

    • Però pensateci.. un “living novel” che cambia, anno dopo anno, in base ai commenti dei lettori… l’immobilità eterna della carta stampata tramutata nel fluire degli elettroni… scrittura come esperimento sociale e condivisione… chi compra il romanzo lo fa anche un po’ suo e partecipa alla trasformazione.. un round robin su scala planetaria su ciò che è stato già scritto..

      non dico che tutta la letteratura possa essere così, ma un autore umile e intelligente potrebbe cavarci fuori qualcosa di buono.

      (sicuramente qualcosa del genere lo avranno già fatto, non mi intendo di scrittura sperimentale e leggo solo genere e saggistica/manualistica, quindi perdonate se sto riscoprendo l’acqua tiepida).

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