strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Elfobabble

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forest elfVi è mai capitata una cosa di questo genere?

Sulwen Calhurnar guardò con occhi fiammeggianti l’Oscuro Signore di Mordankh.
Colui che aveva sterminato gli elfi di Gwendolion e raso al suolo Caer Abersynth, che aveva dato in pasto il popolo delle Marche Meridionali alle sue armate di Urkh-marakh, e che ora si preparava a gettare la sua ombra sull’intero continente di Tulipan, con le sue verdeggianti pianure lungo il corso placido del fiume Edorath.
La giovane guaritrice elfica sapeva che…

bla bla bla

Io lo chiamo elvenbabble o – in lingua patria – elfobabble.
E non ne posso più.
Perciò, pork chop express…

La colpa, naturalmente, è di Tolkien.
No, no, ok, posate quei lanciafiamme – lo so benissimo che mai e poi mai il povero JRR si sarebbe aspettato che i “giovani inebriati dall’arte”* avrebbero usato le appendici de Il Signore degli Anelli come dizionario per creare pagine e pagine di prosa indifferenziata e storie inutili da infliggere a lettori obnubilati.
A lui già faceva un po’ ridere che ad occuparsi del suo libro fossero dei giovinastri scapestrati e non dei seri accademici interessati all’evoluzione delle strutture mitico-narrative presso le popolazioni celtiche**.

Però è indubbio che le appendici de Il Signore degli Anelli e – forse ancora di più – il Silmarillion, abbiano causato un sacco di danni – tanto alle giovani vite di tanti aspiranti narratori, quanto alla salute mentale di un sacco di lettori incauti.

Il punto – e Tolkien non c’entra più nulla, se non come inconsapevole fornitore di un vocabolario e di un template – è la convinzione che sia tutto lì.
Ho letto Tolkien, ora scrivo anch’io la mia trilogia.
Sarà bellissima.

Così come nel technobabble – “dobbiamo desincronizzare il traslatore fotonico o caviteremo in un n-spazio quantico senza possibilità di ritorno!” – e il mythosbabble – “Shuub-Wankalot, l’osceno ed innominabile orrore che schifglusciava attraverso le fenditure dello spaziotempo…” – anche l’elvenbabble*** è l’espressione di una delle più esiziali forme di trionfo della forma sulla sostanza.

Non c’è nulla di male, in prima battuta, in una città che si chiami Caer Vattelapesca – Caer, come sa chiunque abbia letto il Mabinogion (altro innocuo volume che si è trasformato in un vocabolario e scatola di montaggio per aspiranti fantasisti), significa città fortificata in gallese.
Ed è noto, che il gallese è la lingua franca dei mondi immaginari popolati di elfi.
Ma è ormai stato fatto tante di quelle volte che, a meno che la mia storia non si svolga in Galles, è trito, fasullo, stantio.
Segnala come un campanello d’allarme il fatto che l’autore di ciò che stiamo leggendo non ha fatto lo sforzo di inventarsi qualcosa di nuovo – che sarebbe poi il suo lavoro.
È sintomo di pigrizia.

liv tylerChe poi, forse, è la causa dell’ipotetico successo di questo genere di ciarpame – le infinite trilogie e “saghe” farcite di elfi e nani, draghi ed oscuri signori, sono in fondo storie pigre scritte da autori pigri per un pubblico di lettori pigri.
Implicano una cultura condivisa, data per scontata ed indispensabile per accedere alla narrazione – io dico “elfo” e tutti pensano… bah, a Liv Tyler nel film di Peter Jackson.
Io non devo fare lo sforzo di inventare o descrivere nulla, il lettore non deve fare alcuno sforzo di immaginazione.

Sulla pigrizia, va ad innestarsi (ancora una volta, tanto per l’autore che per il lettore) una certa ignoranza – ignoranza del genere, la convinzione, come si diceva che sia tutto lì.
È fantasy, ci sono gli elfi armati di arco e i nani con l’ascia****.
Il colossale problema della narrativa di genere è che troppi aspiranti narratori di genere leggono solo il genere – e, con frequenza agghiacciante, solo una fetta sempre più stretta ed omologata del genere – e sono convinti che sia tutto ciò che è necessario conoscere.
Ho visto tutto Star Trek, posso scrivere fantascienza.
Conosco a memoria Twilight, posso scrivere horror*****.
Ho tutti gli episodi di Record of Lodoss War, scriverò fantasy.

