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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un motivo per leggere (e scrivere)

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8109450438_636f82f3e2Post di Pasqua & Pasquetta – due pork chop express al prezzo di uno.

La cosa nasce da un libro meno che eccelso – anzi, diciamo pure bruttarello.
Inadeguato.
Deludente.
L’ha letto la mia amica Clarina, giù nel braccio femminile del Blocco C della blogsfera, e ne ha parlato qui.

Ora, capita, sulla quantità, di beccare un libro dubbio, di tanto in tanto.
Il fatto è che, discutendo di finali improbabili, lettori obnubilati, editori ed autori supponenti, siamo finiti col domandarci perché si legga narrativa.
Che, dovrete ammetterlo, non è male, come domanda.

Anche perché si articola direttamente con quell’altra domanda, quella terribile, che sarebbe perché si scriva narrativa.

Partiamo da lontano – partiamo dal classico, classicissimo “Basato su una storia vera”.
Lo mettono nei titoli di testa e nei trailer dei film, lo scrivono sulle fascette e nelle quarte di copertina dei romanzi.

È come un volgare tentativo di agganciare il lettore, dicendogli ehi, non sono mica storie, non è qualcosa che mi sono inventato: non c’è trucco, non c’è inganno, è successo veramente.

Per dire, Tutti insieme appassionatamente (The sound of music) è basato su una storia vera.
Davvero il capitano Georg Von Trapp, ufficiale della marina austriaca, scappò nottetempo con i suoi sette figli, a ridosso dell’Anschluss, per non dover giurare fedeltà ai Nazisti.
E sulla base di quella storia vera, loro ci fecero questo

Per cui, mi scuserete il francesismo, macchissenefrega se è basato su una storia vera.
Il “vero”, quando si parla di narrativa, non è una garanzia e non ha significato.
La narrativa è invenzione – e quella di inventarsi una storia vera a me è sempre parsa abbatanza strana, come ambizione.

Ma allora, perché leggere (o scrivere) delle storie inventate?

Potrei dire che è divertente – e diamine, è divertente.
C’è però il problema – ne abbiamo accennato – che per molti “divertimento” sta assumendo sempre più di frequente il significato di “distrazione” (in effetti gli etimi sono contigui), per cui divertirsi equivale a voler distogliere l’attenzione – la propria o quella altrui – dalla realtà.
È stupido, amio parere, ma ci credono in tanti.

Ma allora, perché?
Perché si legge?
Per imparare?
Ma allora non sarebbe meglio un bel saggio?

Ora, l’elemento didattico è innegabile – noi umani impariamo attraverso le storie.
L’atto della narrazione è quasi una pratica sciamanica – descriviamo e definiamo la realtà, dando corpo a ciò che non possiamo condividere tangibilmente.

O, per citare il poeta…

Before the fall when they wrote it on the wall
When there wasn’t even any Hollywood
They heard the call and they wrote it on the wall
for you and me we understood

Roger Zelazny

Roger Zelazny (Photo credit: Wikipedia)

E se, come dice il Buddha (o era Roger Zelazny?) qualunque forma di comunicazione è un inganno, è anche vero che, come dice Roger Zelazny (o era il Buddha?), qualunque inganno è anche un modo per semplificare la realtà, e renderne la comunicazione più efficiente.

Ci scambiamo narrative per definire il mondo, condividere esperienze e imparare.

Che poi è il principale motivo per cui tendo ad essere estremamente diffidente di qualunque narrativa che venga a raccontarmi che il mondo è un posto orribile, la gente è cattiva, la civiltà è un coacervo di crimini e orrori, e comunque non ne verrà niente di buono e poi tanto si muore.

È anche indubbio che si legge – non solo narrativa – per esprimere una appartenenza ad una tribù.
Il perché si desideri segnalare la propria appartenenza ad una tribù piuttosto che ad un’altra, chiaramente, esula dagli scopi di questo post.
Ma sarebbe interessante parlarne, prima o poi.

Io appartengo ad una tribù – ne abbiamo parlato – che crede fermamente nella possibilità di migliorare le cose.
Anche attraverso la narrazione.
Ho poca pazienza – ahimé, ho sempre meno pazienza – per i pessimisti orgogliosi e i fautori della tetraggine e della disperazione, e mi offende che spesso costoro ammantino la propria depressione di presunzioni di realismo o di “maturità” (qualunque cosa sia, questa “maturità” di cui parlano): di motivi per essere positivisti e ottimisti ne abbiamo una lista lunga cinque miliardi di anni.
Di solito, dati alla mano, se le cose vanno male è per colpa di coloro che non riescono ad immaginare che vadano diversamente.

Ma sto divagando.

Questo – il voler scoprire il mondo, vederlo attraverso occhi diversi, esplorare opzioni e possibilità, cercare strade non battute e ragioni per lasciarlo un po’ meglio di come lo si sia trovato – è a mio parere il sano motivo per cui si dovrebbe leggere narrativa.
È il motivo per cui io la leggo.
E – almeno in parte – per cui la scrivo.

Ce ne sono altri?
Probabile – esiste una quantità di strade da percorrere.
Ma i miei motivi sono questi.
Se non vi piacciono, come diceva Groucho Marx, ne ho degli altri.

 

Enhanced by Zemanta

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Un motivo per leggere (e scrivere)

  1. Divertente sta assumendo un significato che si avvicina più a una giustificazione per un prodotto che ha delle pecche mortali, dicendo “È vero, fa schifo, però è divertente!”
    Cosa che io invece non riesco ad accettare. Divertente non vuol dire comico e stupido, perché per me il divertimento è sacro e va fatto in una certa misura con intelligenza.

    • Il fatto che “divertente” sia diventato una scappatoia per il brutto è un fatto molto grave.
      Che questa pratica venga usata come alibi o giustificazione da parte di chi stigmatizza ogni forma di divertimento come deteriore, è un’aggravante.

  2. Supponendo che, almeno in parte, si legga per gli stessi motivi per cui si scrive. O, più che altro, che si scriva per gli stessi motivi per cui si legge – del che non sono del tutto sicura… Hm, interessante questione.
    post in arrivo – o meglio, più di un post, probabilmente.

    • Concordo sul fatto che non si scrive per tutti gli stessi motivi per cui si legge, e viceversa – ma un’area di sovrapposizione, più o meno ampia, credo sia inevitabile.
      O no?
      Attendo uno o più post, e preparo intanto i miei.

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