strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Brand, piattaforme e altre catastrofi

4 commenti

9230953046_f240e53c07_zIeri ho letto due post molto interessanti – uno di un autore che conosco e seguo, su un blog che leggo e cito frequentemente, l’altro di una autrice che non conoscevo, su un blog scoperto per caso attraverso una segnalazione su Pinterest.
È il bello della rete.

Entrambi gli articoli mi hanno fatto venire voglia di scrivere, di prendere un pezzetto della storia e di svilupparlo dal mio punto di vista.
Sono due argomenti connessi, legati alla scritura, ma farci un post solo sarebbe improponibile.
Per cui facciamoci due post.
Questo è il primo – ed è stato provocato dall’eccellente post di Chuck Wendig che trovate qui.
Andate a leggerlo.
Ora!

Fatto?
Bene!

Ora, sottoscrivo in pieno ogni parola del post qui sopra, roba da stamparlo ed appenderlo inquadrato sulla parete, ma c’è un elemento che io considero critico.

Writers burn themselves with brands and build up platforms that they have to tear back down and they get agents and find publishers or publish themselves and find the audience that will in turn find them and they’ll commune with themselves and their hearts and try to find the words and stories inside them that can’t stay inside any longer.

Che voi siate pubblicati da un editore grande o piccolo, che vi autopubblichiate o semplicemente scriviate un blog, si dovrà prima o poi innescare un meccanismo che vi porterà in contatto e in relazione col vostro pubblico.

Nel momento in cui esiste un pubblico, ci sono altre storie da raccontare, e le cose diventano molto più interessanti.

Quelli che “scrivono per se stesi” queste cose non le capiscono.

Ora, esistono fior di articoli (e libri!) sul come trovare un pubblico e “agganciarlo”.
È una specie di caposaldo nel catalogo dei guru del web – ora vi spiego come trovare lettori.
Certo, come no.

Il problema, ovviamente, non è trovarli – o farsi trovare da loro – ma è entrare in contatto.
E francamente non guardate in questa direzione per sapere come si faccia, ad entrare in contatto – se lo sapessi, ci scriverei un libro, o una serie di post, o una serie di post dalla quale poi ricaverei un libro.

Potrei casomai fare un elenco di cose da non fare – perché ho visto altri farle, e ne ho viste le conseguenze nefaste.
Ma sarebbe un esercizio sterile – nel costruire un rapporto con altri esseri umani (che siano lettori o compagni di squadra o passeggeri sullo steso treno o la più bella donna del mondo, non importa) ci sono infiniti modi per fare bene, e altrettanti per sbagliare.

Cattle_branding_(Grabill_1888,_cropped)Sto leggendo – no, mento, ho sfogliato ed ho deciso di non leggere – un bel libro su come trasformare se stessi in un brand.
Non lo sto portando avanti per due motivi
. primo: non mi insegna nulla di nuovo – conosco persone che da anni lavorano per divetare brand, per diventare il primo nome a cui pensate quando pensate a un genere, a un tema, a una tendenza, per essere ovunque, come la Coca-Cola; i loro metodi sono evidenti e semplici da capire per chiunque abbia gli occhi. E non sono inerentemente sbagliati (per quanto a volte possano risultare fastidiosi), e tuttavia…
. secondo: io non ho bisogno di una prigione.

Perché alla fine, lavorare 24/7 per diventare un marchio, per diventare un nome di riferimento, per diventare la Pepsi del fantastico o il McDonald del thriller (o quel che vi pare, credo che l’esempio sia chiaro), è una gran trappola: ci si obbliga a dover continuare a correre per rimanere nello stesso posto – perché le cose evolvono, i tempi cambiano ma i marchi, per loro natura, non possono cambiare.
Per un brand, cambiare è un rischio.
Ma scrivere significa correre rischi – o stiamo facendo finta.

E trovare/farsi trovare?
La cosiddetta piattaforma?
Com’è che ho detto che non è un vero problema?

