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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Expertise, experience e il sano vecchio spacciarsela

3 commenti

Questo è un post complicato.
Comincerò quindi con qualcosa di abbastanza distante.

2433171164_66ff5972f5C’è una creatura che, per chi pratica la geologia applicata, è fonte di terrore e meraviglia.
Si tratta dell’operaio anziano, che si trova sempre, sul cantiere o sul pozzo. Spesso è il caposquadra, molto spesso no perché è uno “che discute”.
L’operaio anziano incute terrore perché ha alle spalle una tale esperienza, un tale bagaglio di prove e di errori, che la sua preparazione, a livello pratico, è certamente superiore a quella di qualunque laureato o dottorato che si ritrovi in posizione di autorità al proprio primo lavoro.
Tu hai i pezzi di carta, lui sa come vanno le cose.
Lui è autorevole, tu no.
L’unica speranza, in queste situazioni, è non entrare in competizione, ma accettare una straordinaria opportunità per imparare dall’esperienza – e intanto correggere o aggiornare eventuali preconcetti dell’interlocutore, ma senza mai assumere un atteggiamento antagonistico.
Usare le qualifiche accademiche per affermare la propria superiorità sul campo è la strada per il disastro.
Ho visto cose…Il che ci porta a questo – un interessante pezzo comparso sul blog The Federalist, e che fa più o meno così…

I fear we are witnessing the “death of expertise”: a Google-fueled, Wikipedia-based, blog-sodden collapse of any division between professionals and laymen, students and teachers, knowers and wonderers – in other words, between those of any achievement in an area and those with none at all. By this, I do not mean the death of actual expertise, the knowledge of specific things that sets some people apart from others in various areas. There will always be doctors, lawyers, engineers, and other specialists in various fields. Rather, what I fear has died is any acknowledgement of expertise as anything that should alter our thoughts or change the way we live.

Ed è un discorso complicato.
Il grosso problema è che questi discorsi hanno una conseguenza fortemente negativa – tendono a delegittimare l’esperienza non certificabile – dire che viviamo nell’epoca in cui tutti hanno dirritto a dire la loro e questo è un male, rischia di delegittimare sia chi dice sciocchezze, che chi dice cose sensate (spesso sulla base di un mix di esperienze, conoscenze e incidenti, che non è possibile “qualificare”).
È grave ed è complicato – limitarsi a segnalare il problema non contribuisce a risolverlo, ed è facile vedere il discorso qui sopra utilizzato per condannare il dilettantismo di… beh, di chiunque non ci vada a genio, giusto?
Google, Wiki bla bla bla.
La versione per l’era digitale di “lei non sa chi sono io!”

No, chi sei?

Anche perché sempre più spesso assistiamo a situazioni nelle quali sei un esperto se qualcuno in una posizione di autorità dice che lo sei.
Se ti vendono come tale.
O se riesci a venderti come tale.
Il che è molto molto grave a tutti i livelli.
Interi sistemi di pensiero (praticamente tutta la filosofia cinese, ad esempio) sono nati con lo scopo di definire e certificare la competenza – che ora ci si riduca a un principiò di autorità superiore (“l’ha detto il padrone”) è tragico.
In realtà, sarebbe bello poter fornire a ciascuno non una certificazione, ma una cultura sufficiente per poter valutare le competenze altrui – in questo modo il sistema si correggerebbe da sé.
Che è appunto la risposta data da alcuni algrande domanda della filosofia cinese classica – come riconosco un maestro (nel senso di una persona con competenze affidabili, e non un venditore di fumo)?
E la risposta potrebbe essere che il vero maestro non ha bisogno di dichiarare la propria maestria, perché la dimostra con ogni sua azione*.
Insomma, non è una questione di autorità, ma di autorevolezza.

Il problema è che l’autorevolezza si costruisce con la pratica – e noi lo sappiamo, come vanno le cose con la pratica, di questi tempi: se non hai esperienza, è molto difficile fare esperienza.

Il post di The Federalist arriva a delle conclusioni interessanti riguardo alla politica americana – e qui potremmo fare dei paralleli con la politica italiana, ma lasciamo questo esercizio come compito a casa per gli studenti.

