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Trappola per tigri

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Trap for a Tigress_Aug 1952Noose for a Tigress mi va contropelo istantaneamente.
Succede.
Vedete, si tratta di una storia che MacDonald pubblicò nel 1952, sulla rivista Dime Detective, il numero di Agosto.
Allora si intitolava Trap for a Tigress.
L’ultima storia che MacDonald pubblicò su quella rivista, che avrebbe chiuso i battenti da lì a un anno.

Una storia del 1952.
Ma già dalla prima pagina, l’autore mi dice che il protagonista è un reduce del Vietnam.
Cosa diavolo succede?

Si tratta di unapratica molto diffusa – succedeva anche coi nostri Gialli Mondadori: i polizieschi venivano rieditati per renderli più attuali.
Si cambiavano le date, i riferimenti storici.
Il protagonista di Noose era all’origine un veterano della Corea.
Ma per la ristampa del 1980 in The Good Old Stuff, la storia venne modificata.

E a me questo va contropelo, per cui non è che io sia proprio ben disposto verso il racconto, fin dalla prima pagina. E questo influenza certamente il mio giudizio sul racconto.

Noose for a Tigress è una storia macchinosa.
Il protagonista, Simon Pell, era un pubblicitario di successo, ma ora è tornato dalla guerra con una invalidità (un elemento classico, come abbiamo visto, nelle storie di MacDonald di quegli anni) e questo causa non poco fastidio alla sua ex moglie, che per gli accordi della separazione si prende il 50% di ciò che lui guadagna.
Ma la pensione di invalidità non è un guadagno – e quindi Marj, donna tanto sensuale quanto rapace, non vede un centesimo. Anche perché Simon non intende tornare al suo lavoro milionario, proprio allo scopo di lasciare la moglie fedifraga e manipolatrice all’asciutto.

Ma Marj ha bisogno dei soldi – è rimasta impelagata in un brutto giro, è vittima di un ricatto.
Perciò torna alla carica di Simon sul treno che lo sta riportando a New York – in compagnia di un avvocato col quale ha anche, evidentemente, una relazione, Marj cerca di mettere alle strette l’ex marito.

Poi l’avvocato viene accoltellato.
E la storia si fa maledettamente complicata.

John D. MacDonald

John D. MacDonald (Photo credit: Wikipedia)

Il racconto parte col botto – e su questo non ci sono dubbi.
Nel 1952 John D. MacDonald scrive quella che venticinque anni dopo sarà la scena iniziate di Apocalypse Now, e lo fa in due paragrafi netti – forse sessanta parole.
Geniale.

Così come è interessante e promettente il rapporto fra Sim e Marj – che si odiano, si desiderano, cercano la reciproca distruzione in un legame palesemente sadomasochistico.

La scrittura è come sempre molto buona, i dialoghi sono ritmati, la premessa è interessante.

Ciò che proprio non gira è tutto il resto dell’intrigo – per cui rimane forte l’ipotesi che JohnD. MacDonald avesse per le mani un ottimo inizio ma non un finale altrettanto buono, non per lo meno restando nei limiti di lunghezza imposti da Dime Detective.
La tecnica rimane eccellente, ma questa volta è al servizio di una trama mediocre.
Il risultato è profondamente disuguale, e si arriva alla fine con un certo senso di delusione.

Ci sono troppi personaggi, c’è almeno una sotto-trama di troppo, il finale è sorprendente semplicemente perché è assolutamente implausibile.

L’aggiornamento agli anni ’80, poi, è semplicemente ridicolo.
Dialoghi e situazioni che funzionano benissimo nelle atmosfere noir del 1952, trasportati di peso nel 1980 sono ridicoli, a tratti imbarazzanti.

Ci si senter un po’ come a guardare un vecchio film colorizzato, o uno di quegli orrendi remake fatti per permettere a un pubblico di adolescenti di identificarsi con personaggi che, se più anziani o vestiti in unmodo diverso, risulterebbero loro assolutamente alieni.
Una pessima idea.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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