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Il lettore penalizzato

22 commenti

I bei vecchi tempi, quando c'era meno scelta

I bei vecchi tempi, quando c’era meno scelta

Bookrepublic ha pubblicato sul proprio blog un post, due giorni addietro, nel quale, fra le altre cose, si postula sostanzialmente che il lettore sia penalizzato dalle dinamiche dell’autopubblicazione.

L’idea – ma leggete il post – è che l’abbondanza dell’offerta aumenti la probabilità di beccare un libro che non ci piace.

A prescindere dalle polemiche a volte ingiuste sulla qualità, nasce un evidente gap di convenienza. Se è vero che il selfpublishing è parte della buona, o presunta tale, “economia dell’abbondanza”, continua tuttavia a scontrarsi con la scarsità della principale risorsa del lettore:il tempo. Per quanto buoni siano gli algoritmi che ci profilano, consigliano e customizzano, è estremamente probabile che il piacere che ci può derivare da una buona lettura sia mediamente più basso, perchè è più probabile che incontriamo contenuti che non ci piacciono. Si genera una diseconomia; e le diseconomie hanno dei costi.
In altre parole, il selfpublshing non conviene ai lettori.

Ora, sarà che per me leggere è indispensabile come mangiare, ma a me piace fare dei paragoni terra terra con le dinamiche gastronomiche.
L’idea è che andare in un ristorante a menù fisso sia preferibile ad un ristorante a la carte, perché se ho la possibilità di scegliere cosa mangiare, il rischio che ciò che ordino non mi piaccia aumenta.

Oppure, visto che leggere è – a volte – meglio del sesso, potremmo postulare che vivere su un’isola dove ci sono solo due donne nubili, anziché in un posto dove ci sono decine e decine di donne nubili, sia preferibile: troppa scelta significherebbe maggiori rischi di innamorarsi di quella sbagliata, ed averne il cuore infranto.

O, per restare in ambito letterario, è come decidere di bruciare una biblioteca, perché in fondo basta il Corano.

C’è un forte senso di si stava meglio quando si stava peggio, nell’idea che l’eccesso (?) di scelta comporti un calo della qualità dell’esperienza.
Ma il punto non è questo.

La logica esposta nel passaggio citato qui è fondata su un argomento fallace: l’idea è che io scelga le mie letture sulla base di un algoritmo di profilatura.
Insomma, che io accetti i consigli di Amazon, il cosiddetto Also Like.

Se ti è piaciuto [titolo], allora potrebbe piacerti [titolo].

toomanybooksMa anche no.
I criteri di selezione dei lettori, anche per ciò che riguarda gli autopubblicati, restano solidamente
. precedente conoscenza dell’autore
. consiglio di una fonte fidata (amico, critico, blogger)
. copertina
. quarta di copertina/blurb
. prezzo

La disponibilità di un’anteprima è anche un fattore significativo.

L’Also Like serve a mettere in vista autori a basso profilo – è una vetrina.
E, certamente, l’essere in vetrina (o in classifica) garantisce un extra di vendite (dal 20% al 40%, a seconda delle fonti) ma non è il criterio principale di selezione.
Anche perché è molto facile accorgersi se ci sta dando consigli ridicoli.

Ciò che non è stato considerato, nell’analisi per cui l’eccesso di varietà penalizza il fruitore, è dato dal fatto che l’aumento della varietà implica la messa in funzione di nuovi filtri.
Che non sono filtri automatici.
E che i lettori sono perfettamente in grado di sviluppare ed utilizzare tali filtri.

Io, per dire, ho una fortuna sfacciata, quando si tratta di acquistare ebook di autori che non conosco.
Ma non perché io abbia poteri paranormali – leggo semplicemente i blog giusti.
Ho trovato, in altre parole, dei filtri che sono sufficientemente sintonizzati sui miei gusti, da eliminare dal mio campo visivo gran parte delle distrazioni.
Si tratta, ci tengo a dirlo, di blog e blogger.
Li ho già citati in passato – Ron Fortier per il pulp, i ragazzi e le ragazze di Black Gate Magazine per la sword & sorcery, Paul Bishop per il poliziesco e l’hard boiled, SF Signal e SF Site per la fantascienza, eccetera.
Più una certa selezione di blogger italiani.

