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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il meme dell’egiziana Amenartas

1 Commento

H. Rider Haggard

H. Rider Haggard (Photo credit: Wikipedia)

Passerò il weekend a rivedere un pezzo che spero di consegnare all’editor per il prossimo finesettimana – un bell’articolone sulle razze perdute della narrativa avventurosa, ed in particolare sulle regine che le governano.

Sarà un weekend in compagnia di Ayesha e di La di Opar.
All’ombra lunga, molto lunga, di Henry Rider Haggard.

Rispetto a molti altri autori del genere lost race, Rider Haggard aveva un vantaggio sostanziale – lui l’epica coloniale l’aveva vissuta davvero.

Era stato in Sud Africa, aveva servito come segretario del governatore del Natal, aveva issato personalmente la bandiera inglese su Pretoria all’atto dell’annessione del Transvaal.
Forse per questo le narrative coloniali di Rider Haggard mostrano una vena di disillusione e di pessimismo che non si trova, per dire, in Conan Doyle o, men che meno, in Burroughs.
C’è una simpatia autentica per “i nativi” che disinnesca molti dei borbottii dei moderni commentatori.

King Solomon's Mines (1961)

King Solomon’s Mines (1961) (Photo credit: admiral.ironbombs)

Lost race.
Se fu Edward Bulwer-Lytton ad avere l’idea (rubata ai classici, certo) fu Henry Rider Haggard a fondare il genere nel 1885, pubblicando King Solomon’s Mines.
L’epoca d’oro della narrativa d’avventura era appena cominciata, e gli eroi di Rider Hagagrd la inauguravano scoprendo un regno perduto nell’Africa nera, una fortuna in diamanti, la realtà di eventi considerati leggendari.

Al centro delle storie che parlano di razze perdute c’è un’idea generalizzata di storia cava – eventi che credevamo di conoscere si sono svolti diversamente.
Molto di ciò che ci è stato raccontato non è mai accaduto.
Ciò che eras leggenda, o superstizione, si rivela verità.

Come il coccio dell’egiziana Amenartas, che da secoli innumerevoli perseguita i discendenti della donna – incaricati di rintracciare la strega che ha sedotto e ucciso Kallikrates, sposo dell’egiziana.
SheChe Rider Haggard metta un colossale – e complicatissimo – falso documento all’apertura del suo romanzo She (1886/1887) segnala proprio questa natura cava della storia, il sentimento vagamente cospirativo che sottende l’aventura: c’è una verità segreta – i discendenti di Amenartas la conoscono, il resto del mondo no.

She è un romanzo straordinario – pieno di cose, pieno di riferimenti, al contempo un artefatto della sua epoca ed una sorta di capsula temporale che – esattamente come il coccio di Amenartas – estende la propria influenza lungo i secoli.
Ha ispirato personaggi disparati quali Edgar Rice Burroughs e Carl Gustav Jung, Abraham Merritt e Talbot Mundy.
È una storia d’avventura che è stata trasposta più volte su schermo.
Ne esistono decine di edizioni, di tutti i prezzi e di tutte le taglie.
9781843913962_p0_v1_s260x420Lo si trova come ebook gratuito, i diritti ormai scaduti da decenni.
Nel corso degli anni, She è stato declinato in una quantità di maniere – attraverso copertine di volta in volta seriose, sgargianti, talvolta francamente imbarazanti (come l’ultima, che strizza l’occhio al paranormal romance).

Ed è curioso perché, se lo guardiamo da una certa angolazione, è un romanzo ingannevole – ci racconta le vicende dei tre protagonisti (l’ultimo discendente di Kallikrates, Leo Vincey, il suo tutore Horace Holly ed il suo domestico Job), ma in realtà è una storia del confronto fra due donne che hanno ottenuto a modo loro due forme complementari di immortalità.
Ayesha è fisicamente immortale e immutabile.
Amenartas ha tramutato se stessa in una singola idea, ed è altrettanto immutabile ed immortale.
È curiosa, questa partita a scacchi in cui generazioni di uomini non sono altro che pedine, portatori del meme Amenartas.

trzman2Successivamente, Rider Haggard avrebbe proseguito la storia di Ayesha, portandola infine a intersecare le imprese del suo altro eroe – Allan Quatermain.
Ed anche in questo, entrambi i personaggi sfidano il concetto di morte – ciascuno a modo suo, entrambi sono inestinguibili.
Il che ci porta a riflettere su quelloc he diceva Jung – che riconobbe in Ayesha una maschera dell’Anima.
Ed io mi domando a questo punto se Allan non sia a questo punto un aspetto dell’Animus.
Certo non lo sono né Leo Vincey, né Horace Holly.

La diretta discendente letteraria di Ayesha è naturalmente La di Opar – che compare per la prima volta in The Return of Tarzan, e ricompare poi in  Tarzan and the Jewels of Opar.
Ed anche qui le possibili interpretazioni sono numerose – perché se Tarzan è una forma archetipica del buon selvaggio, la barbarie vitale, allora è innegabile che La sia una rappresentante molto credibile dell’opposto speculare, la civiltà stagnante.
Anche su questo ci sarebbe da rifletere – ma per sbrogliare la matassa di simbolismi incrociati, servirebbe probabilmente P.J. Farmer.

Come vedete, c’è parecchio di cui scrivere, parlando delle signore delle razze perdute.
Sarà divertente.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

One thought on “Il meme dell’egiziana Amenartas

  1. Senza contare la ripresa che ne fece Philip J. Farmer col suo ciclo di Ancient Opar in anni più recenti.

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