E probabilmente costoro mi considererebbero pazzo se dicessi loro che non si può scrivere fantasy senza aver letto Alexandre Dumas, Raymond Chandler e John Keegan.

Certo, con lo stesso materiale si possono scrivere storie eccellenti – ma bisogna essere in gamba.
Se possibile, più in gamba che a inventarsi da zero un mondo con le sue culture, i suoi linguaggi, le sue popolazioni umane e non.
Lavorare all’interno di un sistema fortemente codificato è tutt’altro che un gioco da ragazzi.
E ormai la scommessa migliore è fare, dello scontro della diafana Sulwen Calhurnar contro l’Oscuro Signore ed i suoi Urkh-marath, una bella parodia feroce.

Che ci starebbe magari anche bene – ma che richiede idee, e non poca abilità.

——————————-
* Tolkien definì cosaì i cosplayer ante-litteram che si ispiravano al suo libro.

** A riguardo è divertentissimo leggere ciò che Tolkien disse a Sprague de Camp quando l’autore americano lo andò a trovare, alla fine degli anni ’60.

*** Possiamo ipotizzare l’esistenza di un -babble per qualunque forma di narrativa di genere nella quale esista un template standard…

**** Qualcuno un giorno dovrà spiegarmi per quale motivo l’arco sia tanto culturalmente significativo per un popolo che vive fra i boschi, o l’ascia per un popolo di tagliatori di pietre con abitudini sotterranee…

***** E già la convinzione che Twilight sia horror (senza false ironie) giustificherebbe il ricovero immediato in una cella con le pareti imbottite.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

32 thoughts on “Elfobabble

  1. A peggiorare le cose, come hai fatto notare anche tu, è stato l’avvento dei progetti di Jackson. Se da una parte con la trilogia ha permesso che il genere ritornasse nelle librerie, facendo ristampare schifezze ma anche cose ormai dimenticate, dall’altra ha cresciuto una generazione di “fantasyani” che si basano sui film, sfogliano i libri e devono creare i loro mondi. Senza passare per un tavolo da gioco, per dire.

    Ed è indubbio che lo stesso danno lo ha fatto Twilight all’horror…

    • Purtroppo la percentuale di schifezze sovrasta drammaticamente le cose dimenticate e che varrebbe la pena di riscoprire.
      La mia vera grande preoccupazione è per l’omologazione dell’immaginario – che per sua natura tutto dovrebbe essere fuorché omologato.

  2. Completamente d’accordo. Aggiungo che in certi fantasy riecheggia quasi una giocata di ruolo, come se giocare di ruolo e scrivere un romanzo avessero le stesse regole. Questo è anche un aspetto su cui volevo tornare con un articolo apposito.

    Poi dici bene quando non descrivono nemmeno ciò di cui parlano, dando per scontato che chiunque sappia com’è fatto un elfo. E se un lettore che non li conosce legge e non ha davvero idea di cosa sia un elfo? Ok, saranno pochi, ma non è nemmeno detto che tutti siano cresciuti a pane e fantasy. Non solo pigrizia, quindi, ma anche disinteresse nel creare qualcosa che possa essere fruito da tutti.

    Ciao,
    Gianluca

  3. Che poi le cose vanno LETTE: nel Silmarillion gli unici ad usare asce sono gli elfi dei boschi. L’associazione asce-nani è debole anche nello hobbit e nel sda. Il problema è c’è gente che potrebbe leggere la critica della ragion pura e trovarci elfi perfettini con l’arco e nani burberi ma teneri con l’ascia.

  4. Fra l’altro questi -babble permeano a tal punto il genere che il lettore della strada di fronte a un elfo senza genealogia a tredici caratteri e l’arco d’ordinanza oramai non si ritrova. Parlando di un urban fantasy italiano di recente pubblicazione con un mio collega che legge anche fantasy, egli ha ammesso di non immaginare neanche l’esistenza di un fantasy diverso da Tolkien e figli (ed epigoni). Ho sempre (= da un po’) pensato che fosse riduttivo identificare un genere che chiamiamo “fantasy” con canoni rigidi e definiti, a partire dalla mappa e a finire con i nomi. Molto divertente è la guida compilata da Diana Wynne Jones (che però forse avevi suggerito tu tempo addietro), prontuario che un aspirante scrittore fantasy dovrebbe sempre avere a portata di mano!

