strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Scrivere per un pubblico di idioti

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La cosa è cominciata ieri con il post comparso su Plutonia Experiment, nel quale Alex Girola si chiedeva se il lettore debba essere coccolato o ammaestrato.
Se non l’avete visto, fateci un salto.

Fatto?
Ok.
Io cambio domanda – e se il lettore ci limitassimo a rispettarlo?

Monty-Python-Holy-Grail

Discutiamone.

Scrivere senza avere un occhio al pubblico certamente suona bene sulla carta, e probabilmente c’è chi riesce ancora a rimorchiare con la vecchia balla inammissibile “io scrivo [sospiro affranto] per me stesso” (e qui ci vorrebbe una lieve scrollata del capo, come a dire “cosa posso farci, è la mia dannazione”), ma non funziona.
E non importa il cliché “chi ha qualcosa da dire lo dice, anche se non ha pubblico.”
Dire ciò che abbiamo da dire senza che nessuno ci ascolti significa parlare da soli.
Non è sintomo di salute mentale.

Ma il pubblico, a questo punto, non deve essere blandito o compiaciuto.
Né deve essere inseguito, per così dire.
È necessario conoscerlo, osservarlo, per sapere cosa possiamo proporre, e cosa no.

expectations-a-poem-by-pookyPer questo il feedback è tanto importante, per questo gli editori impiegano degli editor che non dovrebbero essere quelli che piangono calde lacrime alla vista di una d eufonica, ma persone che conoscono il pubblico, le sue aspettative, i suoi limiti.
Persone che possono valutare se il testo, così com’è, si adatti al suo pubblico di riferimento, e cosa sia possibile fare per aumentare questa forma di sintonia.

Una volta determinati limiti e aspettative del pubblico, per chi scrive il lavoro è molto molto facile – basta superare quei limiti e sovvertire quelle aspettative.

Questa semplice strategia1, fatto salvo il criterio di base per cui non possiamo accontentare tutti, dividerà nettamente i lettori in due categorie:

. Quelli ai quali è piaciuto, e ne vogliono di più.
. Quelli ai quali non è piaciuto, e che fuggiranno inorriditi e torneranno a leggere qualcosa di uguale-uguale a ciò che avevano letto prima, qualcosa che sia ben entro i loro limiti, e assolutamente conforme alle loro aspettative2.

A noi interessano i primi.
Beh, magari no – ma a me interessano i primi.
Anche se i secondi sono più facili da accontentare – basta considerarli idioti, e scrivere per un pubblico di idioti.

village_idiotE sono fermamente convinto che il principale motivo per cui i lettori di genere nel nostro paese si dimostrano così spesso ignoranti, superficiali, terrorizzati dal cambiamento e intrappolati nel passato, sia proprio da ricercarsi nella scelta – scelta consapevole e commercialmente redditizia – di privilegiare gli idioti.
Peggio – di trattare tutti, indifferentemente, come idioti.

E questa non è solo una scelta degli editori malvagi, badate bene.
È anche e soprattutto una scelta degli scrittori.
Specie coloro che si scordano che – come abbiamo già detto – non possiamo piacere a tutti.

E aggiungo che restare entro i limiti e coprire tutte le aspettative come da manuale, è un ennesimo vicolo cieco creativo.
Che non ha nulla a che vedere col successo commerciale, naturalmente, ma ha parecchio a che vedere con quel concetto ormai piuttosto desueto che è la dignità.
È per questo, tra l’altro, che chiunque abbia mai allineato due frasi su un foglio negherà giurando e spergiurando di aver mai scritto “per il pubblico” – perché quello della prostituzione è un marchio che è difficile da raschiar via, e nessuno vuole correre il rischio.
Farlo è ok, ma ammetterlo proprio no.

Ho detto in più occasioni che a mio parere il lettore deve fare il proprio lavoro – non può aspettarsi che io gli riversi in gola un pastone predigerito.
Deve impegnarsi.
Cogliere gli indizi.
Giocare ai miei giochi.
Accettare di correre dei rischi.

Questo non vuol dire che non si scriva ciò che il pubblico “vuole” – scrivendo narrativa di genere, appiccico immediatamente sui miei lavori un’etichetta che il lettore può leggere agevolmente, e sulla base della quale può crearsi delle aspettative.
Un lavoro etichettato come “Fantascienza” arriva al lettore accompagnato da aspettative diverse da quelle che accompagnano un lavoro etichettato come “Horror”, o come “Western”.
In questo senso, chi scrive ha un occhio sul pubblico – sa quali aspettative andrà a generare e a stimolare.
E il lavoro – perché è un lavoro – di chi scrive, ribadiamolo, è conoscere quelle aspettative, e lavorare su di esse.
Non semplicemente soddisfacendole nella maniera più facile, ingozzando il lettore con un bel pastone predigerito.

Perché il pubblico non è necessariamente composto da idioti, e un minimo di rispetto può ripagare tanto chi scrive quanto chi legge.
Perché chi legge sa molto bene ciò che vuole.
E chi scrive sa esattamente di cosa il lettore abbia bisogno.
La differenza è sottile, ma fondamentale.

Quindi, io credo, non è tanto questione di ammaestrarlo o compiacerlo, il lettore, quanto decidere sulla base di cosa lo si desidera selezionare.
Quali suoi desideri soddisfare, quali negare e capovolgere.
A chi parliamo, e come.

Da qui a pagarci le bollette, naturalmente, il passo non è né corto né banale.



  1. Ammesso naturalmente abbiamo fatto il nostro lavoro come si deve – se abbiamo sovvertito le aspettative e superato i limiti ma abbiamo scritto una schifezza, non conta. 
  2. No, ok, lo so, sto esagerando – ci sono anche quelli che dicono “ok, non è il mio genere di cosa…”
    Il che è perfettamente legittimo.
    Non possiamo accontentare tutti. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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