strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

A cosa si pensa prima di scrivere

13 commenti

Un post estemporaneo, per il pomeriggio.
Un pork chop express.
La cosa nasce da una chiacchierata fatta ieri con alcuni amici, durante l’ora d’aria, qui nel Blocco C.
Si parlava – indovinate un po’ – di scrittura, ed inparticolare di un paio di autori che ci sono particolarmente odiosi.
No, no, nessuno che conoscete.
Ed è venuto fuori qualcosa di interessante – a dimostrazione che anche dalle chiacchiere più vuote ed inutili, qualcosa di buono si può ricavare.

locandinapg1Ma prima, fatemi divagare un attimo.
C’è un film, una vecchia pellicola degli anni ’80, con Tom Selleck e Paulina Porizkova, intitolato Her Alibi – in Italiano, Alibi Seducente.
Si tratta della storia abbastanza sciocca di un giallista in crisi che decide di dare un alibi ad una giovane donna accusata di omicidio, nella speranza di ricavarne un’ispirazione che ravvivi la sua carriera ormai alla canna del gas.
E lei naturalmente è molto attraente.

Ora, al di là dei meriti e dei demeriti del film – che non è esattamente il massimo – ciò che mi interessa è il modo in cui viene rappresentato il processo creativo del protagonista, che siede al PC (usa un venerando Zenith laptop 8086, macchina che all’epoca costava un capitale ed era quanto più d’avanguardia si potesse immaginare) e comincia a riversare prosa orribile nel word processor, sostanzialmente dando un’aura hard boiled e pacchianissima ai propri eventi domestici.
È una scrittura orribile, chiaramente figlia di un autore che non riesce a dimenticare se stesso quando scrive.
Fa ridere.
Fa molto ridere, a tratti.
È scritto per far ridere.
E fa particolarmente ridere se mai avete conosciuto certe persone che lo fanno per davvero.
La vita imita l’arte, e tutto quel genere di cose.

Per cui torniamo al punto interessante della chiacchierata di ieri – ciò a cui pensiamo quando ci mettiamo a scrivere.

No, ok, lo so, pensiamo alla storia, ciascuno nella sua maniera diversa – e non esiste una maniera giusta o sbagliata.
No, non quello.
Prima.
Più a fondo.

È il solito discorso, in realtà, lo abbiamo già fatto.
Se mi siedo al PC pensando “Ora vi faccio vedere io!” (o peggio ancora “Ora ti faccio vedere io, <nome e cognome>!”), i risultati saranno orripilanti.
sarò ridicolo e pacchianissimo, come Tom Selleck in quel film.
Devo esserne consapevole.

Eppure ci sono quegli autori che pare di vederseli, che si siedono alla tastiera pensando

Eccomi, bello come un dio greco, pronto a illuminare le masse decerebrate dei rudi meccanici con la mia arte, la mia prosa meravigliosa, i miei concetti sublimi! Ah, come sono bello! Sono davvero bello bello bello in maniera assurda! <sospiro>

Che poi scrivano racconti, manuali di scritura o pagine di blog, cambia poco – lo sentite anche voi, quella disperata infatuiazione per se stessi si riversa sulla pagina, quel voler essere loro – e  non la storia – al centro dell’attenzione dei lettori.
Fa inacidire ogni riga, ogni paragrafo.

Il fatto è che se si scrive una storia, o un post, o una lista della spesa, ciò che conta è la storia, o il post, o la lista della spesa.
Non devo scrivere pensando all’immagine che i lettori ricaveranno dell’autore.
Non devo scrivere pensando ai numeri – di battute, di pagine, di parole, di lettori, di hit.
Non devo pensare alle mie vendette o alle mie faide personali.
Non devo – e questo dovremmo averlo imparato al liceo – scrivere per far colpo su una ragazza.
Se scrivo, scrivo.
La storia è la storia, non un piedistallo per il mio ego.
Ed è dura, è durissima, perché di solito chi scrive – anche se scrive solo post su un blog o liste della spesa – ha un ego in qualche modo ingombrante.

