strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

L’estinzione dei self-publishers

16 commenti

OK, questo è il classico post che esce dal nulla e viene scritto di getto.
No, correzione – non esce dal nulla.

Da un po’ di tempo si sente ripetere da più parti che l’autopubblicazione è un vicolo cieco – la ragione, secondo alcuni, è che al momento si pubblica talmente tanto, che la qualità, per la vecchia Legge di Sturgeon, è bassissima.
Il 95% è ciarpame, tutti scrivono (troppo e male) e nessuno legge.
Gli autopubblicati si estingueranno.

Ora, è vero che io bazzico l’autopubblicazione da solo un anno, e sono probabilmente uno dei perpetratori di ciarpame che tutti additano come coloro che faranno morire l’autopubblicazione, tuttavia l’estinzione è un argomento che conosco molto bene, avendo dedicato oltre vent’anni della mia vita a studiare proprio eventi di estinzione.

Extinction of the dinosaurs, artwork

Quindi ora basta ascoltare sciocchezze.

Quella che stiamo vedendo è una classica fase espansiva o inflazionistica.
Si è aperta una nuovo territorio da colonizzare, le nicchie ecologiche sono tante, ampie e variate, e la vita si affanna ad occuparle tutte.

Non è la prima volta che succede.
Il vasto continente inesplorato e privo di vita delle riviste di narrativa popolare a basso prezzo divenne accesibile nel 1896, quando Frank Munsey pubblicò Argosy Magazine.
Gli autori ci si buttarono a pesce.
Nel 1903, uscì Popular Magazine – la prima rivista pubblicata da Street & Smith, che nel corso degli anni successivi avrebbero dato vita, fra gli altri, a The Shadow.
Poi vennero la Grande Guerra e la Crisi del ’29 – due occasioni in cui la gente aveva voglia di distrarsi, e molti per tirare a campare avevano solo la propria capacità (spesso molto limitata) di scrivere delle storie.

I numeri dei pulp sono qualcosa che in proporzione fa impallidire l’autopubblicazione in ebook.
La sola Popular Publications, negli anni ’40, pubblicava 42 testate al mese.
Conteggiando circa 135.000 parole per ciascun numero, parliamo di 5 milioni e mezzo di parole al mese – che in cartelle standard farebbe circa 11.000.
Undicimila cartelle al mese.
Per un solo editore.
Street & Smith aveva probabilmente altrettante testate.
E c’erano almeno una mezza dozzina di editori maggiori, in America, fra il 1925 ed il 1945.
Vogliamo ipotizzare qualcosa come 20 milioni di parole al mese?
Preferite le cartelle? Farebbe quarantamila.
O volete le battute? Farebbe un miliardo.
Un miliardo di battute al mese, tutti i mesi, per vent’anni.
Vogliamo ipotizzare che ogni rivista offrisse sei o sette racconti ai propri lettori?
Parliamo di circa un migliaio di racconti al mese.
Per vent’anni.
Sul solo mercato americano.

pulp-newsstand

Ma le riviste pulp nacquero nel 1896, e morirono nel 1961.
Cercate di immaginare i numeri.
E le riviste avevano bisogno di autori – e molti si misero a scrivere… ma questo non uccise le riviste.
E prima che mi diciate “ah, ma c’era una selezione all’ingresso, non è che cani e porci…” – l’avete mai letto uno Spicy pulp, o una rivista come Men’s Adventure?
Però su Men’s Adventure si fecerole ossa persone come John D. Macdonald e Lawrence Block…

Poi il mercato cambiò, e le riviste si estinsero.
Ma non si estinsero perché pubblicavano troppo, o perché pubblicavano brutture.
Sui pulp si fecero le ossa… tutti.
Chandler, Hammett, Goodis? Black Mask.
Bradbury, Lovecraft, Howard, C.A. Smith, Bloch? Weird Tales.
Williamson, Hamilton, Brackett? Amazing.
Asimov, Heinlein, Doc Smith, Alfie Bester? Astounding.
De Camp, Hubbard, Leiber? Unknown.
Hoffman-Price? Oriental Stories.
Argosy era praticamente di proprietà di Burroughs
Lamb scriveva per tutte le riviste migliori, così come Henry Kuttner.
Tennessee Williams? Esordì su Weird Tales.
William Faulkner? Esordì sui pulp (credo Argosy, ma potrei sbagliare).

