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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Sconfitti ma non battuti

11 commenti

Questo non è il post che volevo fare.
L’ho scrito, quel post – è qui sul mio hard disk, in un ricco .txt. quasi 1500 parole sul perché io resti convinto che ci siano cinque miliardi di anni di buone ragioni per essere ottimisti.
Non so se e quando lo pubblicherò.
Perché, ecco, è che alla lunga a me le contrapposizioni nette non piacciono.
Non è questione di concordare di non essere in accordo.
È piuttosto questione di scoprire con piacere e divertimento ciò su cui si è in accordo, perché è così che la nostra specie, e la nostra cultura, migliorano.
E noi anche.
Ma sto divagando.

C’è un libro al quale sono molto affezionato, che scovai qualcosa come venticinque anni fa, usato, su una bancarella.
Ed è di questo, che voglio parlare oggi.

jp0035lIl libro si intitola The Nobility of Failure.
Lo scrisse Ivan Morris nel 1975, un anno prima della sua morte, ed in Italia lo pubbicò Guanda nel 1983.
A cercarlolo si trova ancora – anzi, fino a un paio di anni or sono era più facile trovarlo in italiano che non in inglese, finché la Kurodahan non lo ristampò in una bella edizione.

Di cosa parla, La Nobiltà della Sconfitta?
Il sottotitolo è Eroi Tragici nella Storia del Giappone, e il libro si concentra su una serie di figure storiche del Sol Levante che sono unite da un destino tragico.
Ma non da un qualunque destino tragico.

Yamato Takeru, Arima no Miko, Minamoto no Yoshitsune, Saigō Takamori e tutti gli altri personaggi raccontati da Morris condividono una storia comune.
Si tratta di persone che, confrontandosi contro forze soverchianti, e nell’ineluttabilità della sconfitta, accettarono questo stato di cose, portandolo al suo estremo ed inevitabile sviluppo.
Sono personaggi che scelgono di non sottrarsi alla sconfitta.
Che siano suicidi, che cadano in battaglia o vengano giustiziati, la morte è una logica, e triste, e verissima scelta consapevole.
800173Ed è questo che li rende eroi, e che fa sì che in Giappone vengano ancora considerati con reverenza e rispetto.
Sono persone che hanno accettato e dato forma concreta alla consapevolezza che perdere non significa necessariamente aver combattuto dalla parte sbagliata.

È quest’ultimo elemento, più che la figura dell’eroe tragico (che esiste anche in Occidente), a marcare una netta distinzione, una separazione fra la visione del mondo Giapponese e quella “Occidentale”.
In barba a coloro che fanno spallucce e dicono che “la storia la scrivono i vincitori” (come se…), i personaggi narrati da Morris dimostrano che gli sconfitti possono raccontare la propria storia, e intrecciarla strettamente con la cultura dei vincitori.

Il libro si chiude con uno studio spassionato degli eredi morali degli eroi sconfitti della storia giapponese – i kamikaze, che si immolarono sapendo benissimo che non sarebbe servito a nulla.

Si tratta di un libro notevole, che mescola storia, antropologia, studio culturale e analisi sociale.
È indispensabile per capire non solo la cultura del Giappone – storico e contemporaneo – ma anche molte scelte narrative, dai fumetti al cinema.
È una lettura che rimane a lungo col lettore.

Non necessariamente dobbiamo condividere la visione degli eroi giapponesi durante la loro corsa verso l’autodistruzione – e c’è nell’accettazione dell’inevitabilità della catastrofe qualcosa che non riesco a sottoscrivere.
Ma posso capirlo, e a tratti apprezzarlo.
Forse perché non è una celebrazione della tragedia fine a se stessa, ma piuttosto dello stoico rifiuto della sconfitta, la negazione della sconfitta che si concretizza nell’abbracciarla.
C’è una curiosa fiamma di speranza, che brucia su queste tombe.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Sconfitti ma non battuti

  1. Grazie per questo post, per me uno dei più belli che tu abbia mai scritto.
    Buona giornata

  2. Mi ricordi il vecchio Montanelli: la sconfitta è il blasone delle anime nobili.

    • Io credo che la sconfitta sia una gran fregatura.
      Però la si può incontrare con grazia.
      Anche se ritengo comunque che vivere per affrontare la prossima sfida sia sempre preferibile ad una spettacolare morte sul campo.

  3. Ricordo questo libro. Uno dei tanti che ho perso quando il fiume s’è portato via metà della mia casa.
    Molto bello, ma dissento con un punto: l’eroe sconfitto non é affatto estraneo all’occidente. I greci lo hanno conosciuto e amato. È l’occidente contemporaneo che forse lo ha messo in secondo piano

  4. Infatti io ho scritto che l’eroe tragico esiste anche in occidente – tanto nella cultura classica che in quella contemporanea, potrei aggiungere.

  5. Be’, così al volo vengono in mente Sidney Carton e la cavalleria polacca nel ’39 – un caso per versante. Dopodiché, nessuno dice che la sconfitta abbia alcunché di piacevole o comodo, ma (anche/proprio per questo?) ha una notevole dose di grandezza. Si può discutere se e quando abbracciarla deliberatamente sia una forma di fuga o di fedeltà ideale…

    • … e io credo che a questo punto le differenze culturali profonde (che sono poi ciò di cui si occupa Morris) vadano proprio a sottolineare come non si tratti di fuga, nel caso dei personaggi trattati, né di rassegnazione in senso “passivo”.
      Poi sì, in tutte le culture esistono personaggi che sanno che non potrenno vincere ma scelgono di andare fino in fondo. Poche culture come quella giapponese hanno fatto di questo concetto un pilastro della propria struttura.
      Ma ripeto – vale la pena di leggersi Morris…

  6. Davide, ho notato il tuo giusto distinguo. Per questo io parlo di eroe sconfitto e non di eroe tragico. Penso ad Ettore o ad Antigone. E non ho detto che non esiste, ma che forse é stato messo in secondo piano. Morris pareva averne poca memoria. O sono io ad averne poca?
    Il mio appunto non era riguardo il tuo post, ma riguardo il libro. O meglio, il ricordo che me ne rimane, con tutti i limiti e le deformazioni dei ricordi.
    Un libro bellissimo, e che vorrei rileggere

  7. A me invece viene in mente una conversazione avuta con un ragazzo taiwanese. Taiwan ha avuto una lunga storia di occupazione giapponese prima che ci arrivasse il governo cinese in esilio, e quindi almeno una metà del paese è a metà fra i due mondi. Mi parlava anche della II Guerra Mondiale e del fatto che in Giappone celebrassero ancora gli eroi caduti. Sentirne parlare in questo modo, mitigato dal fatto che i nipponici non hanno lasciato un bel ricordo, mi ha fatto pensare a come vengono considerati gli sconfitti in Italia o in Germania. Credo che l’unico che susciti simpatie al di fuori della cerchia dei nostalgici sia Rommel, che probabilmente non viene commemorato in pubblico.

    Quanto alla tradizione greco-classica, il grande sconfitto è sicuramente Leonida. Dato però che la guerra fu vinta dalle polis greche, sarebbe stato glorificato ugualmente (monumenti, libri e film) qualora l’esito fosse stato diverso?

  8. Ho amato moltissimo questo libro! ci ho fatto un Saggio all’università ed era davvero un’argomentazione potente ed affascinante … e quantomai realistica ed attuale nella società Giapponese del nostro tempo …. grazie per L’ Amarcord

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