Ecco, di questo, siamo finiti a parlare, durante l’ora d’aria di ieri nel Blocco C.
Il che, lo ammetterete anche voi, è molto zen.
E siamo giunti alla conclusione che forse la cosa migliore a cui pensare, quando ci si dispone a scrivere, è…

OK, vediamo adesso cosa succede.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “A cosa si pensa prima di scrivere

  1. il mio ego può stare nel cappuccio di una Bic, mi sa.
    Banalmente, se scrivo, scrivo pensando a qualcosa che mi piacerebbe fare. O che – nella finzione – mi piacerebbe fare, come protagonista. Sic et simpliciter.

  2. Interessantissimo e la riflessione non è per nulla banale. Va a incrociarsi in qualche modo a quel che avevo scritto in quel mio post sui social e sulle percezioni che gli altri ricavano di noi stessi. E sì, l’ego di chi scrive tende ad aumentare, chi scrive normalmente è spaventosamente presuntuoso. Il sottoscritto in primis, il che mi crea qualche problemino personale perchè fondamentalmente odio la presunzione… Comunque, riflettendo a fondo sull’interrogativo, la risposta che spontaneamente mi sorge è: nulla. Non mi viene in mente nulla se non quello che sto scrivendo. Non è che vado in trance, intendiamoci. Mi alzo, mi faccio un te’, espleto le mie funzioni fisiologiche, rispondo alle chiamate dei call center ma quando ritorno alla tastiera, penso a niente.

  3. Io ho un ego esondante, ma non quando scrivo, e non so quanto sia un bene o un male ^^. E le ore d’aria nel blocco C portano sempre a post interessantissimi🙂

  4. Scrivere per fare colpo immagino non sia il miglior modo per approcciare la scrittura, eppure molti libri di successo credo siano scritti, a grandi linee così, sapendo che ci sono alcune cose che, scritte in certo modo, fanno effetto sui lettori. Un buono scrittore ne può ricavare materiale interessante, un cattivo scrittore riesce solo a essere ridicolo.
    La mia esperienza (parlo di me tanto per dimostrare quanto egocentrico sia anche io) è diversa: io scrivo in due modi. Primo :quando mi viene un’idea la butto giù (non subito in genere, ma appena posso). Secondo (il più usato): mi metto al PC e scrivo: le cose vengono fuori da sole. Non mi pongo intenti particolari, ma solo quello di proseguire il lavoro già iniziato o di avviarne uno nuovo. Credo che il metodo, la costanza e l’impegno siano importanti quando si scrive.

  5. Partire dalla frase che citi tu è ottimo.
    Tutto il resto io lo chiamo “spararsi delle pose.”
    Corrispondere al cliché dello scrittore. Che, per inciso, è molto diffuso anche tra chi prova a scrivere davvero, magari solo per poterlo raccontare.
    Il che è abbastanza orripilante.
    Quindi potrebbe trattarsi anche di ego, ma di un ego che si sopravvaluta un bel po’😛

  6. Non si tratta propriamente di un pensiero, ma è un’emozione profonda, qualcosa che scaturisce dal proprio intimo, una breccia della propria coscienza che migra verso molteplici destini.
    Prima di scrivere auspico future accattivanti contaminazioni, non importa se confronti entusiasmanti o tormentati, purché sempre autentici e spontanei.
    Enrica

  7. Mi piace scrivere prendendo spunto da “un tema dato”. Può sembrare coercitivo ma per me è l’elemento casuale da cui la storia inizia. Da quel momento inizia il lavorio mentale che consiste in una specie di filmino immaginariodove gli attori recitano a soggetto in uno scenario che si delinea un po’ per volta.

  8. Per quel che mi riguarda, la scrittura fa sempre parte della mia mente, anche mentre faccio tutt’altro. E’ un brusio sullo sfondo. I personaggi premono per venire fuori insieme alla vicenda e io, a volte mi aiuto con il quaderno delle microstorie, a volte scrivo a memoria. Mi viene molto facile buttare giù trame che si fanno rispettare (nel senso che stanno nel parametro: mai sotto alle 250 cartelle), anche se non sono mai arrivata alle lunghezze di Licia Troisi (l’ultima mia fatica di quest’anno è di 306 pagine). Sto trovando molto utile l’esperienza con il sito della Tela Nera dove si impara a scrivere per tema e dove c’è gente che ti segnala i difetti e dove tu, commentando i lavori degli altri, impari a correggere te stesso vedendo quelli altrui. Bella anche l’esperienza del Trofeo Ioscrittore, dove al commento dei racconti si passa a quello dei romanzi (terreno scivoloso). Anche per me, come per Il Dottor Mana, scrivere è una faccenda seria, maledettamente. Io mi sono imposta un’autodisciplina quotidiana (tipo: non ti alzi da lì se non hai finito il capitolo o il racconto) perché vale di più il pezzo scritto ogni giorno delle 30 pagine buttate giù in una nottte sul filo di lana della data di consegna.

