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Il libro delle meraviglie

14 commenti

109328.jpg.size-252_square-trueIl secondo libro sulla scrittura col quale sto allietando il mio tempo libero è una bestia alquanto curiosa, e molto molto soddisfacente.
Si tratta di Wonderbook, the Illustrated Guide to Creating Imaginative Fiction, di Jeff Vandermeer.

Ora, di Vandermeer avevo già letto ed ampiamente apprezzato Booklife – che non è un manuale di scrittura, è un manuale di manutenzione dello scrittore.
Ed è eccellente.

Wonderbook si presenta invece come un approccio organico – e sottolineo organico – alla creazione di narrativa d’immaginazione.
E mi piace che usi quella definizione, narrativa d’immaginazione, che mi riporta alle mie radici decampiane.

Ma cos’è, Wonderbook?

Qui c’è il booktrailer.

Il manuale – perché è un manuale – affronta la narrativa come organismo, ne descrive i componenti essenziali sottolineando come essi siano indissolubilmente legati gli uni agli altri, e si sforza di rimanere quanto più flessibile, pluralista e relativista nel proprio approccio.

Insomma, un po’ il contrario di ciò che fanno certi nostrani profeti dello show-don’t-tell*.

Wonderbook è un libro ricco.
È ricco di idee, di contributi di autori differenti fra loro per stile e approccio alla scrittura, ricco di immagini.
Wonderbook è illustratissimo, pieno di immagini surreali, si schizzi, schemi, diagrammi, tavole tassonomiche, pupazzi incomprensibili.
E pinguini.
Ci sono pinguini ricorrenti, fra queste pagine.
E pesci.

WONDERBOOK1

Il rischio, nell’mmergersi in questo volume, è probabilmente quello di essere colti da un entusiasmo straripante.
O da una profonda depressione.
O da entrambi.
Dovremo gestire lo stimolo all acreazione immediata e la consapevolezza che noi come Kim Stanley Robinson, come Neil Gaiman, come George R.R. Martin, come John Crowley, o come tutti gli altri eccellenti autori che offrono le proprie opinioni ed esperienze in queste pagine, non lo saremo mai.

Ma Wonderbook è anche qui per questo.
Per dirci che possiamo farcela.
E forse è proprio il tono, sospeso fra serietà e ironia, che rende questo libro piacevole.
È scritto bene, e presenta in maniera eccellente i propri ricchissimi contenuti.
Ed è esteticamente molto piacevole.

Il volume è anche arricchito da web extra e altro materiale meraviglioso, raccolto sul sito ufficiale, http://wonderbooknow.com

Non esageratamente costoso considerando la ricchezza dei contenuti, massiccio e poco pratico da leggere a letto ma comunque gestibile**, Wonderbook offre un approccio alla scrittura che è contemporaneamente molto rigoroso e molto possibilista.
Come un giro al circo, ma in un circo di quelli belli.

———————————–
*Alla voce show don’t tell, c’è un bell’articolo di Kim Stanley Robinson, fra queste pagine, che eutanasia definitivamente quella regola immutabile ed infrangibile, ma tale solo per i pedanti.
** Esiste anche in formato ebook, più comodo e a buon mercato, ma vi servirà un reader a colori e con lo schermo bello grande.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Il libro delle meraviglie

  1. Quel libro sembra meraviglioso. Sig. Vendermeer è uno dei miei modelli per la mia raconti steampunk — CJ Casey, http://www.cjcasey.com

  2. Gran bel libro!
    Io lo ho in elettronico ma leggendolo mi è venuta una grandissima voglia di averlo in cartaceo…ahhh l’odore della carta!😉
    Credo però che i miei bambini tenterebbero in tutti i modi di sfogliarlo per via delle illustrazioni colorate perciò la sua durata in casa sarebbe molto breve.
    Meglio la versione elettronica!

  3. @cjcasey
    Hi!
    Yes, it’s indeed a wonderful book, both content-wise and in terms of presentation.
    [sì, è davvero un libro meraviglioso, sia in termini di contenuti che di presentazione]

    @Cily
    Immagino che l’elemento più interessante della versione elettronica siano i link al materiale online.

