strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Dove sono tutti quanti?

11 commenti

Questo pork chop express è un pezzo a richiesta.
Nelle settimane passate è circolato parecchio, in rete, questo fumetto.

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La scoperta di nuovi pianeti extrasolari ha appena alzato la posta su una delle questioni più dibattute dalla scienza e dalla fantascienza.
La domanda è sempre la stessa che fece Fermi tanti anni or sono: dove sono tutti quanti?

Il fumetto suggerisce una delle risposte clasiche alla domanda di Fermi sul perché non vediamo tracce di vita intelligente nell’universo.
Se l’universo pullula di vita dove sono tuti?
Risposta: si stanno nascondendo.

Oppure – ipotesi ancora più spettacolare – le loro luci sono state spente.
Qualcosa o qualcuno ha intercettato le loro emissioni elettromagnetiche, ha rintracciato il segnale, ed ha provveduto ad eliminare la sorgente.

Se è così, ovviamente, siamo fregati, e da tempo.
Grazie, signor Marconi.

Ma non è detto che esista una forza ostile là fuori intenta a zittire tutte le civiltà galattiche.

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Vediamo un po’ di altre ipotesi classiche.
Forse la vita è molto rara.
Nel valutare quanto sia rara, potremmo certamente essere condizionati dalla nostra concezione di vita.
Ad esempio, tendiamo a considerare la presenza di acqua allo stato liquido un presupposto indispensabile per l’esistenza della vita – ma potrebbero esserci altre condizioni biochimiche là fuori conduttive alla comparsa di forme di vita non basate sullo steso paradigna biochimico terrestre.
Ma ipotizziamo che per un pianeta sviluppare le condizioni adatte per la vita, per qualunque forma di vita, sia davvero improbabile.
La risposta sarebbe quindi: non c’è mai stato nessuno.

Una variante è che la vita si sviluppi ma non riesca a sopravvivere abbastanza a lungo da portere allo sviluppo dell’intelligenza.

Ed in effetti, forse è quello il problema.
La vita là fuori è vivace ed abbondante, intenta a galoppare, nuotare e planare in milioni di forme meravigliose, ma non c’è alcuna intelligenza.
Forse esiste il cosiddetto “soffitto di vetro” dell’intelligenza – quello sul quale, sul nostro pianeta, sono andati a sbattere i nostri cugini scimpanzé e parecchi cetacei.
Le condizioni di vittoria al gioco della selezione naturale, per queste specie, non comprendevano lo sviluppo di una intelligenza superiore.
Se la cavano benissimo con l’intelligenza che hanno – che non è tale da portare allo sviluppo di una civiltà.
La risposta è allora: sono là fuori, ma sono stupidi.

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Oppure non hanno creato una civiltà tecnologica – magari le condizioni sul loro pianeta, e la loro biologia, sono tali, che non sono mai andati oltre lo stato di cacciatori-raccoglitori.
Mai oltre il neolitico.
Mai oltre il medio evo.
Hanno cioé raggiunto un punto di stabilità ecologica col loro sistema, e si sono fermati.

Perché alla fine, Fermi non chiede dove sono tutti.
Chiede dove sono le civiltà tecnologiche.
E, aggiungiamo, civiltà tecnologiche fondate sul nostro paradigma – una civiltà avanzata fondata sulla manipolazione biologica avrebbe un’espressione nulla, forse, in termini di radiosegnali.

Ma più in generale la risposta più semplice potrebbe essere – non ci siamo mai incontrati.
L’universo ha un’età di circa quattorci miliardi di anni.
Noi siamo qui, con i nostri radiotelescopi, circa cento anni.
Quante trasmissioni ci siamo persi, pur considerando che lo spazio è vasto, e la luce lentissima?
La risposta potrebbe forse essere: loro c’erano, ma non c’eravamo noi.
O magari, loro ci saranno, ma noi non ci saremo più.

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Anche perché – quanto sono durate, quelle trasmissioni?
In altre parole, quanto sopravvive una civiltà tecnologica?

E qui vorrei ricordare la paura – la paura vera, anche se facevamo di tutto per nasconderla – che attanagliò la nostra civiltà fra il 1945 ed il… mah, diciamo il 1990.
Noi abbiamo rischiato di autodistruggerci.
La nostra civiltà tecnologica sarebbe durata meno di due secoli, se la politica avesse perso il controllo.