La varietà e la diversità non sono mai un fattore negativo, se vissute in maniera sana.

O se preferite…
Era meglio quando potevo scegliere fra 80.000 titoli, e provare qualcosa di nuovo rischiando una decina di euro, o è meglio ora, che posso scegliere fra 800.000 titoli, e se voglio correre il rischio e provare qualcosa di nuovo, mi brucio 99 centesimi?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

22 thoughts on “Il lettore penalizzato

  1. Sarò magari fortunata o particolarmente brava a scegliere le mie letture, ma fatto sta che ultimamente le uniche fregature le ho beccate solo con i libri pubblicati da editori, e parlo di grossi editori. Il motivo è semplice: con l’autore indie ci sto attenta, valuto bene prima di spendere quei 99 cent, invece faccio ancora l’errore di fidarmi del grande editore quando non ho voglia di stare lì a fare qualche ricerca. Al fastidio, nonché tempo perso, di aver letto un brutto libro, si aggiunge la beffa di aver speso dieci volte tanto.
    Insomma, in altre parole, viva la varietà e soprattutto viva il self-publishing che ci dà maggiore scelta.
    Gli articoli come quelli di Bookrepublic sono ovviamente di parte, scritti da chi tira l’acqua al suo mulino, magari perché si rende conto che i lettori si stanno rivolgendo altrove. È l’ennesima provocazione per fare un po’ di polemica e far parlare di sé. Sparare a zero sui self-publisher va molto di moda a questo scopo.
    Ma ciò influirà davvero sulle scelte dei lettori? Direi proprio di no.😉

  2. Riferito alla domanda ” A pari interesse, e con un autore sconosciuto, preferiresti spendere venti euro o 99 cent?”
    “Preferisco spendere venti euro. Se il libro costa tanto vuol dire che sarà di qualità elevata anche la storia”.
    Una mia compagna di corso, UN solo giorno dopo che studiammo il perché e il percome i libri costano tanto.
    A volte sembra di combattere contro i mulini a vento.

  3. Roba da matti. Quell’articolo è surreale. Vogliono il popolo bue, e ci riescono benissimo.

  4. chi vuol spendere tanto e avere meno scelta, per giunta lo sbandiera facendosene vanto, è solo perché:
    1) ha tutti gli interessi affinché le cose non cambino;
    2) Non ha problemi di soldi e/o legge poco, quindi l’argomento non lo tocca;
    3) E’ un lettore pigro, o meglio impigrito da anni di politica editoriale, e avere più scelta lo spaventa. Penso al genere fantastico, sopratutto dopo anni di scelte poco lungimiranti e pavide, basate su pochissimi autori e ristampe a pioggia di Dick, Lovecraft, etc.
    Francamente, pur sforzandomi, non riesco a trovare nessun punto a favore per tenere ancora in vita un sistema così.
    Da lettore non posso che essere felice dell’invasione dei barbari del selfpublishing

  5. Secondo me però il discorso di Bookrepublic ha senso, ma solo per una metà dell’universo dei lettori, cioè quelli cosiddetti “deboli”. Tu, io e probabilmente tutti quelli che commentano qui sono lettori forti, ovvero come hai detto tu già adesso spesso quando comprano lo fanno perchè sanno cosa stanno comprando. Inoltre leggere è parte integrante della loro vita e quindi si informano per diverse vie.

    Quindi l’avvento del selfpublishing non complica più di tanto le cose, al massimo renderà leggermente più lunga la ricerca di cose interessanti, e aumentando l’offerta renderà la scelta più ardua (quale leggo tra tutti questi libri interessanti? non potrò leggere tutto ciò che potenzialmente mi interessa).