Anche qui, manuali, blog-guru, corsi diversi – ci sono informazioni ovunque.
Cercatele, e le troverete.
Nella mia esperienza c’è un solo dettaglio che di solito viene trascurato da queste fonti – potete usare l’approccio che preferite, organico e improvvisazionale o studiato e strutturato come da manuale.
Ma quella è solo metà dell’equazione.
L’altra metà, quella della quale di solito non vi parlano, riguarda le persone con le quali tenterete di prendere contatto – e le persone che potrebbero essere interessate a venire in contatto con voi.
Se non possiamo obbligare i lettori ad aprire il libro a pagina uno (e non possiamo), allo steso modo non possiamo obbligarli a venirci a cercare, per quanto in alto sventolino le nostre bandiere, per quanto esposte e poco vestite siano le nostre cheerleaders.

Il rovescio della medaglia, naturalmente, è che se vogliono venirci a cercare, dovremo faticare parecchio per impedir loro di trovarci.
Fallire è tanto difficile quanto avere successo.
Provate a guardarla in questa maniera, invece che viceversa.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Brand, piattaforme e altre catastrofi

  1. Ottimo articolo.

    Sul costruire un brand ho letto diversi manuali. Tutti interessanti e validi, anche se il concetto di fondo mi piace solo a metà, per i motivi che hai esposto tu.
    Diventare un brand vuol dire costruire un personaggio e rimanerci intrappolati.
    Esempio: molti esperti di social brand suggeriscono di non cambiare mai l’immagine profilo, o addirittura di usarne una identità per tutti i social network.
    Che può essere una bella idea, ma a me pare assai limitante. Non voglio diventare il Gabibbo o Batman, che si identifica solo con pipistrello.
    E questo, ripeto, è un esempio piccolissimo.

    Riguardo al farsi trovare dai lettori, è difficile. Noto una crescente apatia, foraggiata dalla crisi, da un sacco di problemi mentali che stanno diventando epidemici (primo tra tutti l’incapacità di relazionarsi e di comunicare, alla faccia del Web “social”).
    Comunque noi ci si prova, anche se sconvolgenti rivoluzioni non ne vedo, all’orizzonte.

  2. Bel post davvero!
    Bellissima la riflessione sul brand. Non l’avevo mai vista in questo modo.
    Ammetto che da lettore il brand è una garanzia di godibilità del prodotto anche se effettivamente…che succede se mi stufo?
    A questo punto preferisco che gli scrittori che seguo e che mi piacciono possano sperimentare, cambiare ed evolvere e perchè no, magari sbagliare.

    E forse uno dei problemi dei mille mila libri che si trovano in libreria non è che sono sempre scritti dagli stessi autori (magari anche bravi) ma che a quegli autori è impedito di evolvere, che siano costretti a restare sempre uguali, sempre con lo stesso sapore.
    E io francamente non ne posso più.

    Perciò no, anche da lettore dico che se il brand può essere rassicurante per un po’ poi impoverisce la tua esperienza di lettura.
    Nell’editoria c’è la ferma convinzione che se sai scrivere bene un genere non saprai scriverne un altro, una vera idiozia!
    Ahhhh se si prendesse più esempio dal passato in cui gli autori potevano scrivere gialli eppoi se volevano magari scrivere fantascienza!
    Ma sai che bello sarebbe?

  3. Alla fine brand e piattaforme sono strumenti – e come ogni strumento, sono buoni o cattivi a seconda dell’uso che ne facciamo.
    Presi a corpo morto sono gabbie.
    Sviluppati con intelligenza possono essere strumenti potentissimi – ma dopo averli sviluppati, bisogna usarli.
    Ci sono scrittori in questo momento che, avendo costruito piattaforme spettacolari (riuscire ad esempio a convincere i lettori che non sono fan, sono amici), ne stanno facendo un uso pessimo – che sulla lunga distanza probabilmente non solo danneggerà loro, ma renderà certi strumenti inagibili per tutti.
    Ma pensare sulla lunga distanza è una cosa che non si usa più.

  4. Il brand alla fine si trasforma in una gabbia, una prigione in cui se si è intelligenti non si può voler entrare, meglio rischiare di rimanere sé stessi e di fare le cose che si interessa fare.
    E comunque, la domanda non dovrebbe mai riguardare il modo di convincere le persone a venirci a trovare, ma sul come risultare credibili e sinceri agli occhi di chi ci legge- pochi o molti che siano.

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