strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Sentimenti

10 commenti

OK; cominciamo la settimana con qualcosa di un po’ diverso dal solito – ma anche no.
Parliamo di scrittura, ma facendo un giro molto largo.

Ve lo ricordate North to Alaska, del 1960?
In italiano lo intitolarono Pugni, Pupe e Pepite*.
Se non ve lo ricordate, qui c’è il trailer…

Se ancora non lo ricordate, ai fini di questa discussione si tratta di quel film nel quale John Wayne va in crisi, si ubriaca e sfascia tutto perché si innamora di Capucine.
No, ragazzi, seriamente… va in crisi perché si innamora di Capucine?!

capucine-jewel

Mio Dio, era bellissima!

OK, allora, John Wayne (che fu anche regista del film, insieme con Hathaway, e contribuì pure alla sceneggiatura) aveva chiaramente dei problemi**.
D’altra parte, era abbastanza tipico, nei film di Wayne, che lui avesse questi strani problemi relazionali col gentil sesso.
Se non con Capucine, ad esempio, con Deborah Kerr, o con Angie Dickinson.
Una follia***.

... è davvero lui il vostro modello sentimentale?

… è davvero lui il vostro modello sentimentale?

“Piccola, prova a dirmi che mi ami e dovrò stenderti con un pugno”

Che quando lo senti e hai sette anni dici, ok, è un grande – perché perder tempo con le bambine quando puoi dare la caccia agli indiani?
Non fa una piega.
Poi magari a vent’anni ti rendi conto che non si tratta di un modello sano di relazione sentimentale.

Ma non dovevamo parlare di scrittura?
Ok, parliamone.
Nel weekend ho trascorso molte ore liete con alcuni amici ridendo dei finali “romantici” di alcuni romanzi di genere pescati a caso.
Urban fantasy, paranormal romance, quel genere di roba.

Scena-tipo (faccio una media di due o tre titoli)

Lui – che è bellobellobello e vagamente tormentato (o magari è un arcangelo, o un licantropo****) – si inginocchia per chiederle di sposarlo, al che lei – che è bellabellabella ma anche, capirete, un po’ insicura, ed un maschiaccio (o una strega, o una vampira o un’elfa) – scoppia a piangere e gli dice “Dovrei stenderti con un pugno, ma ti amo”, e poi si inginocchia anche lei, e il pubblico applaude (no, non noi che leggiamo, proprio gli altri personaggi presenti alla scena), e loro si abbracciano, e piangono, e lei gli dice di sì. Piove a dirotto, ma loro si amano (non che non avessero fatto sesso a pagina 152, eh – però non erano sicuri che fosse Vero Amore, o che non fosse “un errore”).
L’amore trionfa.
Sipario.

Ora, la domanda che sorge spontanea è – come è possibile che la rappresentazione dei sentimenti (e dell’espressione dei medesimi) nella narrativa di genere sia ferma alle due alternative

a . John Wayne nel 1960
b . “inserire l’appendice a nell’alloggiamento b” ?

Alla quale recentemente si è aggiunta la terza possibilità/variante

c . mi ha riempita di lividi, ma ammanettata e imbavagliata ho riscoperto la mia anima

XL_conan_plateÈ curioso, mi dico, che la narrativa di genere – che per generazioni è stata accusata di essere sostanzialmente adolescenziale per target e contenuti – si dimostri oggi non meno adolescenziale di quanto non fosse nel 1924, per lo meno su certi argomenti.
E certo – posso capire le cause cliniche per l’immaturità sentimentale (e sessuale) dei personaggi di Howard e di Lovecraft; ma negli stessi anni, che diamine, C.A. Smith, e Henry Kuttner, e C.L. Moore, e Fritz Leiber (per citarne alcuni) dimostrarono di poter scrivere dei dialoghi fra uomini e donne dei quali uomini e donne non si dovrebbero vergognare.
Dimostrarono, come molti autori negli anni successivi, che è possibile parlare di sentimenti senza deragliare nello zuccherino o nel torrido da fantasia “per casalinghe e segretarie” (orrida generalizazione – lo so che le segretarie e le casalinghe vere non sono così, ma passatemi un ennesimo cliché) o il patetico machismo pre-adolescenziale da cortile delle elementari.
E oggi la lista è naturalmente ancora più lunga – autori (e autrici, ovviamente!) che scrivono bene non solo di vasti scenari immaginari, ma anche di certe realtà quotidiane come, per dire, innamorarsi.
O avere paura.
O qualunque altro aspetto di quello che è il nostro paesaggio interiore – nostro nel senso di esseri umani.
Il primo titolo che mi viene in mente, fra i recentissimi, è 2312, di Kim Stanley Robinson, ma ne ho davvero pescato uno a caso da dozzine e dozzine.