    Tutto questo il lettore “debole” non lo fa, e probabilmente non lo farà mai. Non gli interessa, preferisce la pappa pronta, che adesso(ieri?) sono i grandi editori e i loro spazi in libreria, domani(oggi?) sono gli algoritmi.

    Per loro l’avvento del selfpublishing, e dell’e-book, cambia effettivamente le cose: il grande editore non è più sinonimo di autorevolezza, lo diventa l’algoritmo. E chi lo fa l’algoritmo? Il gatekeeper, Amazon, Bookrepublic, Ultima Books, Apple, Google…

    Secondo me quindi la riflessione su come fare gli algoritmi sarà molto importante nel definire ciò che la maggioranza dei lettori vorrà o non vorrà leggere. E potrebbe essere un occasione per far fare il “salto” ai lettori deboli o per mantenere il gregge mansueto dandogli il solito. Che è quello che comunque viene fatto già adesso.

  6. Mah, secondo me il discorso di Bookrepublic si basa su una premessa che, per quanto mi riguarda, è sbagliata a priori: che il self-publishing porti “in giro” più letture scadenti di quante non ne porti l’editoria “classica”.
    Il che, facendosi un giro tra gli scaffali del “fantasy” e “horror” di una Feltrinelli qualsiasi, risulta un’evidente fesseria. Della fantascienza non parlo, che tanto a ristampare Dick, Asimov, Bradbury e Herbert non si sbaglia, no?😀
    La verità è che il discorso potrebbe anche avere una sua logica malsana, se gli editori facessero appieno il loro dovere, selezionando con cura e attenzione ciò che pubblicano, realizzando traduzioni eccellenti, correggendo il 99% dei refusi e delle castronerie… Beh, allora potrebbe avere senso voler “investire” un po’ più di soldi nell’acquisto di libri non autopubblicati. Forse. O meglio, per lo meno noi lettori avremmo la sensazione di pagare di più per un servizio effettivo. SI innescherebbe un meccanismo di possibilità di scelta tipo:
    – compro a prezzi minori gli autopubblicati, ne compro di più e accetto il rischio che qualcuno sia brutto
    oppure
    – spendo i miei 15 € per un libro edito da Einaudi, o da Mondadori, ne compro uno solo… Però sono sicuro che sarà una lettura eccellente!

    Utopia.😀

  7. Concordo pienamente. Ho comprato decine e decine di ebook selfpub e non ho MAI preso una fregatura, semplicemente perché ho dei buoni filtri e sgamo al volo la roba brutta. Leggere le prime pagine tramite la preview kindle è sicuramente un aiuto. Il lettore debole invece non ha gli strumenti culturali per capire se un libro è buono da un capitolo prova, perché non riconosce le magagne.

  8. Come ho scritto “dall’altra parte”, e copiaincollando per aprire il discorso anche qui, con la lettura, con l’esperienza, ho selezionato almeno due grandi editori da tenere a distanza. Si tratta quindi di due macrocosmi che posso immediatamente individuare. Nel self, invece, OGNI autore è un microcosmo da esplorare. Migliaia di microrganismi che vociano, che richiedono tempo per essere esaminati al microscopio.
    Datemi una sorta di cartina tornasole e vedrò il self con occhi diversi.
    Come al solito si tratta di filtri e di garanzie di base.
    Mi spiego.
    Anche Davide Mana usa dei filtri. È necessario. Si tratta di filtri manuali: blog di cui si fida. Quindi è un macrocosmo che permette di selezionare le cellule buone da quelle cattive. In questo caso il self può funzionare: i blog sostengono la mia fiducia investendo in una capacità di giudizio imparziale. Mi sta bene. Con questo sistema posso già escludere tutte le opere sgrammaticate o piene di costruzioni abusate o dell’avverbio “minimamente” (sì, è un mio cruccio).
    Ho almeno un paio di follower che si attaccano e staccano dal mio account con costanza per richiamare l’attenzione sul loro self. Sono insopportabili. Ottengono l’effetto contrario. Però un giorno ho letto l’anteprima di uno di loro su Amazon. Tre avverbi in -mente in una riga e vagonate di “rumore sordo” o robe simili. Non ho letto la terza pagina. Dimostrazione di come la pura anteprima non serva a niente. Perché richiede tempo. Tempo che risparmio se so, per esempio, che Susanna Basso ha tradotto un’altra opera di McEwan. Non devo preoccuparmi anche della grammatica, ma solo della storia di Ian.
    Conosco poi un twittero che dà in pasto a una timeline impotente la seguente frase: “Ciao, [at]nomeacaso, hai visto il mio romanzo su Amazon? [link]”
    Ripetuta per giorni e giorni, sempre la stessa. Una cartacarbone digitale.
    Ecco, questo modo di fare self è brutto. Serve a creare una koinè letteraria di bassissimo livello, qualcosa di uncinato al discount, al marketing fai da te, al prezzo come porta d’ingresso per il lettore.
    L’ho scritto un miliardo di volte e lo ridico anche qui: il lettore è la prova che la tua scrittura vale qualcosa, non l’insipida dimostrazione che il tuo ebook costa poco.