Noi siamo riusciti a schivare la pallottola.
Per lo meno finora – date un’occhiata ai fanatici religiosi là fuori.
Ma noi finora l’abbiamo scansata – e gli altri?
La risposta potrebbe essere: non ce l’hanno fatta, si sono autodistrutti.

O sono forse le civiltà tecnologiche che applivcano un tale stress al proprio ecosistema, che non serve, che qualcuno schiacci il bottone, basta continuare semplicemente ad abusare iul proprio pianeta.
Forse non è un atto consapevole, ma una consapevole idiozia – ci torneremo.

E poi, certo, forse non ce l’hanno fatta perché qualcuno è intervenuto esternamente per assicurarsi che non ce la facessero – e così torniamo alla vignetta con lo squalo.
E se ancora una volta date un’ochiata ai fanatici là fuori, potete anche immaginare una civiltà che faccia della distruzione di ogni altra il proprio fine ultimo, il proprio imperativo biologico.
Risposta: non ce l’hanno fatta perché qualcuno li ha fatti fuori.
Qualcuno che guarda, nascosto, e aspetta.

Ora però viene la parte divertente – perché ciascuna delle ipotesi fatte fin qui ha un significato molto chiaro per noi – abbiamo delle responsabilità.

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Se davvero siamo una specie di fortunati cialtroni che finora hanno sempre pescato la carta giusta – come dominio, regno, philum, classe, ordine, famiglia, genere, specie, civiltà, abbiamo sempre vinto…
Se davvero siamo arrivati qui nonostante le probabilità fossero a favore della casa, allora abbiamo delle responsabilità – verso noi stessi, verso i nostri antenati che, dalla prima cellula primitiva ai nostri genitori ci hanno portati qui, verso i nostri discendenti.
E verso tutte quelle civiltà e quelle specie che non ce l’hanno fatta – perché se la guerra è fra la vita e l’assenza di essa, fra l’intelligenza e l’asenza di essa, fra la civiltà e l’assenza di essa, allora noi siamo quelli che ce l’hanno fatta, e dobbiamo parlare per tutti gli altri.
Così come dobbiamo parlare per chi è fermo contro quel soffitto di vetro – e chissà, magari anche aiutarli a sfondarlo.
E dobbiamo restare vigili, per evitare di trasformare noi stessi, sotto la spinta di qualche meme ridicolo vecchio di secoli, in sterminatori.
Magari cominciando con lo steminare noi stessi, e il nostro pianeta – per il momento l’unico che abbiamo.

Ma guardandoci attorno possiamo davvero dirci ottimisti.
No, davvero.
Condsiderate la quantità di idioti che ci circondano, pensate alla quantità di idioti che hanno popolato questo pianeta negli ultimi trecentomila anni.
Eppure ce l’abbiamo fatta – gli idioti non hanno prevalso.

Chissà, forse la risposta è quella: hanno prevalso gli idioti.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Dove sono tutti quanti?

  1. Bellissimo post, che condivido financo nelle virgola tranne per la parte che riguarda aiutare gli altri a sfondare il soffitto di vetro.
    Io credo che sfondare il soffitto sia stata l’origine di ogni nostra gloria e ogni nostro guaio. Noi stessi, nei vari miti della creazione, sottolineiamo il concetto: sfondando il tetto ci siamo aperti a infinite possibilità ma abbiamo abbandonato un stato, a modo suo, di perfezione; di equilibrio ottimale fra consapevolezza (scarsa) e conoscenza (istintiva) che ci avrebbe assicurato di vivere in una incosciente serenità fino al giorno in cui non ci saeremmo estinti, senza un rimpianto.

    Non sono mica sicuro che aiutare altre specie che sono bloccate contro il soffitto a superarlo sarebbe far loro un favore.

    Anche perché è sfondando il tetto che nascono gli idioti.

