strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

I Clash, Han Solo & Lao Tsu

9 commenti

Ieri un tale che conosco mi ha detto che il futuro della fantascienza, nel nostro paese, è il cyberpunk.
E a me son venute in mente due citazioni.
La prima, naturalmente, è di Han Solo

Ma non avevano appena lasciato questa festa?

L’altra, è di Billy Bragg.

Se non fosse stato per i Clash, il punk sarebbe stato solo un ghigno, una spilla da balia e un paio di pantaloni bondage.

Credo che entrambe le citazioni si adattino abbastanza bene a chiunque creda, nel 2013, di potersi sedere al PC e “scrivere cyberpunk”.

Questo perché il c-punk era una modalità della fantascienza legata a un’epoca precisa (abbiamo lasciato questa festa), e perché il c-punk, come tutti i “-punk” è facilmente falsificabile (ghigno, spilla, pantaloni bondage).

Quello che mi interessa maggiormente, a dire il vero, è la falsificabilità.
Perché possiamo andare a un sacco di feste, e poi andarcene, e qualcosa di buono portarlo con noi.
Ma la falsificazione è il contrario di ciò che si dovrebbe fare quando si scrive.

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E mi interessa ancora di più, la falsificazione, perché temo che quella possa essere davvero il futuro di una parte della narrativa fantastica – nel nostro paese, ma anche altrove.
Un prevalere delle forme sui contenuti.
E senza i contenuti – senza i Clash – qualunque genre o sottogere diventa una pantomima.

Ora voi mi direte, ma chi ti garantisce che quel tale con cui hai parlato finisca a scrivere una orrida pantomima e nn un solido, tagliente romanzo cyberpunk?

Me lo dice l’istinto.
Me lo dice il poco che so sulla scrittura.
E sui generi.
O, se preferite, me lo dice quel vecchio proverbio cinese che fa più o meno così…

Lao Tsu non sapeva di essere un Taoista

William Gibson non sapeva di essere cyberpunk.

Fuor di metafora – se entro grandi, grandissimi ambiti, il discorso sul genere è inevitabile…

Scriverò un romanzo storico
Scriverò un fantasy avventuroso
Scriverò una storia ambientata nell’anno 2517

… nel momento in cui prima ancora di sedere alla tastiera ho già deciso che sarà un certo specifico sottogenere, ci sono forti premesse perché il risultato sia inammissibilmente fasullo.
È per questo che di solito diffido dei manifesti – perché aderire a un manifesto significa non solo lasciare i comandi a qualcun altro, ma anche partire già con delle idee preconfezionate nella testa.
E sulla pagina.

Sarebbe bello scrivere la storia, e poi lasciar decidere ai lettori in quale scatola infilarla.
O agli editori – in fondo, il loro mestiere è dire ai librai su quale scaffale sistemare i volumi per venderli*.
Ma così, a freddo, meglio pensare a scrivere, ed etichettare dopo il nostro lavoro.
È molto meno cool, ma anche molto più prudente.
Ci evita di partire coi cliché già belli piantati nel cervello.
——————————
*In entrambi i casi, lettori ed editori potrebbero scegliere un’etichetta che odiamo.
Ma a quel punto il libro non è più affar nostro – noi dobbiamo pensare al successivo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “I Clash, Han Solo & Lao Tsu

  1. Parallelo interessante. Soprattutto alla luce del fatto che, nella mia personale scala di valori, sia i Clash che il cyberpunk sono davvero in basso.