  4. Mah in tutta onestà non sono una grande fan dei link inseriti negli ebook perchè basta un soffio e salta tutto.
    Voglio dire che al momento dell’uscita dell’ebook sono molto godibili come materiale aggiuntivo ma non li considero mai parte del libro perchè già tra un anno potrebbero non esserci più.
    Sono forse ancora attaccata alla visione del libro come prodotto finito e…morto in certo senso.

  5. Sembra davvero fantastico *__*
    Io voglio la versione elettronica con gli hyperlink e tutto il resto. Un libro così sfrutta davvero le potenzialità del formato digitale (oltre ad avere tutti gli altri meriti che giustamente citi).

  6. :O
    Anche solo come oggetto, è davvero bello.

  7. Mi sembra bellissimo. Come hai acutamente notato, davanti a tanta creatività ci si può entusiasmare ma anche un po’ deprimere. Io poi, sto giusto leggendo “Il soccombente” di Tomas Bernhard e mi sento parte in causa per quanto riguarda la limitatezza delle mie reali capacità di fronte al genio.

  8. leggi anche city of saint and madman e l’annesso ciclo, non ti deluderà, io vandermeer lo stimo moltissimo.

  9. Pingback: Best of 2013 – i libri | Il futuro è tornato

  10. Finito.
    Le antologie curate da vandermeer non mi avevano fatto impazzire (vedi quelle steampunk), ma questo manuale è meraviglioso. A parte che merita anche solo visivamente, ho trovato deliziose molte cose, a partire dall’importanza che dà all’ispirazione, alla visionarietà, alla dignità che riconosce a ogni stile (compreso quello barocco, tanto bistrattato da certi ignoranti di scrittura).
    Ho trovato tuttavia molto pesante la parte su struttura e plot e non sempre convincenti gli interventi degli autori (Gaiman&C.), molte volte non molto significativi e un po’ avulsi dal contesto.
    Poi, un libro americano che cita Jean Ray, Meyrink e Akutagawa è da stimare a prescindere.

  11. ciao!
    volevo ringraziarti perché finalmente sono riuscito a comprarlo (vacche magre, questi ultimi otto mesi) ed è veramente un libro che fa venir voglia di scrivere.

    grazie!

  12. Davide,
    ho cercato l’articolo di Robinson, ma sono riuscito a trovare solo una piccola citazione. La incollo qui, ché magari qualcuno ha le mie stesse curiosità:

    “The advice ‘show don’t tell’ is a zombie idea, killed 40 years ago by the publication in English of Gabriel Garcia Marquez’s One Hundred Years of Solitude, yet still sadly wandering the literary landscape … what is boring in fiction tends to be the hackneyed plots with all their tired old stage business, while the interesting stuff usually lies in what is called the exposition, meaning the writing about whatever is not us.”

    Provo a tradurlo, ma ammetto che non parlo inglese da tanto tempo; se sbaglio mi corriggerete.

    “Il consiglio ‘mostra non dire’ è un’idea-zombie, uccisa 40 anni fa dalla pubblicazione in inglese di Cent’Anni di Solitudine, di Gabriel Garcia Marquez, ma che purtroppo continua a vagare nel panorama letterario… Ciò che è noioso nella fiction sono le trame trite e ritrite con tutti i loro vecchi e fiacchi teatralismi, mentre la roba interessante di solito sta in quella che è chiamata esposizione, cioè la scrittura di tutto ciò che è diverso da noi.”

    Se sia cosa giusta o no, io non lo dico.