    Sergio Donato
    http://sergio-donato.blogspot.it/

  9. Forse sbaglio in pieno (io uso molto i criteri di ricerca e sia carta che digitale leggo prima di comperare), Credo sia dovuto anche al fattore che ora ci sia più libertà di proporre il proprio lavoro. Non avendo più solo un editore che può non accettarti il manoscritto ma anche piattaforme dove si può caricarlo senza passare dal via si è diffuso oltre il “si stava meglio prima” anche il “posso farlo anche io che non scrivo qualcosa dai tempi dei temi scolastici” e/o “quel genere lo odio ma visto che vende sono capace anche io” (che purtroppo ho incontrato). Che non lo considero male all’interno del contenuto della storia, ma sullo sviluppo (editing, cura, etc che non vengono fatti.). Secondo me dovrebbe essere aggiunto come criterio di ricerca questo, “testo editato da/ curato da” etc o no. Perchè con 800mila titoli ho ben più universi che posso leggere e che possono piacermi di più di un libro da 20 euro, ma aumenta la possibilità di trovare più quello che potrebbe essere una buona storia ma scritta male con refusi ed errori grammaticali balenghi perchè appunto non c’è una selezione alla base di questo genere.

  10. Chi ha paura di scegliere è perché non sa scegliere.
    Chi ha paura che gli altri scelgano è perché ha interessi di parte da difendere.

  11. Scusa Davide se commento poco, lurkone che non sono altro (in compenso ti leggo spessissimo ;))
    In questo caso un commento mi ha lasciato basito:

    “Il lettore debole invece non ha gli strumenti culturali per capire se un libro è buono da un capitolo prova, perché non riconosce le magagne.”

    Io non entro nel merito della polemica perché fino a una decina di anni fa leggevo al massimo 8/10 volumi all’anno ed ora sono passato ai 30/35. 80% narrativa di genere fantastico. Mi sto mettendo in pari con alcuni grandi classici che mi sono perso per strada.

    Fatta questa premessa, io dico solo che per me leggere è passione e tempo. Se perdo tempo mi incazzo. Ma mi accorgo di aver perso tempo dopo aver finito il romanzo, o comunque dopo parecchie pagine. Questo succede anche con autori blasonati che magari non hanno ripagato le mie aspettative. E prima di leggere mi informo moltissimo in blog, webzine, siti “autoriali” (per quello che significa…), etc.!!

    Quali sono questi “Strumenti culturali” di cui si parla? Mi sembra il solito discorso “Se non sei un meccanico non puoi guidare un’auto”… Vi prego di darmi due delucidazioni perché, a me, l’autopubblicazione sta creando una confusione immonda e nel caos non mi è possibile scegliere bene.

    Il discorso del ristorante è vero, ma non devo mica essere un cuoco per saper mangiare bene! E poi in un ristorante ho qualcuno che mi consiglia e di cui mi fido (lo chef) che come minimo mi aspetto abbia assaggiato tutte le pietanze e conoscendomi (un pò) possa darmi un consiglio. Magari sbaglia, ma sarei più tranquillo.

