strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Trovategli una balia, vestitelo di verde, chiamatelo Tito

3 commenti

TglgE allora leggiamoli, i libri di Mervyn Peake.

Gormenghast, that is, the main massing of the original stone, taken by itself would have displayed a certain ponderous architectural quality were it possible to have ignored the circumfusion of those mean dwellings that swarmed like an epidemic around its outer walls.

Titus Groan si apre con una descrizione di Gormenghast, la pila principale di pietra originaria, e con le case che l’assediano, vi si accrocchiano come cirripedi, la pressano dall’esterno negando, in un certo senso, proprio l’esistenza di un “esterno”.

Gormenghast è un labirinto, così come è un labirinto il romanzo – primo di una serie che diventa trilogia per caso e per disgrazia, alla morte dell’autore – e così come sono labirinti i rapporti interpersonali fra i personaggi, e così come ogni personaggio è, a suo modo, un labirinto.

Le prime cinquanta pagine del romanzo – nella mia edizione Vintage, per lo meno, pesante e scomoda da leggere come è giusto che sia – ci presentano uno scorcio della geografia interna di Gormenghast, e introducono alcuni dei personaggi principali.

Flay, tanto per cominciare, introverso e scheletrico servitore di lord Sepulchrave, settantaseiesimo della casata dei Groan, che inopinatamente si presenta alla porta del solitario Rottcod…

Ecco, già qui c’è un problema serio – molto serio.
I nomi dei personaggi di Peake non sono solo nomi.
Sono verbi, aggettivi.
Sono, molto spesso, quelle che Carroll – mi pare – chiamava parole-scatola, combinazioni di due parole a formarne una terza, che moltiplica, modifica ed amplifica il significato dele due parole originali.
E a questo punto che si fa, si traducono i nomi?

Mr. Flay

Mr. Flay (Photo credit: Wikipedia)

Ricordo che nell’edizione Adelphi che mi capitò di sfogliare, Sepulchrave era tradotto come Sepulcrio.
Fu il motivo per cui smisi di leggere, in quel lontano inverno del… cos’era, il 1986?
Riportai l’edizione italiana in biblioteca, e tornai all’edizione in inglese che mi faceva dannare, ma in cui un pesonaggio malinconico come il signore di Gormenghast poteva avere, sì, un nome che è la somma di sepulchre e di grave, ma che sottilmente ci suggerisce per assonanza anche un “crave” che ben si adatta al personaggio ed al suo destino*.
Sepulcrio non è Sepulchrave, come Sugna non è Swelter.

Io credo sia un errore, insomma, tradurre i nomi dei personaggi di Peake – e uno dei lati positivi del leggere in inglese la trilogia sta proprio nel fatto che possiamo sentire i nomi e subirne l’influsso senza l’intermediazione di un traduttore che deve, necessariamente, fare delle scelte.

TitusnovelDopo averci brevemente intrattenuti con il futile rituale della presentazione delle Sculture – il primo di tanti futili rituali che sono Gormenghast – Peake ci fa entrare nel castellaccio quasi di straforo, attraverso la sala delle statue, e ci introduce Flay attraverso Rottcod.
Strana miscela di solerzia e indolenza, Rottcod è un tipico abitante di Gormenghast – dedito ad una mansione inutile, dimenticato, e tutt’altro che desideroso di essere ricordato.

Lasciata la galleria di sculture, Mister Flay – tormentato da qualcosa che solo fra una trentina di pagine avrà finalmente un nome – scende in quell’autentico girone infernale che sono le cucine del castello, regno dell’orrido Swelter, popolato di creature grottesche e di ragazzini sinistramente angariati dal cuoco, e tuttavia adoranti.
Da questo baraccone grotesco e surreale emerge Steerpike, con la fronte ossuta e le testa incassata fra le spalle, che segue Flay in cerca di una via di fuga – e troverà molto di più.

Frattanto, Peake ci mostra i primi scorci del labirinto – stanze in rovina, con tappezzerie scollate e pendenti che paiono vele prive di vento, una stanza popolata di gatti candidi, l’edera nera che non si accontenta di avvolgere le mura esterne, ma penetra anche nelle stanze, il soffitto scrostato con migliaia di cherubini che tutti i signori di Gormenghast, prima o poi, hanno provato inutilmente a contare… corridoi di pietra, stanze ottagonali, finestre, spioncini, porte…

Ancora poche pagine, ed ecco entrare in scena il dottor Prunesquallor, lord Sepulchrave, la giovane lady Fuchsia, e poi la contessa Gertrude, coi suoi uccelli e i suoi gatti, e la povera Nannie Slagg, non molto intelligente ma buona, e finalmente Tito.
Che è il settantasettesimo, ed è orribile – o così dice suo padre.
Che riceve un nome, e un anello, e che ha gli occhi viola.
Il suo abito verde sarà confezionato usando il tessuto delle tende.
Sua madre desidera rivederlo quando avrà sei anni.

Poi arriva Sourdust, novantenne vestito di tela di sacco scarlatta, e la colazione del signore del castello, e finalmente, in tutto il suo orrore, il Rituale – un insieme di regole che dettano ogni gesto ed ogni azione del padrone di Gormenghast, con precisione millimetrica, e tempi definiti al minuto.
Una intera biblioteca di regole, vite intere dedicate ad impararle, a discuterle, a metterle in pratica.
È il grande Nulla che alberga al cuore di questa società, e che l’autore intende svelarci.
Questo è Gormenghast, questo è il luogo che Mervyn Peake ci farà esplorare**.

Siamo a sessanta pagine in un volume di quasi mille, e non sappiamo cosa sta succedendo, non abbiamo idea di dove si stia andando.
Siamo completamente perduti, disorientati, ci pare di avere a che fare con una manica di matti – e tuttavia stiamo seriamente prendendo in considerazione l’idea di sacrificare ancora un paio d’ore di sonno per andare avanti.

Perché Gormenghast, se ci cattura, non intende lasciarci andare facilmente.

————————————————————-
* Come gli si adatta la corona di ferro e catene, che è segno del suo ruolo, e compare sulla copertina della prima edizione del romanzo.
Ferro e catene.

** E mi sorge un paragone empio e terribile – e mi dico che Gormenghast è come Il Deserto dei Tartari con l’amplificatore spinto fino a undici, capace di rileggere in luce buzzatiana ogni angolo ed ogni nicchia dell’esistenza. E che, per sommo del paradosso, ci offrirà – fra centinaia di pagine – la speranza che Buzzati ci nega.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “Trovategli una balia, vestitelo di verde, chiamatelo Tito

  1. pare fico, ma anche teeeeerribilmente lento. Vale davvero la pena, specie se si è abituati ad una prosa un po’ più “agile”?

    E l’inglese com’è? Comprensibile, o per orientarsi nel testo serve un GPS che manco si fosse a Ghormerghast sul serio? o.0′ ?

  2. In inglese, è certamente fuori dalla mia limitata possibilità di tradurre ma almeno in italiano mi piacerebbe leggerlo sembra uno di quei libri che sono vere opere d’arte e non roba di consumo. Dimmi che è così. Auguri !

  3. L’inglese di Peake viene di solito considerato piuttosto difficile.
    Sulla lentezza, come mi disse il mio amico Riccardo Valla tanti anni or sono, è un romanzo in cui non succede niente, però bene.
    In realtà non è così – c’è un sacco di polpa, ci sono un sacco di personaggi, c’è molta storia.
    Non è facile, e non è proprio una lettura agilissima.
    Sul fatto che sia un’opera d’arte, non c’è alcun dubbio.

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