Naturalmente l’espressione dei sentimenti è qualcosa di molto delicato, di molto rischioso.
È il momento in cui noi – o il nostro personaggio – ci scopriamo, abbassiamo le difese.
È per questo che il povero John Waye doveva ubriacarsi e fare a botte – perché era più facile che parlarne.
Eppure dovrebbe essere pertinenza della scritura – specie della scrittura di genere – toccare proprio quegli argomenti che ci spaventano, ci mettono a disagio, ci mettono in difficoltà.
E la scrittura, la bieca tecnica, il puro approccio strutturale, l’uso delle parole, ci offre tutta una serie di alternative, per affrontare l’argomento.
Non solo buttarla sul fisico – non sentimenti, a-solo di saxofono, come disse il regista Michael Mann – ma anche trovare soluzioni per parlare della verità.
Che non è “dimmi che mi ami e ti stendo con un destro”, non è “ammanettami e chiamami puttana” – perché quelle sono scorciatoie e, peggio, sono scappatoie vigliacche.

Certo poi, per parlare di sentimenti bisogna provarli, o averli provati, o aver conosciuto qualcuno che li abbia provati.

Ma allora, come si fa?
Ah, non guardate me – io ho un sacco di domande, ma maledettamente poche risposte, ormai dovreste saperlo.
In linea di massima, credo, si improvvisa, mantenendo acceso il senso del ridicolo, e possibilmente il senso dell’umorismo (merce rara, di questi tempi).
Poi, ai vecchi tempi, avevamo la musica pop – nella quale a volte si trovava una onesta espressione dei sentimenti, e allora ci si potevano buttar giù due righe di appunti, e tenerli per il momento del bisogno.
E poi naturalmente avevamo Bogart, e Cary Grant.
Che non avevano bisogno di ubriacarsi e di fare a botte per esprimere dei sentimenti umani nei confronti di una donna.

The-Big-Sleep

————————————
* Sì, ok, è come sparare sulla croce rossa – qui da noi chi fa i titoli dei film deve superare un test speciale nel quale riesce a infilare il piolo quadrato nel buco rotondo.

** Sorvoleremo qui sul fatto che lei prefersica John Wayne a Stewart Granger – dopotutto era il film di Wayne.

*** E prima che qualcuno si strappi i capelli – mi piacciono i film con John Wayne (magari un po’ meno i film di John Wayne); semplicemente ritengo che assumere il Duca come modello comportamentale sia da deficienti.

**** Ma dato che è urban fantasy, lo chiamano “lycan” – che è un po’ come chiamare un sudafricano, “sudan”, se ci pensate, ma così suona di più come se fosse un videogame, immagino.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Sentimenti

  1. Lycan è perché al colmo della fantasia, questi autori si rifanno al film Underworld dove i licantropi vengono chiamati appunto “lycan”.🙂

  2. All’esempio che hai riportato (che poi si può trovare in più libri) preferisco John Wayne, anche se sì, si potrebbe fare a meno di entrambi.

  3. Per me il problema è stato Twilight, che è stato come Scream per i film horror. È arrivato dopo 20/30 anni di un genere sublimandone solo le porcherie; ha mostrato, e quindi trainato, che al livello più basso del melenso puoi aggiungerci due canini e una spruzzata di polvere di fata e BAM sei una autore/rice del genere. La “casalinga”, come mi è capitato di averci a che fare, legge quel tipo di melensità e lo compra: In pratica c’è stata questa invasione di campo pazzesca che in Italia ha sdoganato dei titolacci pararomance passandoli come “urban fantasy”. La differenza è che nel pararomance la protagonista è inferiore e spersonalizzata rispetto al suo bellone (la lettrice deve pensare che è stupida, ruspetto a lei, ma deve anche identificarsi), l’urban molto meno. Oltre che molti prodotti fanno uno spregiudicato uso di termini presi da altre realtà (lycan, drow…) che vuol dire che la loro sapienza in campo si ferma a emulare l’unico libro che hanno letto+ film + marysuaggine+ pretesa di aver creato il nuovo Dracula. Che poi se non ricordo male, in quei pochi film che ho visto di John Wayne, per quanto lui fosse il megamacho aveva sempre una controparte femminile molto forte e caratterizzata, cosa che invece in questi “testi” abbiamo perso.

  4. Finché non mi banni a vita come lettore indesiderato spendo i miei due cent, questa volta poi su un argomento che mi sta a cuore.
    Vinci a mani basse sull’insopportabilità di certe soluzioni ma mi ha colpito una cosa che hai scritto:

    Non solo buttarla sul fisico – non sentimenti, a-solo di saxofono, come disse il regista Michael Mann – ma anche trovare soluzioni per parlare della verità.
    Che non è “dimmi che mi ami e ti stendo con un destro”, non è “ammanettami e chiamami puttana” – perché quelle sono scorciatoie e, peggio, sono scappatoie vigliacche.