  2. Io credo che la finestra di tempo nella quale si può sviluppare una civiltà sia molto ristretta, se anche la civiltà umana durasse un milione di anni si tratterebbe di una minuscola frazione della vita del nostro pianeta, per incontrare qualche civiltà dovremmo avere la fortuna che anche questa abbia la sua frazione di tempo nello stesso momento.
    E che magari sia nelle vicinanze.
    È più facile che, se un giorno usciremo dal nnostro sistema solare troveremo i resti di civiltà antiche o luoghi dove la civiltà non è sorta, piuttosto che civiltà in essere.

  3. Ci feci un lungo post tempo addietro., e concordo con tutto. Esistono delle proiezioni secondo cui una civiltà tecnologica potrebbe durare al massimo un migliaio di anni (come facciano a fare i calcoli non saprei). L’emissione di onde radio si propagherebbe da quel pianeta quindi per questi mille anni e poi si interromperebbe. Le onde che sono già state emesse continuerebbero però a propagarsi nello spazio, come bolle dallo spessore di mille anni luce e dall’interno vuoto, che continuano a espandersi. Il nostro pianeta ne sarebbe prima o poi raggiunto, e continuerebbe a ricevere il segnale per mille anni. Se questi mille anni fossero terminati 300 anni fa non ce ne saremmo accorti.
    Poi, mi piacerebbe capire se le onde radio hanno un limite a quanto possono espandersi prima di disperdersi al punto da non essere più riconoscibili come tali, magari qualcuno più esperto in fisica potrà rispondere.
    Comunque, se in giro c’è una civiltà che si diverte a far fuori le altre, grazie al Messaggio di Arecibo gli abbiamo fornito indirizzo e numero di telefono.

  4. Guarda caso l’ipotesi di una civiltà che si diverta a distruggere le altre è una delle più sfruttate (anzi direi quasi abusate ) da parte degli scrittori di fantascienza: ha cominciato Fred Saberhagen con i suoi “Berserker” fino a Gregory Benford con il suo ciclo Galattico. Questo spiegherebbe molte cose, anche se sarebbe un ipotesi drammatica, personalmente preferisco credere all’ipotesi della cosidetta “Finestra del Contatto”, cioè che altre civiltà sono esistite prima di noi e che altre esisteranno dopo della nostra. Semplicemente non ci siamo incontrati.
    Riguardo alla questione dei segnali radio, ci sono comunque stati un paio di casi dubbi senza scomodare per forza il controverso “Segnale Wow”!

  5. Post spettacolare.
    Grazie per averlo scritto e pubblicato.

  6. In un certo senso si torna a una concezione “tolemaica” dell’universo dove la Terra svolge un ruolo “centrale”…essere coscienti di questa responsabilità forse potrà rappresentare uno stimolo per occuparsi di cose davvero importanti invece di correre dietro alle solite caz…

  7. Grazie per il pork chop express!

  8. Tra l’altro Nick sopra cita Benford. Nel primo romanzo del ciclo galattico, Benford dice che la strategia vincente per una civiltà tecnologica giovane è ascoltare e non emettere messaggi:
    Se stessimo tutti solo ascoltando?

  9. bellissimo post *-* grazie di averlo scritto! recentemente sono stata ad una conferenza proprio sui pianeti extrasolari. Spiegavano come mai sono rimasti piuttosto perplessi, con l’andar del tempo, che si pensava che il nostro sistema solare fosse un “modello” comune. Invece pare che noi, tra tutti i sistemi analizzati, siamo praticamente unici, perché i pianeti grossi come Giove tendono ad avvicinarsi troppo alla stella {mangiandosi quindi i piccini rocciosi} e che, fondamentalmente, noi siamo ancora qui per una serie di fortunatissime casualità. Possono esserci milioni di miliardi di motivi del perché non ci siamo mai incrociati, ma là fuori c’è un caos inimmaginabile; se negli ultimi 2mila anni le nostre coste atlantiche si sono incrociate solo due volte coi vichinghi e con Colombo, penso sia normale che in scala per moltissimo tempo nessuno ci abbia incrociati. Trovo però meno plausibile che, anche se ci fosse una vita intelligente da qualche parte, questa se ne stia solo a guardare in su senza farsi domande mai.

  10. E se avessero costruito tutti delle sfere di Dyson?
    Risolveremmo in una botta sola il problema di et e della materia oscura…

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