  2. Ciao Davide! Articolo molto interessante! Credo sia la prima volta che posto un commento sul tuo blog, e colgo l’occasione per farti i complimenti per l’ottima qualità dei tuoi interventi!
    Mi hai fatto venire in mente che molte idee o creazioni umane (artistiche, politiche, religiose…) partono spontaneamente, senza regole scritte, con il solo desiderio di comunicare qualcosa a qualcuno.
    Se l’idea non muore in qualche vicolo cieco dell’evoluzione memetica, c’è buona probabilità che cresca, si sviluppi, e si diffonda, e ad un certo punto qualcuno cerchi di mettere in relazione persone diverse con idee o stili simili: ed ecco nasce un movimento.
    Prima magari solo alcuni individui che si incontrano in un Club o in gruppo di FB, con idee diverse ma in qualche modo imparentate. La presa di coscienza di essere un movimento, di poter stilare una lista di must-have e di taboo, è spesso l’apice di un movimento stesso, e l’inizio del suo inevitabile declino: nel momento in cui si dà forma a ciò che prima era magma, ecco che la forma strangola la creatività. Certo, la forma rende accessibile a un pubblico più ampio la possibilità di aderire al movimento, ma addio alla spontaneità.
    E’ successo con il taoismo, da lao tzu al clero taoista con le sue ricerche alchemiche… è successo col punk, che oggi nella sua versione modaiola è accessibile a chiunque, succede ancora di più con i manifesti letterari.
    Come disse il compianto Michael Hedges della sua musica: “The term ‘new-age’ doesn’t come into my mind when I’m at my writing table or at my guitar. No categories come to my mind, and I think this is very healthy. If I did have a formula, it would be one more limitation that I would have to deal with, and I’m not in this business to make limitations for myself. I’m in it to get high. That’s what happens to me when I write music.”

  3. Posso aggiungere che il modo migliore per essere afflitti dal blocco dello scrittore è proprio sedersi a scrivere e pensare “adesso scrivo un racconto (mettici un genere a piacere)”?

  4. Pur rischiando al falsificazione, partire da una categoria aiuta, perchè se anche non lo stabilisci esplicitamente, la categoria è “tutto intorno a te ” ed è quasi impossibile restarne impermeabili. Mi domando se sei veramente sicuro di non aver pensato mai “scrivo un racconto xyz” nella stesura dei tuoi lavori.

  5. Credo poco nei generi e ancora meno nell’autoimposizione dei medesimi. Quanto ai progetti impostati a tavolino nella mia esperienza sono di mediocre, se non pessima, qualità. Se hai veramente voglia di scrivere, fallo e basta. Il resto lo si discute dopo. Sempre se ne vale la pena.

  6. @Imbrattabit
    Certo che l’ho fatto.
    Spesso.
    Non sono le mie storie migliori.
    In un paio di casi, editarle massicciamente eliminando gli elementi “tipici” del genere le ha migliorate.

  7. Fermo restando il discorso sui generi (sul quale sono solo in parte d’accordo), penso che in generale ci sia un ritorno di interesse alle epoche passate, dal XIX secolo ripreso dallo steampunk al cyberpunk che (rischia) di ricomparire ora che gli anni ’80 stanno tornando di moda.

    È un ritorno al passato, e come tutti i ritorni al passato dipende molto dal momento, da quello che si propone e sopratutto da come.

    Michael Bay ha riproposto i Transformers. Il tuo conoscente il cyberpunk. Vedremo…

  8. Salve, scrivo anche io la prima volta, e faccio i complimenti all’ autore del blog per cominciare.
    Il problema in generale è che la letteratura di genere (fantascienza e fantasy in primis) è rimasta indietro. A parte alcune rare eccezioni si ripubblica Dick, qualche classico, ogni tanto un best seller e si ignorano quasi completamente i Doctorow, i Stross e tutto il resto di quelli che stanno aggiungendo nuove idee o rielaborando idee vecchie alla luce delle conoscenze e della società moderna. E quindi chi in Italia è appassionato di letteratura di genere ma non mastica l’ inglese ha grosse difficoltà a slegarsi da idee ormai ingranate e da generi fissati. .

  9. bah, mi lascia un po’ perplesso questo tuo post, Davide.
    vuoi davvero dirmi che credi che tutti gli scrittori di genere che citi e di cui ci parli (con grande soddisfazione anche mia, devo dire) ignorino di scrivere di genere? Che il genere non rappresenti un baule da quale tirare fuori elementi, spunti, snodi tipici che possono eccome essere usati per definire le storie? Credo che invece riconoscersi in un genere, perché si prova passione per quel genere, per i suoi autori e personaggi e anche in fondo per i suoi luoghi comuni sia il passo ineliminabile per saper mischiare gli ingredienti tipici del genere nel modo giusto (non usfficiente a scrivere una buona storia, intendiamoci, ma di sicuro necessario).
    certo, l’immagine dell’autore che si siede al computer dicendo “adesso scrivo una storia di horror ambientalista e vegano” fa un po’ ridere, ma la passione per un genere, e il riconoscervisi e il volervi contribuire, sono esattamente questo. solo, senza le parole.

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