    Ecco la mia impressione è che però qui si sovrappongano forma e sostanza. Se si vuole parlare della verità, come dici, bisogna ammettere che i tuoi virgolettati ne fanno parte, ma che dietro di essi ci sono universi di complessità. Personalmente non mi danno fastidio i “dimmi che mi ami e ti stendo con un destro”, gli ammanettamenti o il prima-scopare-poi-farsi-domande, nessuna delle tre, di per se stessa è inverosimile, il fatto è che i libri di cui parli ragionano e si esprimono per stereotipi riflettendo e formando un immaginario banalizzato.
    Non penso che il problema sia l’inserimento di certi elementi come il romanticismo o il sesso, anzi per me in certi generi è stata una vera liberazione, ma la loro resa.

  5. Si arriva alle soluzioni A (“Dimmi che ti amo e ti stendo con un destro” e B (“Inserire chiave nell’appendice”) semplicemente perchè sono le più facili sia per uno sceneggiatore “Boris Style” sia per uno spettatore decerebrato che non vuole farsi troppe domande, non vuole pensare e magari vuole illudersi di poter vivere lui situazioni del genere.
    Tutto qui.
    Il fatto che siamo ancora al livello dei film di John Wayne non depone troppo bene.

  6. intervengo perché hai toccato un tasto che mi sta molto a cuore: i film con John Wayne (e non i per fortuna pochi film di John Wayne). Per motivi anche di età ne ho visti moltissimi e con il passare degli anni ho scoperto che sono tra i pochi che rivedo sempre volentieri. Amo il personaggio Wayne: Wayne, come Bogart e come Jack Nicholson e come la stessa Monroe, non interpreta un personaggio, ma il mito che ha di se stesso. Senza dubbio un mito intriso di machismo antico. Si tratta però sovente di un machismo dolente, come quello di Bogart, romantico nel suo essere fedele a un codice personale. Alla Marlowe, si potrebbe dire. Un maschile sbagliato e inesistente? Forse, ma certo non peggiore di quello alla Johnny Depp (che peraltro mi piace). Un maschile non complesso, elementare? Non direi: basti guardare il capolavoro di Ford, Sentieri selvaggi, dove JW interpreta un personaggio per molti versi detestabile. Eppure, complesso in maniera tale che tu comunque tifi per lui, anche se non vuoi che faccia ciò che si è prefisso. La scena più significativa è quella finale, in cui Ethan (JW), dopo aver salvato contro le aspettative logiche (ma non quelle sentimentali dello spettatore che sa che JW fa parte dei “giusti”) la ragazza rapita dagli indiani, rimane sulla soglia della casa dove l’ha condotta e dove tutti -si sa- festeggeranno con amore e gioia (è un film di John Ford). Lui resta fuori, nel sole del deserto e si allontana.
    A volte, ammetto, con i miei pazienti maschi ho la sensazione che di un po’ di JW avrebbero davvero bisogno. Posizione retriva e criticabile? Forse, ma cosa ci si può aspettare da un quasi sessantenne che ama le canzoni di Springsteen ed è fraterno amico di Sergio “Alan D.” Altieri, il più johnwayniano dei nostri autori?
    Scusa per lo spazio abusato, ma non resisto quando posso parlare di JW e di Sentieri selvaggi.
    Un rude abbraccio alla JW.😎

  7. Condivido il senso del post ma intervengo per dire a adf56 che mi è piaciuto tantissimo il suo commento! Anche a me piacciono molto i film con John Wayne (forse perché mia mamma, che ha circa la tua età, li guardava quando ero piccola), ed è vero che nonostante all’apparenza e a uno sguardo superficiale i suoi personaggi possano sembrare “tutti d’un pezzo” e sempre vincenti, in realtà non è così. Oltre a “Sentieri selvaggi” mi viene in mente “L’uomo che ha ucciso Liberty Valance” e “Il pistolero”. Come anche il John Wayne nei tre film western di Howard Hakws (be’, amo anche lui). Ok, scusate il parziale off topic ma non mi capita quasi mai di trovare qualcuno che conosca e/o ami John Wayne; già l’incipit del post, con la citazione di “North to Alaska”, mi aveva colpita🙂

  8. Un grazie a te, Davide, per la citazione: speriamo di poterlo essere anche qualche volta in più! Philip Marlowe o Rick Blaine.
    E uno a Ilaria. Anche io amo gli altri film che hai citato e pure HH. E W John Wayne!

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