  5. Sono d’accordissimissimo! Se c’è una cosa che odio è lo scopiazzare nomi a caso / leggende senza un legame sensato nella speranza che nessuno se ne accorga, mettendo poi “elfi/nani/gnomi/bho” appoggiandosi su ormai un costrutto condiviso piuttosto omologato in cui ci sono anche case a traliccio sempre; sto disegnando per un mio progetto degli elfi, appunto, e solo perché non li ho “tolkenianizzati” chi li vede mi dice “non sono elfi” -fino a che non gli spiego la mitologia norrena, non sanno che gli Elfi non nascono da Tolkien. Lo stesso lo sto facendo con le entità fatate che abitano il Galles e anche coi vampiri; fino a che erano giocatori whitewolf era anche bello sentire i vari pareri, ma ora che mi sento dire che il Vampiro “deve essere bello”, “la fata buona” e “l’elfo arciere nei boschi”… la cosa che più mi turba non è che ci siano tanti prodotti che possano somigliarsi spontaneamente, quanto più il “questo DEVE essere così” dettato da tanti autori che per primi non hanno fatto nulla di più che farsi trasportare da un po’ di fandom.

  6. Mi permetto qualche piccolo dissenso. Credo ce la dinamica di omologazione e di costruzione dell’immaginario collettivo, tipica di tutti i mercati quando subentra il fattore “mainstream”, sia ben più complessa. Certo Tolkien ha, indirettamente, la sua bella responsabilità, ma gli archetipi del Fantasy penso si siano creati per stratificazione. Il discorso che fai su elfi e nani è condivisibile, idem sui signori oscuri, ma anche Howard utilizza maghi supercattivi (in “L’Ora del Dragone), gli stereotipi del guerriero forte, bonaccione e lento di cervello e del mago infido e malaticcio devono parecchio a, per esempio, Dragonlance e AD&D derivati, idem se parliamo di draghi da cavalcare, ma anche Elric cavalcava un drago no?
    Idem per altri generi, ad esempio quello vampiresco, l’estetica glamour del vampiro non è proprio una novità di Twilight, partendo dal Lord Ruthven, passando per Lost Boys e per i vampirelli bicuriosi della Rice e della Hamilton la strada fino allo sbrilluccicoso Edward Cullen è stata lunga.
    Ricondurre ad un immaginario condiviso è economicamente vantaggioso sia in termini cognitivi che in termini monetari. Massima ressa con il minimo sforzo, almeno sul breve periodo. Industrialmente parlando è il top, il risultato lo si vede in libreria.
    Le tue critiche sono condivisibili, ma credo che la derivatività sia solo una parte del problema, un’altra è l’incoscienza (almeno apparente) di tanti autori che credono di essere originali senza esserlo e la mancanza di talento. Perché, oh, puoi fare anche fanfiction e scrivere delle gran belle storie, se sei bravo.

  7. Vabbè, ribaltiamo il punto: perchè un fantasy ultra-omologato, e a volte noioso oltre il sopportabile (chi ha detto Licia Troisi?) ha venduto come il pane negli ultimi 15 anni (come il pane= a livelli strabilianti, per una nazione con poche centinaia di migliaia d’autentici lettori)? Tutte le opere brillanti, innovative, fuori dagli schemi, eccetera eccetera…dove sono? Non hanno avuto successo perchè il pubblico non le ha capite, perchè gli editori non le hanno promosse, o cosa? Con l’eccezione di Terry Pratchett (che poteva comunque risparmiarsi almeno una decina di suoi libri: quando si scrive troppo, la qualità cala immancabilmente), non vedo altri autori “fuori canone” conosciuti al grande pubblico. Oddio, “grande” se consideriamo esclusivamente la nostra piccola nicchia di appassionati, è ovvio.

