strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Rudi Meccanici

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ShopNota: questo post era programmato per lunedì, ma lo anticipiamo ad oggi – con qualche lieve modifica – perché ha un senso, a ridosso del post di ieri.
Due pork chop express in due giorni – dove andremo a finire?

Nel post di ieri ho fatto riferimento a “lavori intellettuali”, che è una comoda etichetta, ma odiosa – quasi quanto “lavori creativi”.
Il lavoro è lavoro.
Devono ancora dimostrarmi che spurgare un carburatore, per dire, sia meno “creativo” o “intellettuale” che tradurre dieci pagine dall’inglese (o da qualunque altra lingua).

In questo senso è molto interessante leggere Shop Class as Soulcraft, di Matthew B. Crawford.
Crawford è un filosofo che da studente faceva l’elettricista, ed oggi gestisce un garage per la riparazione e messa a punto delle motociclette mentre fa ricerca all’Università della Virginia..

crawfordIl libro, che ha per sottotitolo “Un’inchiesta sul valore del lavoro” è stato anche pubblicato in Italia, da Mondadori.
Una copia in originale mi è stata regalata per Natale, ed è una lettura estremamente interessante.

C’è stato un momento – osserva Crawford – in cui il lavoro manuale è stato archiviato come “non intellettuale” ed “avvilente”, inferiore al lavoro intellettuale, al lavoro creativo, al knowledge work.
Problema annoso, ma che negli ultimi anni ha assunto proporzioni molto vaste – e se gli esempi di Crawford sono tutti presi dall’America appena impattata dalla crisi, è facile fare dei paralleli.
I lavori manuali sono richiesti, e potrebbero costituire una risposta alla crisi – ma vengono considerati, a livello istituzionale, ad esempio, come qualcosa di facile e banale.
lavori di serie B, che qualunque scimpanzé è in grado di fare.
E qualcuno ricorderà, forse, il nostro ex ministro che invitò i laureati in astrofisica a gettare nel cestino della riciclabile il curriculum, e mettersi a fare i ciabattini.
In fondo, fare il ciabattino – o il panettiere, o il meccanico, o l’idraulico – è un lavoro manuale, ci riesce qualunque troglodita considerato a suo tempo troppo stupido per studiare qualcosa di importante, che volete che sia per un astrofisico, per un ingegnere, per un biologo molecolare.

Opinione diffusa – fra chi i lavori manuali li ha sempre visti capitare agli altri.

Ma c’è di più – ed è su questo che si concentra Crawford: il lavoro manuale cambia il nostro modo di relazionarci con la realtà.
Gli oggetti non sono più scatole nere che, in caso di guasto, dobbiamo buttare e sostituire, ma hanno una loro storia, si possono riparare, modificare.
E intanto, il lavoro non è più – e non può essere – una faccenda seriale, perché ogni artigiano ha la sua personalità, così come ogni oggetto ha la sua personalità.
Ed esiste una relazione neurologica fra lavoro manuale e immaginazione.
Lavorare con le mani fa bene al cervello.
Una ridefinizione e riaffermazione della dignità del lavoro manuale permette di costruire una scala concreta dei valori fondata sulla diversità, e che è fortemente alternativa a quella proposta come modello generale.

Che non significa “andate a fare i ciabattini, imbecilli!”

L’idea portata avanti da Crawford presenta anche degli elementi romantici, non c’è dubbio – ma questo non è necessariamente un male.
Non c’è nulla di male a fare qualcosa che ci piace, nella convinzione di poter fare una differenza*.

Soprattutto è interessante l’idea di risanare la dicotomia – lavori creativi/lavori manuali.
Eccelsi intellettuali contro rudi meccanici.
Ma lavorare con le mani – che poi si tratti di creare un impianto elettrico o cucinare una cena – è un lavoro intellettuale, che comporta competenze, studio, ragionamento.
Ed ha una verifica empirica istantanea – il motore funziona oppure no, la luce si accende oppure no, la torta è buona oppure no.