  13. (Post lungo, ma l’ultima metà è tutta una citazione…)

    Oggi ho controllato il sito di wonderbook e c’è davvero tanto materiale interessante. In integrazione del commento sopra vorrei citare l’intervista a James Patrick Kelly, che alla domanda “qual è il peggior consiglio di scrittura che hai mai sentito” risponde:

    “I suppose it is “Show, don’t tell.” This pernicious commandment charges you always to dramatize the personalities of your characters rather than to explain or comment on them. But a story is not a play. The playwright can enter the consciousness of his characters only with great difficulty, through awkward devices like the soliloquy or the aside. Almost all fiction, how­ever, starts inside someone’s head; readers expect to have complete access to the thoughts and feelings of at least one character. And that character can dramatize himself when he describes what he thinks and feels or when he interprets the actions of other people. There is also the problem of limited re­sources. You would be squandering precious story time if you let every minor character act out in the interests of verisimilitude. Showing should be reserved only for a few very important persons. Feel free to tell readers exactly why your spear-carriers are restless.”

    Anche qui provo a tradurre, senza pretese…

    “Credo sia “mostra, non dire”. Questo comandamento dannoso ti obbliga a drammatizzare sempre la personalità del personaggio, senza spiegarla o commentarla. Ma una storia non é una recita. Il drammaturgo può entrare nella coscienza del personaggio solo con grande sforzo, tramite artifici scioccanti come il soliloquio o la digressione. Quasi tutta la fiction, comunque, inizia dentro la testa di qualcuno; i lettori si aspettano di avere completo accesso ai pensieri e ai sentimenti di almeno un personaggio. È il personaggio può “drammatizzarsi” quando descrive ciò che pensa o sente, o quando interpreta le azioni degli altri. C’è anche il problema delle risorse limitate. Si potrebbe sprecare tempo prezioso se permetti a ogni personaggio secondario di agire in nome della verosimiglianza. Il mostrare dovrebbe essere riservato solo a pochi importanti personaggi. Sentiti libero di dire al lettore esattamente perché le tue comparse sono irrequiete.”

    Chiaramente Kelly si riferisce più che altro a una terza cinematografica che allo show in una terza immersa o in una prima. Comunque lo posto giusto per dire che non è che in America tutti sbavano dietro all’SDT. A tal proposito, a qualcuno potrà anche interessare questo articolo del Writer’s Digest:

    http://www.writersdigest.com/editor-blogs/there-are-no-rules/why-show-dont-tell-is-the-great-lie-of-writing-workshops

    Se devo essere davvero sincero, né la risposta di Kelly né l’articolo di Joshua Henkin mi convincono fino in fondo. Mi piace di più l’idea di Robinson, perché credo che il lettore non voglia originalità solo nel contenuto ma anche nella forma, e anzi è proprio per questo che Foster Wallace ha avuto successo sia tra esperti che tra giovani lettori. Però a uno scrittore inesperto che ancora naviga nel buio io consiglierei comunque “show don’t tell”. L’importante però è capire anche che la fiction può funzionare in tanti modi, e lo showing e solo uno di questi. A tal proposito, mi permetto di citare una mia discussione:

    “Sinceramente non trovo utile discutere su cosa sia bene fare tecnicamente in astratto, senza dichiarare prima uno scopo. Prima si scrive il racconto, poi si chiede se in quel dato caso la tecnica usata va bene; non ha senso fare il contrario.
    A tal proposito, mi permetto ancora di citare dei testi di Giulio Mozzi. Perché? Perché mi sta simpatico, perché dopo più di trent’anni passati a studiare saggi, manuali e romanzi sa ciò che dice, e perché sono testi che si trovano facilmente in rete.
    Per esempio, andate su Vibrisse e cercate la sua Adorazione Cadorna:

    “Mio nonno materno morì, di cancro, quando io avevo quattordici anni, il 28 febbraio del 1974. Quando si svegliò dall’anestesia, dopo l’operazione che non era riuscita, mia madre lo sentì borbottare, cantare borbottando, la canzone che si chiama Il testamento del capitano, e dice: «Il capitan de la compagnia l’è ferito e sta per morir, e manda dire ai suoi alpini perché lo vengano a ritrovar», e poi dice: «Io comando che il mio corpo in cinque pezzi si ha da tagliar. Il primo pezzo alla mia Patria, secondo pezzo al battaglion; il terzo pezzo alla mia mamma, che si ricordi del suo figliol; il quarto pezzo alla mia bella, che si ricordi del primo amor; l’ultimo pezzo alle montagne, che lo fioriscano di rose e fior». Alla messa funebre il coro dell’associazione degli Alpini cantò una canzone di Bepi de Marzi, Signore delle cime: «Dio del cielo, Signore delle cime, un altro amico hai chiesto alla montagna. Noi ti preghiamo: su nel Paradiso, lascialo andare per le tue montagne».”