  8. @MM
    Le scelte consapevoli di un autore non sono da confondersi con la pigrizia e l’ignoranza – la scelta di Howard di utilizzare un personaggio “barbarico” come protagonista e di contrapporlo a figure che rappresentano una forma degenerata di tradizione è una scelta che ha una sua precisa motivazione.
    Howard non scrisse di un barbaro perché aveva sempre solo letto romanzi sui barbari.
    Lo stesso vale per le scelte estetiche di Moorcock – Elric cavalca un drago non perché Moorcock fosse un fan della McCaffrey, ma per precise scelte stilistiche.
    Il problema non è scrivere della buona fanfiction – il problema è avere delle idee originali, o usare in modo originale delle idee codificate.

    @Verro
    Io credo che le colpe vadano equamente distribuite – mancanza di coraggio da parte degli editori, pigrizia dei lettori e degli autori.
    È indubbio che il materiale originale esista e continui a venire pubblicato – che si tratti di idee nuove (penso al ciclo dei Weavers di Chris Woording), di aggiornamenti di temi classici (penso al Dread Empire di Glen Cook), di omaggi consapevoli a temi classici (un sacco di roba pubblicata da Rogues Blades, ad esempio).
    Bisogna cercarlo, e spesso i lettori non hanno voglia o tempo o modo.
    Gli editori, nelle loro scelte, puntano al massimo ritorno col minimo rischio – quel che ha venduto ieri, si venderà anche domani (specie se il pubblico pensa non ci sia nulla di diverso).

  9. Tutto vero, il postulato di Sturgeon vale per la narrativa fantasy come per tutto il resto, e credo continuera’ cosi’ anche in futuro. Ma sai Davide, sono francamente un po’ stufo di sentire ovunque dissertazioni e analisi su quello che non va, il tuo blog e’ per me molto piu’ interessante quando mi segnala opere e autori che non avevo mai incrociato e che ho scoperto interessanti (Lee Child e Kevin Hearne, per dirne due). A capire che Twilight e’ una porcheria ci ero arrivato da solo.

  10. C’è un altro fattore da tenere in considerazione: sempre più gente è convinta che per ottenere qualcosa di buono non sia necessario fare fatica

  11. E speriamolo!🙂

  12. Certo Davide, quello che volevo sottolineare io è che la costruzione dell’immaginario collettivo è un po’ più complessa di come l’hai descritta. Ho citato il binomio drago-cavaliere perché anche quello è diventato un classico dell’high-fantasy e simili ma non è di estrazione tolkeniana, in tolkien ci sono in tutto credo un paio di draghi e, alla fine, sono tutti Fafnir😉, ma nessuno mi pare li cavalchi.

  13. Enrico, ti faccio notare che Davide ha la sana abitudine di mettere subito in chiaro quando i suoi post sono dei pork chop express. Se non vuoi leggere un rant o giù di lì, saltali.

  14. Questo livello di “omologazione”, richiesto dal pubblico stesso, potrebbe derivare anche da aspetti non legati – in maniera immediata – alla produzione e alla fruizione pure di intrattenimento narrativo. Potrebbe essere legato a una sorta di “ricaduta” della fruizione di un determinato genere narrativo: la ricaduta in termini di identificazione a appartenenza a un gruppo, con confini delimitati, un interno e un esterno.

    Oppure è solo un comportamento infantile: come i bambini che vogliono che la fiaba venga raccontata sempre nello stesso modo, con le stesse identiche parole, perché se no “è un’altra fiaba”🙂

  15. jonnie:

    in effetti gia’ non leggo i post sui giochi d ruolo, che non mi interessano, mentre invece mi mancano le ricette.

    Ma il punto non e’ se Davice debba o meno scrivere solo quello che interessa a me, il punto e’ che questo blog si intitola Strategie Evolutive. Se Davide vuole trasformarlo in Strategie Devolutive e scrivere solo di quanto gli intellettuali in Italia siano sottovalutati e mal (o mai) pagati, di quanta porcheria c’e’ in circolazione e del perche’ sia in effetti porcheria, yadda yadda, ovviamente liberissimo, e io in effetti smetterei di leggerlo. Viva la democrazia.

    Ma sarebbe un peccato, perche’ quando Davide e’ invece propositivo sa aprire nuovi orizzonti ed e’, in my humble opinion, interessante come ben pochi altri esponenti dell’ asfittico panorama culturale italiano, gia’ fin troppo propenso al ‘rant’.

