strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Pro Bono

15 commenti

artist_work_for_free_closeupQuesto è un post difficile.
L’ho cominciato e cestinato una dozzina di volte.
Proviamo così:

Con maggio, finiti gli ultimi due lavori che avevo promesso a due amici e che ho consegnato a inizio settimana, non sarò più disponibile a scrivere pro bono.
Non ho più intenzione, in altre parole, di regalare i miei racconti, i miei articoli o le mie traduzioni a progetti editoriali altrui.

I motivi sono sostanzialmente due, e si riducono a due concetti piuttosto semplici, il tempo ed il rispetto.

Vediamo di ragionarci un po’ su.

Scrivere richiede tempo.
Anche con una media di 5/6000 parole al giorno (quando va bene), scrivere una storia significa sacrificare un paio di giorni.
Un articolo o una traduzione comportano tempi più lunghi – perché all’atto materiale della scrittura, al movimento delle dita sui tasti, si sommano altri tempi tecnici… la ricerca e la documentazione (che per una storia è molto più rapida), la verifica, lo spulciare siti web, testi, dizionari.

In questo momento la mia unica fonte di introiti è costituita da ciò che scrivo, da ciò che traduco.
Due giorni dedicati a un lavoro non pagato sono due giorni sottratti ad un lavoro che potrebbe pagarmi una bolletta, o pagarmi la cena per una settimana.

L’alternativa è lavorare male – ma poiché c’è il mio nome, sul pezzo finito, lavorare male non è un’opzione.
Il che ci porta al secondo punto, perché non è solo una questione di soldi – non si può ridurre tutto al denaro.

StarvingArtist

Il vero problema è che in pratica chi ci chiede di lavorare gratis non rispetta il nostro lavoro, e non rispetta noi.
Non intendo dire che sia malvagio o in malafede, badate bene – ma semplicemente, visto il sistema, alla lunga non può che comportarsi così.
E questo genera tutta una serie di problemi che incidono non sui miei incassi, ma sulla qualità della mia vita.

Un po’ di esempi?
Potrei citare l’editor che mi chiese un lavoro di 15.000 parole, e poi lo tagliò arbitrariamente a 10.000 senza consultarmi.
Non solo snaturò il mio lavoro, danneggiando la mia immagine (la famosa Visibilità con cui ci vogliono pagare è un’arma a doppio taglio), ma mi fece lavorare più del necessario per niente.

Potrei citare l’editore che raccattò una quantità di ottime storie regalate da un buon numero di autori – molti ben più famosi e titolati di me – e poi fece uscire il libro senza alcuna pubblicità, distribuzione nulla e reagì malissimo quando alcuni autori chiesero lumi.

Potrei citare l’editor che mi chiese un pezzo, alla mia risposta positiva non diede alcun seguito, salvo poi ricomparire con “fra una settimana chiudiamo la copia, il tuo pezzo è pronto? Sbrigati!”
Risultò poi che si era scordato di darmi conferma.
A nessuno piace sentirsi dire che ci si è scordati di lui.

E sorvoliamo sugli editori che, incassato il pezzo, lo pubblicarono in contumacia, senza avere la cortesia di comunicarmi che sì, era piaciuto, l’avevano accettato e sarebbe uscito.
E che si giustificano a volte dicendo che avevano molto da fare, e non hanno trovato il tempo.
Beh, io per scrivere il tempo l’ho trovato.

Di tutti quelli che nell’ultimo anno mi hanno chiesto racconti e articoli, parlando di visibilità e complimentandosi in privato per i miei ebook, ma senza avere la decenza non dico di dare spazio ad essi con una recensione, ma anche solo di condividere l’annuncio di una nuova uscita, non credo valga neanche la pena parlare.

E poi avanti.

Sono inezie, si dirà.
Sono nulla al confronto del non potersi pagare il pranzo.
È vero.
Ma accumulandosi diventano pesanti.