Il che ci riporta al discorso di ieri, ed al problema – chi mi dice che chi viene ingaggiato per fare un lavoro intellettuale alla fine farà un buon lavoro intellettuale?
Un principio che è la sostanziale giustificazione di chi non vuole pagare – e di chi dice che chi non viene pagato non merita di essere pagato**.
Ma attenzione – questa non è una corsa – qui non stiamo cercando di sostenere il primato della manualità sullo studio o chissà quale altra sciocchezza populista.
Qui stiamo dicendo – non esistono lavori intellettuali e lavori manuali separati qualitativamente.
Uno non è meglio dell’altro.
Ciò che esiste è il lavoro, il lavoro ben fatto o fatto male, la competenza o l’assenza della medesima.
E la giusta compensazione per il lavoro ben fatto.

$(KGrHqMOKpYFJJ-60F)ZBSVoo+qU-Q~~60_35Ed io – che dopotutto sono un laureato che lavora col martello, e che nel tempo libero scrive e ripara biciclette – mi domando se non sarebbe possibile fare qualche esperimento, per cercare di risanare questa strana dicotomia.
Non sarebbe bello, per dire, proporre per il periodo estivo un corso – diciamo per i ragazzi delle medie – in cui insegnar loro a riparare biciclette, e intanto spiegare loro la matematica, la geometria e la fisica?
Perché una bicicletta è una macchina matematica.
Sarebbe divertente, non credete?
Servirebbe a insegnare a una generazione (beh, ok, ad alcuni suoi rappresentanti) che la suddivisione fra intellettuali e meccanici è artificiosa e deleteria.
Servirebbe a dare una forma pratica a formule ed equazioni che troppo spesso vengono lasciate nel vuoto.
Servirebbe, io credo.
Servirebbe eccome.

—————————————
* Guardate come sono conciati quelli che son convinti che tanto poi alla fine muori e non cambia nulla.
** Poi, proprio ieri abbiamo visto come anche il lavoro artigianale che si conclude con un meccanismo che funziona non venga pagato – ma quella è cialtronaggine spuria, è disonestà del tipo che non ha bisogno di giustificazioni filosofiche, e non ne cerca.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Rudi Meccanici

  1. Un altro articolo interessantissimo… E se fossi un dirigente della Regione Piemonte, o ancora di più se fossi un sindaco, io il progetto dell’insegnamento delle “materie canoniche” attraverso il lavoro manuale te lo finanzierei immediatamente. È bellissimo.
    L’unica cosa è che, secondo me, in Italia non è tanto radicata l’idea del lavoro manuale “che possono fare tutti” (per quanto il proliferare degli ipermarket del fai-da-te aiuti), quanto invece il contrario: il lavoro manuale è “lavoro vero”, che ti fa sudare e tornare a casa stanco la sera, il “lavoro creativo”…. Beh, quello è aria fritta!
    Io, ad esempio, mi sento spesso dire (alle spalle, ovviamente) “ah, ma se sapevo che era così facile me lo facevo da solo!” (Sì, questa gente di solito non usa i congiuntivi e i condizionali) per il mio lavoro “creativo”.
    Credo, insomma, che il nostro amato Paese sia ancora allo stadio precedente: lavoro creativo = nullafacenza. Per quanto le esperienze riportate ieri dal lettore idraulico (pardon, non ricordo il tuo nome) denotano come ci stiamo “evolvendo”…

  2. alla fine si riduce sempre tutto al fatto che bisogna cominciare a lavorarci fin da bimbi, al miglioramento della società. o all’evoluzione della specie, dipende dalla prospettiva.
    mi torna a mente il leprotto prussiano (vecchio post che ha riscosso un discreto successo tra varie educatrici a cui l’ho spacciato).
    il fatto che ci stiano lavorando fin da piccoli, ma in direzione ostinata e contraria, in effetti porta un po’ di scoramento. ma è solo un po’, poi passa: basta pensarsi un po’ più cavalieri jedi. o qualcosa del genere.

    questa figura dell’autore solitario romanticamente abbarbicato sulle colline piemontesi, intento a riparare bici e aggiustar racconti nel tempo libero tra un sasso strano e qualche fossile comunque non è niente male. fa venire voglia di un pellegrinaggio lento, un viaggio in bici, per portare un saluto e qualche birra fatta in casa a ringraziamento extra🙂

  3. Forse lo conosci già, anche se è a Milano: http://www.piubici.org/2014/01/corsi-ricorsi/
    Magari c’è qualcosa di simile anche dalle tue parti?

  4. Pingback: Dieselpunk e Pin-up | strategie evolutive

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