    • Enrico, non mi pare di essermi abbandonato recentemente ai yadda yadda che citi.
      Ma potrei sbagliare – chissà, magari ho esagerato.
      Il fatto è che è difficile proporre strategie per uscire dall’attuale situazione senza parlare dell’attuale situazione: che si tratti di situazione lavorativa, culturale, o semplicemente dello stato delle letture disponibili.
      Comunque credo che il post di domani ti piacerà.
      Spero!

  16. grande articolo, che condivido in pieno.

    Venendo alla tua domanda (di cui al penultimo asterisco): sull’ascia e la sua correlazione con i nani non ho, mio malgrado, alcuna risposta. Sull’arco invece si: in questo caso la correlazione è abbastanza fondata. Per un popolo preindustriale di cultura neolitica-bronzo ferro (parlando potabile: la “cornice culturale” con cui, con enorme approssimazione, si collocano i vari mondi fantasy) e che vive nelle foreste l’abilità con l’arco è una caratteristica coerente, e oserei dire addirittura fondamentale. L’arco (parlando di self bow e non di compositi e affini, intendiamoci) è un’arma relativamente semplice da costruire (pressoché alla portata di tutti) e che presenta notevolissimi vantaggi in un ambiente “forestale”. Una freccia è silenziosa e letale per gran parte della selvaggina. Serve meno spazio per tendere l’arco (ed il gesto è più semplice) che non per utilizzare una fionda o un atl-atl (lanciadardi-propulsore).
    Un buon arciere può abbattere con la stessa efficacia un’anatra/volatile, un capriolo/cervo ed avere ragione di gran parte dei predatori (sicuramente di una lince, e ritengo anche di un lupo, mentre non azzarderei ad attaccar briga con un orso o un cinghiale armato solo di arco e frecce).

    Quindi si: se gli elfi vivono nelle foreste, ha senso che siano ottimi arcieri. Il fatto che debbano necessariamente vivere nelle foreste (senza apparenti mezzi di sussistenza) eppure ostentino lo stesso livello culturale (se non addirittura superiore) delle società umane che li circondano, che mangino pane e bevano vino (magari in coppe d’oro ed argento), e che padroneggino l’alfabeto e l’algebra, la tessitura e l’edilizia e tutti e 4 i rami del Mabinogion (e che abbiano re, regine e membri economicamente improduttivi come maghi e stregoni, e addirittura degli eserciti da mettere in campo) nonostante la vistosa assenza di miniere, forge e fucine, forni di cotture e soprattutto campi coltivati e frutteti… beh, questo di senso ne ha meno (a mio parere).

  17. Grande articolo, e visto che Anacroma ha proposto una risposta per l’abbinamento elfi dei boschi/archi ne azzardo io una per nani del sottosuolo/asce. Nel sottosuolo, in ambienti artificiali che dobbiamo immaginare che saloni di rappresentanza a parte non devono essere molto più che corridoi e stanze di dimensioni contenute non ha senso sviluppare l’uso di armi da lancio ed è fondamentale risparmiare l’ingombro a favore della maneggevolezza.

    Un’ascia è un’arma bianca molto completa che consente di parare con minor difficoltà che con una spada (il manico dell’ascia è più adatto di una lama allo scopo) e di attaccare efficacemente anche in uno ristretto spazio di manovra (quando non c’è spazio per mulinarla un’ascia può comunque essere usata come un bastone da combattimento col vantaggio di avere una testa affilata.

    Se hai un’ascia e vivi sottoterra puoi fare a meno di scudi e di altre armi (giusto giusto tornerebbe utile tenere dei pugnagli alla cinta per ogni evenienza).

    Stesso tesso discorso per il martello da guerra, altra tipica, infatti, arma da nano.