  9. C’è chi scrive per impressionare gli altri, chi per gloria o chissà che altro.

    Al momento quelle due cavolate che ho buttato giù sono lì perché mi andava l’idea di scrivere storie dove eroi nerboruti sbudellano cose in labirinti sotterranei mentre salvano ragazze poppute.

    Non sarà molto da intellettuale, però almeno è divertente!😀

    Poi ovviamente si spera che qualcuno legga.

  10. L’autore che si mette lì con l’intento di stupire, di rivoluzionare questo e quello con effetti speciali lisergici o con la sola imposizione del proprio Ego, per me – sottolineo, per me – ha una voglia di vaudeville che lo sfigura. Come dici tu, l’effetto comico è inevitabile, e dalla prima pagina in poi è spesso irreversibile. Uno così dovrebbe avere l’onestà di firmarsi Primo Boria e scrivere fantasiose autobiografie autoincensanti, che poi – bene o male – è ciò che passa comunque al lettore. Spesso usano beceri trucchetti da mestierante, un linguaggio forzosamente evocativo che sospira banalità o addirittura il nulla, un po’ come gli attori cani che bisbigliano invece di parlare col diaframma (altrimenti si capisce che sono cani), vendono una finta saggezza che è qualunquismo travestito o un’idea di sé che cova un senso di superiorità del tutto ingiustificato, limitandosi così a vendere il proprio personaggio e nient’altro. Gente così può avere successo commerciale, mi viene più di un nome alla mente, però a chiamarli scrittori ce ne vuole.

  11. no, be’, proprio “e adesso cosa succede” non riesco a chiedermelo: la storia devo averla tutta in mente. ma, almeno alla prima stesura, a volte mi domando: “caz, e adesso come facciamo ad arrivare fin là?” (fin là è tipicamente uno snodo narrativo), e poi mi godo la sorpresa di arrivarci.
    ma è solo alla prima stesura, quando scrivo per me. poi inizia il lavoro vero, quando riscrivo per essere comprensibile.

    ps. ho apprezzato davvero tanto la citazione da zoolander!

  12. Quel che fa il personaggio di Tom Selleck mi fa venire in mente lo psicologo degli sceneggiatori hollywoodiani (I forget the name) che consiglia ai suoi clienti di cominciare ogni sessione di scrittura con una circostanziata supplica all’Altissimo perché conceda di scrivere la più orribile prosa che si possa immaginare – o qualcosa del genere. Credo che il film sia troppo vecchio per essere ispirato alle teorie di costui, ma la scena che descrivi mi fa venire in mente questo genere di rituali pre-scrittura.
    Giro di ricognizione, say.
    Che poi, a dire il vero, spesso e volentieri prima di scrivere immagino quel che sto scrivendo già in scena. In parte perché associare voci ai personaggi fa parte del metodo, e in parte perché a quale ego non piace la prospettiva degli applausi? E una volta che ha avuto i suoi applausi, lo si può mandare a giocare in un angolo, e si lavora in pace.🙂

  13. Il mio ego, soprattutto quando scrivo potrebbe stare in un ditale, anche per il fatto che le cancellature sono continue (e siccome scrivo per diletto personale e non per professione) e definitive. Un paio di giorno fa avevo deciso di concludere un racconto iniziato a caso dopo una mezza ispirazione.
    Bene, ovviamente non solo non ho concluso nulla, ma ho anche cancellato metà di quanto fatto fino a quel giorno.

    Detto questo, che poi è uno sfogo ma vabbè, penso anche di averlo visto questo film da qualche parte… ma non sono sicuro…

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