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I Sei Giorni del Condor

4 commenti

648916Ho riletto in due sere Six Days of the Condor, il romanzo di James Grady del 1974 dal quale nel 1975 venne tratto il film di Sidney Pollack con Robert Redford.
Avevo voglia di rileggerlo, dopo aver rivisto il film, per confrontare a mente fresca le due storie, e capire dove stiano le differenze, quali siano i punti deboli e i punti di forza del romanzo e del film.

Avevo letto il romanzo, in traduzione italiana, da qualche parte negli anni ’80 – ero al liceo, diciamo 1984.
Era estate, l’avevo trovato su una bancarella al mare.
Ora ho riletto il testo in originale, versione ebook.

E c’è parecchio su cui ragionare.
Con qualche spoiler.

Una prima differenza sostanziale, naturalmente, è che il Condor di Grady ha sei giorni per cacciarsi nei guai ed uscirne, mentre il Condor di Pollack ne ha solo tre.
Ha senso.
L’azione del film è più tesa, più economica.
Considerando lo stile di scrittura di Grady, se il suo Condor avesse dovuto fare tutto in tre giorni, il romanzo non arriverebbe a 100 pagine.
E già così è un romanzo molto esile – non arriva a 200 pagine.
Il film si svolge a New York in inverno, mentre il romanzo si svolge a Washington in primavera.

tumblr_mzwqd99TTV1tr332no1_500Poi naturalmente c’è il Condor – che è Ronald Malcolm, non Joe Turner.
Il personaggio del romanzo non ha il carisma di Robert Redford* – anzi, nelle prime pagine risulta parecchio fastidioso, per quanto molto credibile, come ricercatore universitario convertitosi al lavoro per la CIA.
E ancora una volta, il Joe Turner di Redford è adatto al film quasi quanto Ron Malcolm è adatto al romanzo.
Nei sei giorni di narrazione il protagonista evolve, cresce, trova in se stesso una forza ed una disperazione che giustificano lo sviluppo del personaggio.

Ma la vera grande differenza, fra le due storie, è a livello strettamente ideologico.
Il Condor di Grady è una storia di corruzione a piccola scala all’interno di una agenzia e di una comunità che sono sostanzialmente sane – il sistema spionistico americano descritto da Grady (ci arriveremo) ha delle falle e delle pecche, ma contiene anche gli elementi della propria salvezza. Grady descrive insomma un apparato dell’intelligence che sa fare il proprio lavoro, e quel lavoro è un lavoro spiacevole ma necessario e positivo. I servizi segreti di Grady possono essere soggetti a momentanee deviazioni, ma rappresentano dei principi solidi e positivi.
Il Condor di Pollack, per contro, è una storia di corruzione a grande scala all’interno di un sistema che è comunque contro l’uomo, e contro i principi che sostiene di difendere. Sconfiggere la cospirazione, per il Condor/Joe Turner, non significa risolvere il problema.
L’unico elemento che nel film rimane, del mondo in fondo pulito dell’intelligence dipinta da Grady è nel personaggio interpretato da John Houseman, il vecchio uomo dell’OSS che rimpiange un’epoca di chiarezza e di principi.

Ed è significativo che i finali divergano drasticamente.
Ron Malcolm chiude il romanzo con una breve e brutale vendetta privata contro Maronick, il killer che ha cercato di usarlo, e poi rientra in buon ordine nei ranghi.
Joe Turner non solo incassa la solidarietà e la simpatia di Jubert (l’equivalente filmico di Maronick), ma poi chiude rifiutando di stare alle regole, rifiutando di rientrare nei ranghi, e silurando i propri “amici” – riconoscendo in loro solo una faccia più simpatica e acettabile del nemico.
Turner non può tornare all’interno del sistema perché ha visto in faccia il sistema, e lo disprezza.
Malcolm non ha grande simpatia per il sistema, ma non ha nient’altro. E forse il sistema spera di poterlo utilizzare**.