  18. Uff, ci sono un po’ di strafalcioni nel commento qui sopra. Spero perdonerete vista l’ora tarda^^’

  19. @Hendioke: a dire il vero, il problema con i nani è proprio la loro natura guerriera, che ha POCO SENSO a prescindere. Tolkien (che, credo, è stato il PRIMO a inserirli) li ha resi una “trasposizione fantasy” degli ebrei (il Kuzdul è costruito come una lngua semitica, il loro vagabondare per la terra di mezzo, in amaro esilio dalle loro dimore, l’amore per i commerci ed i metalli preziosi) sovrapposta al “nano” della tradizione nordica (da cui invece derivano le capacità metallurgiche). E nello hobbit il “valore guerriero” (che peraltro emerge tardi nel testo) lo si poteva anche ingoiare per l’atmosfera “favolistica” del libro, nel Silmarillion era accettabile per la cornice “mitologica/epica” del testo, già nell’SdA richiede una notevole dose di sospensione dell’incredulità (e infatti nella trasposizone cinematografica Gimli è diventato il DAnny de Vito del gruppo, il sidekick – spalla comica per allentare la tensione, e il “valore guerriero è – secondo me non stupidamente – preso “cum grano salis”).

    Purtroppo negli anni poi D&D ed i “fantasy fotocopia” (coff coff chi ha detto Brooks?!?) hanno poi contribuito (molto più di P.J e del Silmarillion) a cementare questo cliché stereotipato, fino a farlo diventare uno dei “canoni fantasy” a cui ogni cicciottenne esordiente ritiene di dover per forza aderire (Eragon per fare un esempio transnazionale, o la nostra Troisi per restare sul Patrio suolo).
    Tuttavia questa immagine, oramai consolidata al punto da essere ripresa matematicamente da ogni esordiente ansioso di creare il proprio mondofentasiìiì xk si !1!11!1! è piuttosto falsa e tendenziosa, per le seguenti ragioni.

    In primo luogo perché nani, nella tradizione norrena, sono esseri codardi e malfidi, noti per la loro abilità metallurgica (e anche magica) ma NON per il valore guerriero (appannaggio di altre stirpi, come gli Ettin o gli Jotun).

    Inoltre,la presunta abilità guerriera dei nani è disattesa anche da un altro non trascurabile dettaglio, l’ANATOMIA. Che siano una specie di pigmei, ovvero sapiens sapiens con difetto di crescita, i nani NON sono fatti per mulinare asce o stare in un muro di scudi, perché fisiologicamente NON HANNO le caratteristiche che servono per essere guerrieri con una certa efficacia. In un campo di battaglia contro avversari normodotati (come i sempreverdi orchi/ogre/goblinoidi con i quali INVARIABILMENTE sono “at odds”), dei nani non durerebbero il tempo di un respiro.

    Inoltre l’assurdità del cliché che vuole i verticalmente svantaggiati NECESSARIAMENTE i guerrieri del grupppo è smentica dal fatto che i cloni hobbit del mondo fantasy (altri esseri alti “due mele o poco più” [cit.]) invece, stranamente, NON lo sono ed hanno una caterva e mezza di malus, pur essendo virtualmente indistinguibili (se non per la, trita e stereotipa” assenza di barba e per l’eccessiva villosità del piede).

    Tutto quanto sopra naturalmente sono solo un’opinione personale😉

  20. È bello vedere nei commenti di questo post come la mia vecchia opinione, che i fan del fantasy si prendono troppo sul serio, sia ampiamente negata dai fatti😀

  21. ^_^

    hai anche ragione, Davide😛

    Ma d’altronde, chi ha lanciato la prima pietra, lamentandosi dell’elvenbabble?😛

    Seriamente, finché la discussione resta su binari civili, partendo da posizioni solidamente argomentate (e non degenera a scambio di anatemi basati sul dogmatismo “xk IO o raggione xk siiì 11!!!1!1!1!” [cit.]”) un po’ di prendersi sul serio e “mettersi a contare le frecce di Legolas” [cit.] secondo me, può starci.

    Se poi mi sono fatto prendere dalla vis polemica (rendendomi nel contempo uno spettacolo assolutamente ridicolo) me ne spiaccio e spero di aver causato al più un paio di sane risate (tipo il vecchio zio che da ubriaco si mette a dire cose imbarazzanti ed inappropriate al matrimonio, per intenderci) ^_^

    Tuttavia, sono argomenti che mi stanno a cuore, e credo sia più costruttivo “spendere” i miei due cents in una discussione così, piuttsto che passare le ore a leggere apposta un brutto libro per poi aprire un blòog per “massacrarlo” (ed educare così il popolo bue a cosa è KattivaLetteratura – TRUE STORY), non trovi?😉

  22. Anatema direi c’entra il punto con la natura guerriera perché effettivamente, riflettendoci, non ha molto senso che un popolo che vive centinaia di metri sottoterra con la possibilità di frapporre fra sé e il mondo esterno le porte magiche più inviolabili del mondo sviluppi una spiccata disciplina marziale.