In generale, lavorando gratis si viene trattati male.
Il che è controintuitivo: già lavoro gratis, sembra normale che la mia controparte mi riservi una certa cortesia, una certa considerazione, no?
Ma non è così.
Chi mi paga, è interessato a mantenere con me un rapporto civile – perché ha puntato dei soldi sul mio lavoro, e rischia una perdita.
Se mi considera valido, è interessato a mantenere un buon rapporto perché sono un investimento.
E vuole trattarmi bene, perché dovrà chiedermi modifiche, revisioni, o soffiarmi sul collo per le scadenze – e quindi è bene che si costruisca un rapporto di rispetto e cortesia.
E se ha un mio lavoro fra le mani, avendolo pagato, ha tutto l’interesse a pubblicarlo.
Il che significa discutere di modifiche editoriali, far uscire il pezzo, e pubblicizzarlo – perché una volta pubblicato, deve vendere, perché chi l’ha pagato deve rientrare delle spese.

Ma chi non ha rischiato un centesimo, cos’ha da perdere?
Può decidere di non pubblicare – magari non gli piace, o gli è arrivato un pezzo migliore, o in quelle due pagine può metterci una pubblicità, che rende molto di più.
E se il pezzo fosse buono ma migliorabile?
Perché sbattersi con un editing? Non è costato nulla, tanto vale accontentarsi.
E anche semplicemente dare risalto al pezzo, fare pubblicità, costruire una aspettativa…
Perché?

Nel regalare il nostro lavoro, perdiamo la nostra identità.
Diventiamo quindici pagine di contenuti.
Se non i nostri, quelli di un altro.
Cosa cambia?

Tutto questo è avvilente.
Chi scrive non è necessariamente una attention whore, ma di sicuro crede in ciò che fa – che sia un articolo, una traduzione, un racconto, quando lo finiamo, quando arriviamo all’ultima riga, ci piace pensare di aver fatto un buon lavoro.
Il fatto che ci venga chiesto, anche gratis, ci fa piacere.
È un segno che non solo noi siamo convinti della qualità di ciò che facciamo.
Il fatto che una volta regalato, il nostro lavoro venga trattato come quei trucioli di polistirolo negli imballaggi – riempitivo, per arrivare al page count – è orribile, ed umiliante.

Nessuno stima, rispetta o considera i trucioli di polistirolo.

Per cui mi dispiace, e mi dispiace davvero, ma da questo momento, pezzi pro bono, basta.
Non per i soldi, che pure sono una questione seria.
Ma perché regalarvi il mio lavoro mi rende profondamente infelice.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Pro Bono

  1. Comprensione e solidarietà sono il minimo come minimi i miei interventi…ma massima la mia attenzione

  2. Tutto condivisibile.
    Aggiungerei anche che il mecccanismo del pro bono ha distrutto il mercato del settore.
    C’è stato un gioco alla ricerca di chi lavora gratuitamente (e state certi che qualcuno si trova sempre), inceppando il sano meccanismo della richiesta/offerta.
    E, come dici tu, spesso il lavoro gratuito viene (per assurdo) maltrattato più di quello retribuito.
    È inammissibile.

  3. Come non condividere questo pezzo così onesto e lucido, su un problema che infetta il settore editoriale da tempo? Se, davvero, tutti coloro che lavorano in editoria cominciassero a valutare degnamente il proprio lavoro, forse le cose andrebbero meglio. È questione di onestà, intellettuale ed economica.

  4. Condivido dalla prima all’ultima parola.
    Oltre che avvilente per chi lo fa bene, il lavoro gratuito ha abbassato sempre di più il livello qualitativo di…beh, quasi tutto, visto che in ambito editoriale anche i grandi sono disposti a lavorare gratis pur di esserci.
    Una cosa stupida.
    Il lavoro si paga, per rispetto a chi lavora per te, per permettere a chi collabora con te di continuare a farlo e per mantenere alto il livello.

    Ottima decisione!