In questo senso, dal punto di vista ideologico, pur se separati solo da un anno, i due Condor sono molto diversi – e il successo del film di Pollack è certamente dato (anche) dal fatto che con la sua carica francamente più politica, il film è più moderno, più attuale.
Meno banale, forse.

E per finire, il film diverge dal romanzo nel rapporto fra il Condor e la sua complice obbligata.
Nel romanzo si scivola troppo facilmente e troppo rapidamente in una relazione “normale” – mentre l’oscurità e ildolore che sottolineano il rapporto fra Redford e Dunaway nel film è certamente un altro elemento indispensabile allo sviluppo della trama.

Ma allora cos’ha il romanzo dalla sua?
Di sicuro, la scrittura di Grady.
Che se sul piano strettamente narrativo è molto economica, stringata, essenziale, è anche al contempo un vero monumento alla fauxtentication.
Grady usa lo stile asciutto e diretto del giornalista, e riversa sul lettore una tale quantità di dettagli autentici – o che paiono autentici – che diventa impossibile leggere Three Days of the Condor e non sentirsi al centro di un’azione che percepiamo come reale.
Six Days of the Condor è il paradiso del bullonaro.
Indirizzi, distanze, tempi, calibri, riferimenti legali, pratiche standard delle forze di polizia, tutto viene inserito nella narrazione in maniera assolutamente naturale, senza strappi, senza scossoni – l’impressione è che la storia ci venga raccontata da una persona molto addentro alle dinamiche della comunità dell’intelligence, ci sentiamo come messi a parte di confidenze e segreti riservati a pochi.

Con un minimo di malizia, leggendo da scrittori e non da lettori, è possibile vedere dove il gioco di prestigio di Grady è più debole – i punti nei quali la sequenza di informazioni diventa improvvisamente vaga, i piccoli trucchi per distogliere l’attenzione del lettore quando un elemento implausibile viene messo sul tavolo.
E bisogna ammettere che Grady è molto in gamba.
Lo aiuta il tema, la brevità, la rapidità del succedersi degli eventi.

Questa simulazione strettissima della realtà – che è poi uno dei capisaldi della narativa spionistica realistica fin dai tempi di Riddle of the Sands – è ciò che rende la lettura di Six Days of the Condor un gran divertimento, nonostante i punti deboli, nonostante l’inferiorità rispetto al film.

———————————–
* … esiste qualcuno che abbia il carisma di Robert Redford? A parte forse Robert Redford?
** E lo farà, in Shadow of the Condor, del quale magari parleremo prossimamente.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “I Sei Giorni del Condor

  1. Esiste (o esisteva) qualcuno? Bella domanada.
    A braccio, senza fare classifiche:
    Gene Hackman (La Conversazione)
    Paul Newman (Il Verdetto, decisamnte piu’ carismatico da vecchio che da giovane)
    Walter Matthau (E’ Ricca, la Sposo e l’Ammazzo)
    Donald Sutherland (compare in un fim anche solo 3 minuti e in quei 3 minuti non vedi nessun altro)
    Il grande, grandiisimo e compianto Spender Tracy. (“Ma e’ un tappo” disse Katherine Hepburn. “Non ti preoccupare tesoro, vedrai che sapra’ portarti alla sua altezza” rispose il regista. E infatti hanna vissuto insieme fino alla morte di lui)

    E in Italia? l mio preferito resta Gino Cervi

    Dovresti farci un post, sugli attori carismatici🙂

  2. PS
    Ho dimenticato Jean Reno, assolutamente imperdibile in Wasabi
    E chissa’ quanti altri

  3. … esiste qualcuno che abbia il carisma di Robert Redford?

    a domanda risposta: Paul Newman.

    Ma l’esistenza di due carismi tali affiancati ha generato un’alterazione spazio-temporale di cui sentiamo ancora gli effetti.

  4. Pingback: :: I sei giorni del Condor, James Grady (Rizzoli, 1975) | Liberi di scrivere

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