    Mi scuso per il mega-commento ma amo leggere e queste cose mi intrippano come poche…😉

  12. Sono d’accordo con te. Penso che chi ha scritto quell’articolo parta da un’idea di lettore un po’ strana, combinata con quella di un’internauta sprovveduto che, a mio modo di vedere, è proprio l’individuo che su Amazon o affini non metterà mai piede. Io nella scelta seguo criteri simili ai tuoi: nome, quindi conoscenza pregressa, argomento/trama, passaparola (qui ci metto dentro anche i blog), opinioni su social network tipo GR o Anobii… con cognizione di causa, naturalmente. Anche perché anche nell’editoria, self o convenzionale (qui bisognerebbe considerare il mercato nel complesso e non, come fa l’articolista, piccoli esempi virtuosi), vige la legge di Sturgeon: “ninety percent of everything is crap”. Poi magari uno sbaglia, ma credo che il lettore sia abbastanza maturo da imparare dai suoi errori. Io ero ultra-scettico sul self-publishing, poi ho fatto lo “sforzo” di provarlo (allettato dalla gratuità) e adesso spero di aver capito come orientarmi per evitare di sprecare quei pochi euro. Fra l’altro, il discorso sull’abbondanza e i negozi on line si applica benissimo anche a quelle piccole e valide realtà editoriali di cui si fa riferimento anche nei commenti, come esempio di buona editoria danneggiata (?) dal self-publishing.

  13. Secondo me state facendo l’errore di pensare che tutti siano come noi, quando invece noi siamo quattro gatti, che contiamo qualcosina giusto perchè consumiamo molti libri. Ma il grosso, là fuori, non sa nemmeno da che parte è girato. Non ha mai sentito parlare neanche di Dick, giusto per mettere le cose in chiaro.

  14. Infatti il grosso compra e legge (?) le 50 sfumature, non sa nemmeno cos’è il self-publishing.

  15. Sarò breve. Io continuo a pensare che se uno ama veramente qualcosa, fa di tutto per informarsi e scegliere. Grossa fetta invece di quelli che dicono di essere lettori, apre il libro tratto dal film a malapena. Credo che lo abbiano già detto altri sopra, e la penso così anch’io.
    Se amassi la pesca non mi limiterei alla canna di bambù e ai vermicelli presi in cortile.

  16. Perché si presuppone a prescindere che chi acquista online sia privo di intelligenza?
    Ci sono vari strumenti per capire se un ebook è valido o meno, basta usarli.

  17. Il punto è proprio che i criteri di valutazione sono gli stessi, indipendentemente dal supporto.
    Il supporto influernza altri fattori, dai costi ai tempi di consegna.
    Ma pensare che il tempo speso per informarsi riguardo a un ebook siano diversi da quelli spesi per un cartaceo, e che si sottraggano dal tempo dedicato alla lettura, dimostra una certa ingenuità.

  18. Come si può dire che la maggior possibilità di scegliere penalizza il lettore?
    Assurdo, ovviamente.
    Se uno ha interesse in quello che fa, si sbatte per farlo nel migliore dei modi, quindi non vedo proprio dove stia il problema. Se invece chi dice certe cose ha la coda di paglia, be’… sono convinto che avrà esattamente ciò che si merita. u_u

  19. A prescindere dalla lettura (ognuno legge e sceglie quello che gli pare e a me non me ne frega niente), la cosa che personalmente mi dà più fastidio, ma che oggettivamente non è una novità, è questa paura nell’usare la propria testa, nel delegare ad altri persino la scelta del modo in cui ci si deve divertire; lasciare il cervello spento e farselo parcheggiare da altri.
    Non è un mistero poi che i regimi autoritari abbiano sempre tanto successo a discapito di ordinamenti veramente basati sulla libertà e sulla giustizia.
    E, sì, tutto questo parte anche dalla “misera” letteratura di intrattenimento.