  5. Condivido in tutto e per tutto.
    Il lavoro va pagato è una questione di onestà culturale, anzi di onestà e basta1

  6. So che finisco sempre per fare il rompiballe ma finché non mi banni mi permetto di fare un paio di osservazioni, anche perché il tema mi tocca da vicino e ne ho parlato relativamente all’ambito giornalistico.
    Innanzitutto credo che bisognerebbe fare una distinzione rispetto al soggetto richiedente perché, credo, ci sia una fondamentale differenza tra chi ti chiede un lavoro gratis per qualcosa su cui non guadagna e qualcuno che al contrario ti chiede un lavoro gratis e ci lucra sopra. Poi uno è libero di rifiutare in entrambi i casi, ovviamente. Tanto per esemplificare me la prendo con le riviste che campano del lavoro gratuito dei loro collaboratori, ma non me la prendo allo stesso modo con webzine gestite unicamente per il piacere di farlo.
    Sul discorso poi de “il lavoro va pagato” al di là della dichiarazione di principio c’è anche il rovescio della medaglia: il lavoro dev’essere valutato e non è detto che un lavoro accettabile pro bono sia altrettanto accettabile se lo si deve pagare. Il lavoro gratuito ha affossato tanti mercati, verissimo, ma ha anche fornito un comodo alibi a tanti che su quegli stessi mercati non ci riescono a stare in maniera proficua. Però sì, è brutto dire a qualcuno che se nessuno è disposto a pagarlo magari non è solo perché c’è un codazzo di gente che lavora a babbo morto, ma anche perché quello che fa non vale nulla.
    Ovviamente non parlo di te che nel tuo piccolo sul mercato ci stai e con i tuoi riscontri.

  7. MM, non prendiamoci per i fondelli, per cortesia: sono loro che chiedono il lavoro a me, non io che glielo offro.

    “Il tuo lavoro mi piace ma non abbastanza da pagarlo.”
    È questa l’idea, MM?
    E quale parte di “Vaffanculo” non ti è chiara, come risposta?

  8. Il ragionamento insensato di MM è l’esempio di una (il)logica malsana che sta, da tempo, mandando in vacca il mondo.

  9. Davide se ti stessi prendendo per i fondelli farei delle battute sui tuoi occhiali, tu per rispondere a tono avresti solo l’imbarazzo della scelta e alla fine dovremmo vedercela da uomini: con una bella gara a chi piscia più lontano…

    Quello che ho scritto non era rivolto a te ma a chi fa della retorica puerile. Ribadisco che mettersi sul mercato ha due facce. Uno vuole essere pagato per il suo lavoro? Ne ha tutto il diritto. Sacrosanto. Che trovi qualcuno disposto a pagarlo è tutto un altro paio di maniche però.

    Io non dico che non ci sia gente che ci marcia, non nego lo sfruttamento (io? ma ti pare?!?) dico solo che c’è una retorica dello sfruttamento che diventa patetica.
    Occupandomi di musica questo problema l’ho affrontato spesso riguardo a gruppi e locali. I gruppi sbraitano che se suonano devono essere pagati e dal loro punto di vista è giustissimo. Chi organizza ti risponde che se deve pagare un gruppo non può permettersi di fare suonare, ad esempio, gruppi esordienti che fanno 20 persone, quindi se proprio deve pagare va ad investire su gruppi più conosciuti o di richiamo (e infatti le cover band vengono pagate e anche bene, e fanno i pienoni, che piaccia o no).

    E come si dice in questi casi Doc: niente di personale, business is business.

    • Il punto è sempre lo stesso – se io ti propongo il mio lavoro, tu puoi dirmi “non mi conviene, non mi ci pago le spese.”
      OK, succede – vado a vendermi su un altro marciapiede.
      Ma se sei TU che mi chiami, e che vuoi il mio lavoro – se davero vuoi IL MIO lavoro e non un qualunque riempitivo, eh, allora devi essere in grado di pagare il mio prezzo.
      Oppure, appunto, chiami un altro.

      La retorica dello sfruttamento è una bella giustificazione – è un po’ come quando Bush disse “se i poveri non volessero essere poveri dovrebbero solo lavorare di più.”

      Quanto al fatto che il business sia business – perché il tuo sì e il mio no?
      Anch’io ho i conti da pagare.

  10. Per cortesia, non facciamo ragionamenti sul business in questi termini. Non in un paese dove qualsiasi cosa è pensata sullo sfruttare l’anello debole della catena. Quello che sta succedendo, nell’editoria come nella musica, è che il falso concetto della visibilità viene usato come moneta virtuale.
    Va bene nei videogame. Non nella vita reale.
    E stare a fare discorsi sul povero operatore che dall’alto della sua umana pietas tende la mano all’artista sconosciuto è oltre il patetico.
    Vediamo di dire le cose come stanno: una buona parte degli operatori professionali dell’editoria ha in mente solo il margine di profitto, end of the line. Il resto si divide tra rari professionisti che hanno una linea di comportamento seria e da quella non si scostano e una pletora di soggetti sub-professionali che negli scrittori vedono altrettante vacche da mungere.