    Anche se, continuando col parallelo nani di Tolkien=ebrei, l’invasione dei loro regni e la successiva diaspora (più un certo fanatismo di fondo nei confronti delle loro tradizioni) può aver contribuito a creare questo spirito marziale.
    Basta vedere la storia militare israeliana. Anche quando non avevano un esercito superiore alla media gli israeliani invasi a casa loro erano una spina nel fianco per ogni potenza occupante, e oggi l’esercito israeliano è tutto tranne fuffa.
    Ma comunque questa argomentazione vale fintanto che nel mondo fantasy esaminato i nani abbiano subito il ciclo fabbri tradizionalisti => invasi => diaspora => incazzati

    Anyway, andando al grosso, il problema anatomico, direi che i punti deboli che Anacroma sottolinea siano buona parte, assieme alla abilità metallurgica, delle cause che hanno forgiato l’immaginario del nano come è giunto fino a quest’epoca post moderna. Un essere alto un metro e una verga, senza portata, senza velocità, senza visione del campo che può fare? Gli si attribuisce una resistenza e una forza sovrumane, lo si inscatola in una lattina di acciaio e se ne fa l’incassatore per definizione.

    Comunque, a favore dello svantaggio verticale dei nani vorrei citare il famoso proverbio nanico riportatoci da Ser Terry Pratchett: “Se le sue mani sono all’altezza della tua testa, i tuoi denti sono all’altezza del suo scroto”😀

  23. Sull’anatomia, valore guerriero e quant’altro relativo ai nani consiglierei di buttare un occhio, per chi è interessato, ai nani di Warhammer (e, non intendo il battle, quanto i compendi relativi al roleplay, magari Stone & Steel). Una chicca per cominciare: l’anatomia nanica, sotto la “pelle dura come roccia” è completamente diversa da quella di un umano, non si tratta di “umani bassi”, come gli ogre digeriscono anche il metallo a causa del loro stomaco particolare.

    Sulle asce, che nell’immaginario sono molto più radicate che i martelli, Hendioke ci ha preso a metà: asce e martelli sono armi tipiche dei nani non solo per il loro immediato vantaggio in ambiente stretto e in mano ad un nano (per i motivi relativi all’anatomia particolare appunto) ma anche in quanto derivate anticamente da attrezzi utilizzati nei mestieri vari (metallurgia e quant’altro).

    Proprio per questo i martelli sono più identificativi delle asce (lo sono anche quest’ultime poiché i nani, vivendo generalmente in roccaforti di montagna, ricavano il combustibile per le fucine dal legname sui versanti…per tutto il resto c’è il carbone!) come armi naniche.

    Solo successivamente, con l’aumento della ricchezza e così via, si trova diversificazione fra un martello (arma) e un martello da fabbro (arma improvvisata): il primo è bilanciato, atto ad essere impugnato per colpire e massacrare, il secondo serve solo a colpire ma è molto più difficoltoso da usare (pensate anche alla differenza fra un’accetta per la legna e un’ascia da combattimento, magari danese…)

    Perché dovrebbero derivare dagli attrezzi? I nani deputano, nel loro culto, un angolo importante agli antenati e ai morti (oltre a *inserire divinità del mondo fantasy appena inventato dedicata a rocce, fuoco e quant’altro random*, tanto per continuare il discorso sugli stereotipi), se ci fate caso, in ogni ambientazione in cui si ritrovano (e questo anche per me è un mistero, al momento non mi vengono associazioni con la cultura nordica, semitica e/o varie ed eventuali esistenti da cui traggono ispirazione). Ebbene, spesso e volentieri le armi che un nano usa sono quelle del padre, che vengono tramandate al figlio di generazione in generazione. Vuoi che alcune, pur essendo fatte da mano nanica, non siano vecchie di secoli e magari risalenti ai tempi in cui i nani di armi non avevano bisogno ma di attrezzi per plasmare la materia?