  20. Qui abbiamo parlato di “lettori forti” e invece io credo che anche i lettori occasionali possano avvantaggiarsi della possibilità di scelta.

    Questa estate ho incontrato in libreria una ragazzina(14 anni) che era sempre in spiaggia vicino a me.
    Si aggirava tra gli scaffali un po’ in difficoltà perchè cercava qualcosa da leggere.
    Troppo abituata al fatto che a scuola le dicessero cosa leggere, ora che era in vacanza non sapeva bene cosa scegliere.
    Allora siamo andate insieme nella zona YA.
    Personalmente non sapevo cosa consigliarle perchè io un po’ odio la roba che si trova negli scaffali dedicati alla letteratura YA perciò cercavo con gli occhi una via di salvezza per la poveretta.
    Siamo state lì un po’ poi mi fa:
    -A me non piace nè il fantasy nè i vampiri ma qui non vedo molto altro.-
    Ed era vero.
    Alla fine sai cosa ha scelto? “piccole donne”.
    E lo ha scelto visto che gli altri titoli oltre al fantasy nostrano e i vampiri erano “pattini d’argento” e “peter pan”.
    Ne vogliamo parlare?
    Insomma in quel caso quello scaffale era pieno di cose selezionate dai nostri “saggissimi” e “preparatissimi” editori però lei se non ci fosse stato “piccole donne” sarebbe uscita senza un libro.
    Troppo selettiva o lo scaffale un po’ troppo omogeneo?
    Fatto di 3000 libri che però alla fine sono tutti lo stesso libro perciò se non ti piacciono vampiri, angeli e spadoni…beh che cosa leggi a fare?
    Come facciamo a trasformare il lettore occasionale in lettore forte se gli propiniamo robaccia e soprattutto non gli diamo la possibilità di evadere dall’abituale lettura quando ha il guizzo di provarci?

    Personalmente sto leggendo degli autori americani autopubblicati strepitosamente bravi.
    E sto pescando davvero a casaccio perchè tendenzialmente mi barcameno tra give away e libri a 0,99 cent quindi in teoria sto andando a pescare proprio nella fascia a rischio immondizia…
    E invece trovo che la media sia altissima.
    Che dire…sarò fortunata?Avrò il senso critico giusto?
    Non so…

  21. I lettori abituati ai grandi editori e solo a best seller dichiarati tali dai grandi editori comprano in blocco a qualunque prezzo, con e senza DRM, e-book fatti coi piedi e non. Non hanno alcun concetto di decenza, che per me vuol dire che un e-book tanto per cominciare deve essere formattato come si deve, senza refusi e senza DRM, il fatto è che il 90% dei libri dei grandi editori ha questo problema. Poi ci aggiungiamo che molti libri si vendono perché sono loro le catene di distribuzione e le fascette con “vendute 100’000 copie” e la settimana dopo “vendute “200’000 copie” sono false. Solo marketing. Chi è pigro e vuole solo comprare i libri in classifica di soli 2 editori merita di spendere tanto per e-book con DRM e fatti malissimi, pieni di refusi e insulsi.
    Di storie interessanti e di e-book fatti bene ce ne sono tanti nel mondo del selfpublishing. Tutti hanno paura di Amazon che gli sta togliendo vendite, hanno paura di Kobo, di iTunes, di Google e allora scrivono articoli come quello citato. Che poi chi ha paura si allea: vedi Mondadori e vedi Feltrinellli.
    Sparare a zero sul selfpublishing è di moda, porta consensi dei soliti. Se l’editoria perdesse i finanziamenti governativi credo che sparirebbe completamente. Ognuno tira acqua al suo mulino, ovviamente. E quando si deve sparare sulla qualità delle storie tutti fanno attenzione al libro autopubblicato, ma nessuno lo fa con quello di un editore classico. E questa cosa fa rabbia visto che chi vive la scrittura come selfpublisher sa bene la verità dove sta.

  22. Pingback: Pillole di editoria digitale | Il blog di WePub

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