  11. Caro Davide ti stimo e ti capisco. Condivido ogni tua parola del tuo “giustificato” sfogo… Non esiste peggior cosa di vedere il proprio lavoro svilito e dileggiato… Il rispetto e la coerenza sono merci rare nella editoria italiana.. Purtroppo….

  12. Noto un leggero fastidio quindi dopo questo post la chiudo lì, magari ci provo anche per il futuro, è che sono scoordinato e la ola non mi viene bene.

    Mi avevano dato del comunista e del berlusconiano, dell’omofobo e dell’omosessuale, ma un parallelo con Bush mi mancava. Segno.

    Non faccio spam questa volta, do solo un paio di riferimenti. Ho parlato di cosa penso del lavoro gratuito e di certo mondo giornalistico (Carta Straccia 1 e 2) e dell’effetto di una logica strettamente commerciale sul mercato della musica e, per come vedo andare le cose, dell’editoria (Siete Un Pubblico Di Merda). I pezzi sono sul mio blog se a qualcuno interessassero.

    @Silluccia: il lavoro gratuito è un’estremizzazione di un certo modello produttivo e di sfruttamento, modello che non mi pare si sia messo in discussione in questa sede, sarei però felice di sapere cosa c’è di insensato nel mio ragionamento, magari imparo qualcosa.

    @Davide: hai ragione, se qualcuno vuole davvero il tuo lavoro dev’essere disposto a pagarne il prezzo, allo stesso tempo se tu poni un prezzo al tuo lavoro accetti implicitamente che questo venga valutato anche in termini di redditività, oltre che di qualità e professionalità. Tutto qua.

    @AngeloBenuzzi: nessuno ha parlato di poveri operatori e umana pietas, ma diciamo anche il resto delle cose come stanno: se si imponesse una tabella tariffaria per chi scrive o un biglietto d’ingresso minimo a tutti i concerti in qualsiasi locale, la maggior parte di “autori” e “musicisti” non uscirebbe dalla propria cameretta. Il che, dal mio punto di vista, potrebbe non essere del tutto un male.

    Da qui in poi taccio Davide, non era mia intenzione fare polemica ma, semmai, offrire degli spunti.
    Cheers.

  13. Sono d’accordo con Davide ma nemmeno il ragionamento di MM mi spiace sono, semplicemente, due ragionamenti differenti che viaggiano solo apparentemente sullo stesso binario.

    Davide dice, giustissimamente, che se vieni a cercare il mio lavoro allora devi essere disposto a pagarlo. Se pensavi di poterlo avere gratis o a quello che io considero sottocosto pazienza: tu non avrai il mio lavoro, io non avrò la tua visibilità e i tuoi spiccioli e a posto così.

    Il ragionamento di MM parte invece da due altri esempi:
    1) L’autore che non viene contattato ma contatta e che, quindi, può trovarsi di fronte un committente che non l’avrebbe mai cercato, che a pagarlo non ci guadagnerebbe e che gli offre di cercare altrove o operare gratis. A questo punto sta all’autore scegliere se andare a bussare a un’altra porta o se accettare di lavorare gratis puntando sulla possibilità che facendo vedere il suo lavoro qualcuno si interessi e lo contatti.
    2) Il committente che contatta l’autore chiedendo un lavoro gratis per un’operazione non a fini di lucro. Qui sta all’autore scegliere se partecipare per amore della causa. Come esempio mi vengono in mente si fansubbers che non prendono un ghello per il lavoro che fanno e così, di solito, anche chi ospita i siti/forum attraverso i quali i sub vengono distribuiti ma operano lo stesso con grande professionalità a beneficio del pubblico.

    In ogni caso, credo siamo tutti d’accordo che se l’autore accetta di lavoro gratis, quale che sia il motivo, il rispetto da tributare al suo lavoro dovrebbe essere pari a quello che si mostrerebbe se quel lavoro lo si pagasse

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