    Decisamente ipotattico, con frasi lunghe e complesse. Ma cosa succede se cambiamo capitolo e cerchiamo la Aranciata Amara?

    “…tornai in cucina. Lavai quattro mele, le sbucciai, le feci a pezzi, le misi in un tegame. Tirai fuori dal frigo il pentolino del brodo. Disfai e misi in acqua un cespo d’insalata. Mi venne in mente l’uvetta. Guardai in frigo e ce n’era. Ne misi un po’ a rinvenire in un bicchier d’acqua. Guardai l’ora. Erano le sette e mezza. Andai a svegliare mia madre.
    «Mamma».
    Restava immobile.
    «Mamma!».
    Niente. La toccai. Aprì gli occhi.
    «Buongiorno!».
    Cominciò a muoversi sotto le coperte.
    «Ma che ore sono?», disse.
    «Sto preparando un po’ di cena».
    «Eh?».
    «VUOI CENARE?».
    «Ah».
    Si rigirò, allungò la mano verso il comodino. Prese uno degli apparecchi. Se lo ficcò nell’orecchio.
    «Ecco».
    «Sto preparando un po’ di cena, tra mezz’oretta è pronta».
    «Va bene».
    Si voltò verso l’altra parte del letto.
    «È in salotto che guarda la televisione».
    «Ah».
    «Vado a preparare».
    In cucina apparecchiai per due. Misi il pentolino del brodo sul fuoco, dopo averci aggiunta un po’ d’acqua calda. Infilai i due pezzetti di lesso nel microonde. Misi l’insalata nello scolapasta, la scossi e la rimestai per sgocciolarla. Mio padre, in salotto, stava ascoltando un telegiornale.”

    Tutt’altro stile, senza fronzoli, brachilogico. E in teoria i testi devono entrare nello stesso libro. La maggior parte del testo è scritto così, ma cosa succede quando, in Discorso Attorno a un Sentimento Nascente, deve descrivere un quadro astratto? (E siamo sempre all’interno dello stesso libro)

    “C’era tutto questo fondo nero, di un nero che non era più nero-nero, ma con dei riflessi o delle trasparenze bluastre, di un blu molto cupo, in sostanza era diventato ancora più buio, quel fondo, più imperscrutabile, non era più un nero-piatto, era diventato un buio d’abisso, un vuoto tutto pieno nel quale lo sguardo sprofondava, sprofondava, senza mai vedere una fine. Misterioso a perdita d’occhio. E da questo buio d’abisso, dal quale pareva che non potesse venir fuori niente, tanto l’occhio ci si perdeva, tanto sprofondante pareva, veniva invece fuori, tentava di venir fuori, appariva, una figura umana, una testa, due braccia, un corpo, una figura gialla e rossa e dorata, splendente, incrostata di colore, di un colore che catturava la poca luce giacente nella cucina-studio di Claudio, la prendeva tutta, la usava per venir fuori dal buio d’abisso. Una figura umana, non del tutto distinta, quasi deforme, deforme senza quasi, una figura ancora non del tutto formata, una figura ancora trattenuta dal buio d’abisso, eppure già uscente, già liberata, già fuori dal buio, donata. Come un feto ancora avvolto nei suoi panni placentari, ma già splendente.”

    Ecco che d’improvviso si perde tutta la concretezza e si predilige una descrizione completamente astratta. Perché? Perché ha uno scopo diverso, deve descrivere qualcosa di diverso dando idee e sensazioni diverse da tutto il resto. Un testo diverso, e conseguenza: si usa una diversa tecnica. E ancor più stupefacente è che subito dopo questo paragrafo ne arriva uno con la tecnica del frammento precedente, una scena paratattica, chiara e semplice.

