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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Macchinine

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Oggi parliamo di… beh, di automobili, in un certo senso.
Questa che vedete fotografata qui sopra è una Brutsch Mopetta, una microcar progettata da Egon Brutsch nel 1956.

Si tratta di una monoposto con un motore da 50cc – a tutti gli effetti uno scooter.
Poteva percorrere circa 100 chilometri con tre litri di benzina, con una velocità massima di 45 km/h.
Avrebbe dovuto essere coprodotta dalla Opel, ma non se ne fece nulla – ne vennero costruiti solo 14 esemplari, dei quali si ritiene ne sopravvivano solo sei.
La Mopetta di Brutsch partiva a strappo (come un fuoribordo o una falciatrice) e non aveva retromarcia – era infatti così leggera (la scocca era in fibra di vetro) che bastava prenderla per una maniglia posizionata davantiu alla ruota anteriore, e la si poteva far girare sulle ruote di dietro come se fosse un carrello.

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La Mopetta, lo avrete intuito, mi piace molt0.

Anche se non quanto la Brutsch Rollera, un modello roadster che vedete qui sotto, progettata e prodotta un paio d’anni dopo.

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Di questa, che poteva toccare gli 80 km/h (una follia, su una vettura instabile come una tre ruote a trazione posteriore) ne vennero prodotte solo otto – ma venne concessa una licenza ad una azienda francese, il che spiega probabilmente perché io ne abbia vista una, su una strada della Camargue, a metà anni ’80.
La Rollera aveva un motore da 100 cc.

Brutsch è stato uno dei pionieri delle microcar – un genere di vetture “tascabili” che vennero prodotte dalla fine degli anni ’40 alla fine degli anni ’60 (con pochi tristi strascichi negli anni ’70).
Le microcar di Brutsch (prodotte da contractor esterni, per un totale di un’ottantina di vetture per cinque o sei modelli) erano strane, insolite, e per un breve momento parvero la cosa più intelligente mai messa su strada.

Allestimenti arditi, motori improbabili, design futuristici (per l’epoca), soluzioni tecniche spesso molto innovative.
Sono, per me, uno dei simboli di un’epoca – diciamo il dopoguerra pre-Beatles.
Un elemento iconico, insomma.

In italia, nel 1947, venne prodotta la “Volpe”, in aperta concorrenza con la più voluminosa FIAT Topolino.

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Che poi, “prodotta” è una parola grossa – la presentarono trionfalmente a Milano, presero decine e decine di ordinativi, ne iscrissero cinque esemplari alla Mille Miglia, ma la Volpe non venne mai messa in produzione.
Era tutta una truffa?
Forse più probabilmente il progetto si schiantò per cattiva gestione e ingenuità.
Ne vennero costruiti solo sei esemplari.

Andò decisamente meglio con l’Isetta – prodotta in Italia dalla Iso in 40.000 esemplari, e poi adottata dalla BMW, che ne sfornò altri 160.000 pezzi.

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L’Isetta aveva prestazioni notevoli, ed avrebbe potuto essere un “game changer” nel campo delle utilitarie.
Ma non funzionò: due i problemi – il prezzo della versione italiana (450.000 lire nel 1955) e il fatto che, avendo il portello d’accesso anteriore, l’Isetta venne rapidamente etichettata come “auto per invalidi” e quindi divenne una vettura “imbarazzante” (erano, ammettiamolo, anni meno illuminati).

Oggi, il concetto di microcar è tornato in auge con molte vetture elettriche.
E a quanto pare, in posti improbabili come la Malesia, cloni illegali della Mopetta circolano da quarant’anni.
Secondo la leggenda, la Mopetta venne progettata e costruita in una sola giornata – e si vocifera di kit d’assemblaggio, dell’ipotesi di comperarla in scatola e costruirsela da soli, come uno scaffale dell’IKEA.
Di sicuro, è possibile acquistare kit di altre microcar diversi siti online – e su un sito inglese c’è anche in catalogo la Mopetta, chiavi in mano, a poco meno di 15.000 sterline.
Non proprio il massimo dell’economia.
Ma nulla, comunque, in confronto al prezzo che una di queste vetture originali può scucire sul mercato dei collezionisti.
Nel ’56, una Mopetta d’importazione si vendeva per 200 sterline (circa 3000 euro di oggi).

E ammettiamolo… alcune avevano un fascino innegabile.
Come la Scootcar, del 1959, una biposto (!)  prodotta perché la moglie di un magnate delle ferrovie voleva qualcosa di più facile da parcheggiare della sua Jaguar.

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Ecco un bell’esercizio per chi scrive narrativa d’immaginazione – immaginare una “moderna” città degli anni ’60 – con palazzi disegnati da Bell Geddes, e le strade affollate di queste strane vetture.

Ne riparleremo.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

5 thoughts on “Macchinine

  1. Io sono stato tentato dalla Renault Twizy ma causa prezzo e vari svantaggi non se ne é fatto niente

  2. Un’Isetta BMW da ristrutturare ha spuntato $27000 ad un asta qualche anno fa

  3. La scootcar è stupenda. In effetti anche io le stavo già immaginando in un ipotetico dieselpunk!

  4. citazione necessaria

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