A me interessa molto di più il livello sociale legato al lavoro ed al riconoscimento della qualità – perché è indubbio che sempre più forte si può intravvedere nella nostra attuale situazione, una tendenza ad una certificazione forte dell’expertise che non necessariamente sottolinea una effettiva experience.
Il problema di tutte le certificazioni forti, naturalmente, risiede nel problema di chi certifichi i certificatori – e qui le cose prendono una piega abbastanza sinistra, perché una certificazione dei certificatori non c’è.
Se è vero che il dilettantismo minaccia l’expertise, è anche vero che il “free for all” della rete permette a qualunque scalzacani di ergersi a gateckeeper – a certificatore degli esperti.

E poiché a livello sociale e lavorativo sei ancora e cpomunque, molto speso, un esperto se semplicemente (…) riescono a venderti come tale, se il capo o il referente di turno ti certifica come tale, al momento i certificatori forti non stanno facendo granché per legittimare il proprio titolo a certificare – ma stanno facendo un sacco per convincere i capi o i referenti che la loro certificazione è tutto ciò che serve.

O come mi disse quel tale “se ti presento come esperto, riesci a spacciartela?”
E quando io feci notare che in quello specifico ramo io sono un esperto, la risposta fu “Quello non ha importanza.”

Forse il problema non è chi esprime opinioni non informate a vanvera, ma chi cerca di capitalizzarci sopra.
Non chi ha l’esperienza, ma chi ha bisogno di “un esperto”, magari come semplice grimaldello sociale.

E mi domando allora malignamente – e se il problema non fosse la delegittimazione dei gatekeeper, ma la legittimazione di chiunque in qualità di gatekeeper?
Se insomma il problem asegnalato da The Federalist fosse su ambo i fronti?

Io resto taoisticamente convinto che la risposta sia da cercarsi a livello culturale – nel fornire i mezzi a chiunque, per metterlo in grado di riconoscere la qualità.
Ma la qualità non è stata una cosa così prioritaria, di recente, vero?
Non sul serio, intendo.

—————————————
* Sì, questa è la versione dei taoisti, ed in parte della filosofia zen. Inutile dire che i confuciani la pensano diversamente – e (forse) chiamano in causa una autorità certificatrice.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “Expertise, experience e il sano vecchio spacciarsela

  1. Io con dei certificatori ci lavoro ogni giorno. In pratica hanno l’autorizzazione di proclamare idonei all’uso alcuni dei software (e anche parte dell’hardware) che utilizziamo al lavoro. Nel 90% dei casi la certificazione si ottiene con un’occhiata superficiale, a volte nemmeno con quella. Però loro hanno questo potere di farti risparmiare o spendere dei soldi per rinnovare un parco-macchine che magari non necessita di modifiche.

    Credo che nell’editoria e nel blogging i certificatori ambiscano a questo potere sostanzialmente per una questione di soldi. Possono decidere chi è idoneo (degno) di essere acquistato e letto, e chi no. A volte questa idoneità si risolve principalmente in un tornaconto personale, e dei soci di scuderia.

    Ma forse sono io poco zen e molto malizioso.

  2. E’ senz’altro come dici alla fine: il problema sta su entrambi i fronti. A questo proposito vorrei fare due esempi/riflessioni sui manuali di scrittura e sui corsi di scrittura.
    1. Esistono pubblicazioni dal titolo che più o meno fa così: “Come scrivere un bestseller bla bla bla”. Bene! Peccato che il suo autore non abbia mai scritto un bestseller. Come la mettiamo? Caro autore di manuali, perché non sei un fottuto milionario? Perché neanche il tuo manuale non è diventato un bestseller? Eh, eh.
    2. Io tengo corsi di scrittura e posso vantare – oltre a 4 romanzi pubblicati e un quinto in arrivo, più racconti e articoli vari – circa 8000 ore d’aula come formatore professionista (è stata la mia professione per 11 anni di fila e comunque dal 1988 non c’è mai stato un anno nel quale io non abbia passato almeno 100 ore in aula come docente). Ora mi chiedo: questa duplice esperienza mi certifica come un buon docente di scrittura? In fondo padroneggio sia il metodo che la materia, no? La risposta probabilmente è no, perché se dalle mie parti arrivasse a insegnare un autore da classifica con uno o due bestseller all’attivo e zero esperienza d’aula, sono certo che costui o costei mi porterebbe via molti discenti.

    Ecco perché io credo che, come più o meno dicevi tu, Davide, oggi viviamo nel mondo delle chiacchiere e del distintivo, oppressi dalla dittatura del marketing e resi ciechi dalla luce dei riflettori.

  3. Pingback: La patacca | strategie evolutive

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