    Pure, potete andare a cercare su Retroguardia 2.0 altri racconti, e in particolare consiglierei un confronto tra “dispersione” (racconto incompleto fantascientifico) e “io e michele”. Dispersione usa un sacco di tecniche diverse all’interno dello stesso testo, ma comunque rimane sempre scenico e concreto, con paragrafi brevi e chiari. Io e Michele si propone tutt’altro scopo, e così si riduce solo a un flusso di pensieri. Scopi diversi, principi diversi, tecniche diverse, e non è solo questione di pov.

    Una cosa è l’abuso di una caratteristica, altra l’uso. La questione non è: questo va bene, questo no. La questione è: se fai questo, ottieni questo; se fai quest’altro, ottieni quest’altro. A tal proposito, cercatevi il racconto “Un Figlio” su Vibrisse, su cui ho chiesto delucidazioni su delle scelte inusuali. Di solito si eliminano le istanze di enunciazione inutili? Lì c’è un “disse” a ogni singola battuta. Di solito si eliminano i verbi di percezione? Eppure lì ce n’è uno, uno solo, che non ha eliminato. Perché? È una scelta motivata dall’effetto, e infatti Mozzi mi ha risposto:

    “i continui “dice”, “dico”, “tipo barbuto”, eccetera, serve a fare di questo testo un testo ossessivo. […] La ripetizione ossessiva fa parte di questo gioco sadico. (Magari ti domanderai: “Ma allora, questa è letteratura perversa?”, e io risponderei: “Be’, magari sì”).
    Il verbo di percezione, in questo caso, serve a gestire la posizione dei personaggi nella scena: uno di qua, l’altro di là della bussola.”

    Di oggettivo c’è la tecnica in relazione allo scopo; cioè la risposta alla domanda “l’autore realizza ciò che si prefigge?”. In un romanzo d’avventura ha senso una resa assolutamente scenica, pieno di concretezza e di scene dinamiche. Il lettore di un romanzo rosa invece preferisce il ritmo lento, e di tanto in tanto apprezza certi discorsi astratti e poetici come il testo sul sentimento nascente sopra. Ti piace lo stile da favola? E allora il narratore onnisciente acquisisce d’improvviso senso, soprattutto se ha una voce forte come quella di Andersen. Cosa vuoi descrivere della partita a scacchi? Vuoi descrivere la tensione della mossa inaspettata, le aspettative deluse la paura dell’avversario, il ragionamento sull’enigma? Il punto di vista fisso su un solo giocatore è probabilmente la scelta migliore. Vuoi invece sottolineare lo scontri tra due geni, con continue mosse e contromosse mentali, e i pensieri che si completano a vicenda in stile death note? Saltare di testa in testa può avere un suo senso. Chiaro che sono tutti esempi stupidi messi là su due piedi, chiaro che tutto si può fare in modo diverso e adattarlo ad altri effetto, ma sono solo esempi, non pretendete troppo da me.

    La questione non è la tecnica, ma ciò che realizzano, l’effetto. Allora che facciamo, ci mettiamo a fare la classifica degli scopi, i più degni e gli indegni? Mah, se si vuole, ma non è cosa che mi interessa. Io dico questo… Uno si prende Pulitzer che dice: “Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce.” (bella, eh?) e pone ciò come scopo della sua scrittura: scrivere in modo conciso, chiaro, preciso, concreto, semplicemente potente. Io invece prendo un’altra citazione come mio scopo: “chi chiama zappa una zappa dovrebbe usarla”. A questo ci sono tante risposte legittime: si più dire che l’altro scopo è migliore, più logico, motivato e preferito dalla maggioranza. Va bene, ma se voglio fare il meccanico non è che devi costringermi a fare il chirurgo: lasciatemi almeno realizzare in pace il mio scopo.”

    È scusate se sono stato prolisso all’inverosimile.

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