    Per tradizione, perciò, prima venivano passati gli attrezzi che, in seguito, diventarono armi a tutti gli effetti (pensate al passaggio in cui Gimli prende l’ascia di Balin e la usa per i restanti film anche se, concordo pienamente, in Tolkien i nani ci fanno una figura abbastanza barbina).

    Scusate il poema!

  24. Concordo, specie sui nani. Gli unici a dover girare armati di ascia sono gli gnomi😀

  25. Dottor Mana (ps congratulazioni) senza il suo blog e i suoi commentatori non mi sarei mai posta il problema di come si procurano da sopravvivere gli elfi🙂 O perché gli elfi siano tanto legati all’arco e i nani all’ascia.

    Provo ad abbozzare una risposta.
    Gli elfi sono spesso descritti come grandi maghi e vicini a divinità boschive, divinità che spesso sovraintendono anche alla caccia. Quindi credo che la loro principale fonte di cibo siano incantesimi che creano cibarie e la caccia (da qui l’uso dell’arco come diceva Anacroma).

    Giusto per continuare a fare ipotesi e per rispondere sempre ad Anacroma sul come possano essere così evoluti sul piano delle conoscenze pur vivendo come selvaggia si può considerare che spesso gli elfi avevano un grande impero nel passato e che ora non siano che gli ultimi rimasti della loro stirpe, quindi le loro conoscenze sono una sorta di eredità lasciata loro dai loro antenati che vivevano in modo più simile agli umani.

    Strana discussione questa, ma interessantissima

  26. Per continuare la strana ma interessante discussione vorrei azzardare un’altra, piccola, divagazione che mi ispira il commento di -lirin-
    Come giustamente dice, in molti mondi fantasy gli elfi possedevano, un tempo, un impero e la loro cultura spesso ne rappresenta le ultime vestigia.
    Molte altre volte l’impero perduto era un impero di umani o, ancora spesso, Impero di una razza speciale ormai scomparsa o di una forma incorrotta e pura di una razza esistente.
    In molti altri mondi ancora, l’Impero esiste ed è il nemico che col suo desiderio di assoggettare tutti i Popoli e le razze minaccia il Popolo o le terre del/i protagonista/i oppure è lo scenario sullo sfondo del quale le vicende della storia si muovono.

    Personalmente ritengo che dietro questo insistente riprensentarsi dell’Impero nel fantasy, nella sua versione di Impero di antico splendore la cui vita è coincisa con una età dell’oro o come Impero esistente e contraddittorio se non proprio nemico, ci sia l’impronta che l’Impero Romano ha lasciato nella cultura e nell’immaginario collettivo dei Popoli europei (e non solo visto che anche i Russi e gli Ottomani ne hanno reclamato nel tempo l’eredità) i quali, dopotutto, dalle guerree puniche in poi hanno passato la loro storia, a fasi alterne, a vivere dentro l’Impero Romano (o dentro uno dei suoi discendenti o imitatori), a combatterlo (o a combattere uno dei suoi discendenti o imitatori), a combattere per esso (o per uno dei suoi discendenti o imitatori), almeno fino al 1805, quando il Sacro Romano Impero ha tirato le cuoia, seguito dall’Impero Austro-Ungarico nel 1918, dall’Ottomano nel 1920, poi, negli anni ’50, si è cominciato a parlare di Europa…

    Insomma, così come i giapponesi faticano a pensare la fantascienza e le distopie senza un disastro nucleare o simil-nucleare (chissà perché), noi fatichieremmo a pensare a mondi secondari senza Imperi. Non credo la mia sia una teoria tanto complessa, direi che è perfino banale, ma è anche una cosa che non si sente dire mai. Voi che ne pensate?

    Tokien, per tornare in traccia, rappresenta un’eccezione in quanto, ligio al suo desiderio di creare una mitologia inglese e quindi scandinavo-riferita non accenna mai ad Imperi (neanche Numenor lo è, è uno Stato-Isola alla fine e Melkor, dopotutto, è un Dio che vuole plasmare il mondo a sua immagine, non lo assimilerei a un imperatore cattivo, anche se ne ha ispirati molti), ligio a una tradizione culturale formatasi, nel suo nucleo essenziale, lontano dall’Impero.

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