strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un’altra serata col Condor

3 commenti

three-days-of-the-condorE così ho rivisto il Condor.
Joe Turner
Due sere fa.

I Tre Giorni del Condor, di Sidney Pollack, è un film che riguardo sempre e comunque, quando lo ripassano in TV.
Il che è straordinariamente futile, considerando che ho anche il DVD.
Potrei guardarlo tutti i giorni, se volessi.
Ma è bello, invece, inciamparci sopra per caso, e rivederlo.

Credo sia in assoluto il film che ho rivisto più volte.
E non mi stanca mai.

Per chi se lo fosse perso, la trama in tre parole.

Il suo nome in codice è Condor. Nelle prossime ventiquattr’ore tutti coloro di cui si fida cercheranno di ucciderlo.

Joe Turner fa il lettore per la CIA – legge giornali, libri, riviste -prende appunti, confronta la realtà con l’immaginazione.
Poi, un giorno d’inverno, mentre Joe è fuori a fare un giro-panini per pranzo, tre uomini entrano nel suo ufficio, e uccidono tutti.
Solo, terrorizzato, sempre più in preda alla paranoia ma anche sempre più fermamente convinto che i suoi amici ed i suoi nemici siano le stesse persone.

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Uscito nel 1975, appena un anno dopo la pubblicazione del romanzo di James Grady sul quale è basato (e del quale magari parleremo uno di questi giorni), il film di Pollack arriva a ridosso del Watergate, e coglie l’atmosfera di incertezza del momento, innestandola su una trama pseudo-hitchcockiana – un uomo solo e inseguito, accusato ingiustamente.
Al nucleo del film – a differenza del romanzo – c’è l’ipotesi che i servizi segreti nons iano più a servizio della nazione, ma di una piccola elite economica, che si è infiltrata nella politica.
Concetti che non dovrebbero esserci troppo estranei.

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Condor is an amateur. He’s lost, unpredictable, perhaps even sentimental. He could fool a professional. Not deliberately, but precisely because he is lost, doesn’t know what to do. Unlike Wicks, who has always been entirely predictable.

Nel gioco del gatto col topo, a Turner si contrappone il personaggio di Jubert, un tranquillo, pragmatico killer che in codice si chiama, indicativamente, Lucifer, un uomo che ha deciso di non occuparsi mai del perché, ma focalizzarsi sul quanto.
Redford e Von Sydow sono assolutamente colossali, ma tutto il cast è assolutamente spettacolare.

Three Days of the Condor (1975)

Faye Dunaway è opportunamente algida – l’ipotesi che il suo personaggio sia frigido, o comunque emotivamente represso, aggiunge un livello di complicazione alla trama, e non un semplice ornamento gratuito.

E parlando del cast – Turner è in fuga e perduto come un topo in un labirinto, e questo labirinto è la città di New York, ritratta sempre da angolazioni prive di enfasi, molto poco “turistiche”, anche quando l’occhio si sofferma su luoghi iconici.
Il film è un ritratto casuale ma straordinario della città in un periodo di non particolare splendore, e New York è un altro personaggio, nella storia.

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La scrittura, naturalmente, è all’altezza di cast e regia – Lorenzo Sample e David Rayfiel vinsero un Edgar per la loro sceneggiatura costellata di citazioni memorabili, tesa, pulita.
È vero – il romanzo ha più senso, ma il film è, probabilmente, più significativo.
I Tre giorni del Condor è, sul piano tecnico, un assoluto tour-de-force. Il montaggio è serratissimo, con 1172 inquadrature in un’ora e cinquantatré minuti.
Venne nominato all’Oscar per l’editing – e perse contro Lo Squalo.

Three Days of the Condor (1975)

E poi c’è la musica di David Grusin – e mi rendo conto che questo film fu la mia prima esposizione al lavoro di questo compositore.

Al di là dei contenuti ideologici, la contrapposizione del singolo contro il sistema, la contrapposizione altrettanto forte fra il principio e la convenienza, fra improvvisazione e profesionalismo rimangono temi forti.
La trama funziona, Turner è credibile nel momento in cui da vittima passiva diventa attore attivo della propria vicenda.
Tutti i pezzi cascano al posto giusto.

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You have not much future there. It will happen this way. You may be walking. Maybe the first sunny day of the spring. And a car will slow beside you, and a door will open, and someone you know, maybe even trust, will get out of the car. And he will smile, a becoming smile. But he will leave open the door of the car and offer to give you a lift.

Il finale, che pure ha una lieve, terribile nota di disperazione, è comunque un finale positivo.
L’America degli anni ’70 ha ancora uno straccio di fiducia nella spampa.
Il Condor sceglie la verità, e si condanna alla fuga, all’esilio.
Ma ci trasmette la certezza che si tratti della scelta giusta.
Fino all’ultima inquadratura.

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“Non avrei mai pensato che avresti fatto questa fine.”
“È per questo che l’ho scelta.”

E credo sia per questo che io, se posso, tutte le volte che il Condor passa sul mio televisore, lo riguardo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “Un’altra serata col Condor

  1. Se mi è permesso aggiungerei che se ne consiglia vivamente la visione, sopratutto prima che venga riveduto e “corretto”, questo magari accoppiato al “Il maratoneta”.

  2. Quando DeLaurentiis produceva grandi film coraggiosi.

    (spoiler, si sa mai)

    E’ anche uno dei miei preferiti. Io però dal finale-finale ho sempre ricavato l’impressione opposta: proprio l’ultimissima battuta di Cliff Robertson (anche lui monumentale: una delle intepretazioni più ambiguamente e sottilmente malvagie di sempre), con il dubbio che insinua, assieme al freeze-frame di Redford che si guarda dietro le spalle, per me riescono a cambiare di segno a tutto il finale, minando ogni residua fiducia nella stampa, nel quarto potere, nel riscatto degli uomini… una conclusione da brividi.

  3. Pingback: :: I sei giorni del Condor, James Grady (Rizzoli, 1975) | Liberi di scrivere

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