Pensate a un fondamentale autore di genere che abbia pubblicato prima del 1945, e quell’autore proviene dai pulp.
E anche dopo – Philip Dick non esordì certamente con un volume edito da una raffinata casa editrice.

C’era anche ciarpame immondo, fra quei milioni di parole riversati sulla pagina?
Diavolo, ma certamente!
Ted Sturgeon – che esordì sui pulp – non sbaglia quando dice che il 95% è pattume.

Ma è stato dimenticato, e non ha influito sulla sopravvivenza del materiale di qualità.
Ficchiamocelo nella testolina – l’elevata produttività non ha alcun legame di alcun genere con la qualità.
Sono due misure distinte e indipendenti l’una dall’altra.

E non è il pattume che innesca una estinzione.
Non è l’offerta troppo elevata (qualunque cosa significhi).
Non nel mercato della narrativa.
Le persone non dicono “Dio, che brutto racconto, smetto di leggere!”
Al limite dicono “Smetto di leggere questo autore!”
Se leggono, passano a cercare qualcosa di meglio.
Se non leggono, allora non leggono, che il materiale sia buono o pessimo.
Non è il volume prodotto, o la qualità, che innesca l’estinzione.
È un cambiamento nel sistema.

No, no, aspettate.
Non vi vanno i pulp?
Esempio scelto ad hoc, dite?
Avete idea della quantità di pagine prodotte dalla letteratura popolare vittoriana, prima che “penny dreadful” diventasse il titolo di una serie di telefilm?
E parliamo del solo mercato di lingua inglese (in america i penny dreadful si chiamavano dime novels).
Avete mai considerato la quantità di parole riversata sulla pagina dal solo Charles Dickens?
E Dickens era uno di una quantità di autori…
La sola produzione di pornografia vittoriana debitamente stampata, venduta e circolata in quegli anni va a costituire una montagna di carta inimmaginabile.
Il 95% di ciò che scrissero i vittoriani è stato giustamente dimenticato, ma c’era, e non ha contribuito a far estinguere alcunché.
I fumetti?
Avete idea della quantità di fumetti che sono stati pubblicati nella storia?
Solo i numeri del mercato giapponese vi farebbero impazzire.
E tutti i 45 giri incisi fra gli anni ’50 e gli anni ’80?
Hanno ucciso la musica? Annientato l’ipotesi di suonare e incidere per chi voleva farlo?

Non fatevi ingannare dall’illusione bulimica di questi anni – che tutto sia permanente, che tutto resterà per sempre nella memoria di tutti, sempre disponibile, e soffocheremo nel ciarpame.
Il ciarpame lo dimenticheremo, il mercato cambierà, cambieranno i supporti, e nessuno si lamenterà che in passato si pubblicava troppo perché tutti saranno impegnati a lamentarsi che nel presente si pubblica troppo.

In questo momento ci sono centinaia di cose che non funzionano con l’autopubblicazione – gli autori che si comprano le recensioni, gli idioti che vedono l’autopubblicazione come un trampolino per farsi notare da un editore e diventare “veri scrittori”, gente che non saprebbe scrivere una lista di lavanderia e sforna trilogie, un pubblico che non riesce più a godersi una buona storia ma per darsi un tono deve smontarla e contare il numero di figure retoriche e allitterazioni per pagina, quelli che disperatamente tentano di ergersi a gatekeeper, e decidere chi è dentro e chi è fuori.
E chissà, forse qualcuno di questi riuscirà davvero a spaccare il meccanismo, a far collassare il sistema.
Ma il volume di output, da solo, no.
E neanche la pessima qualità del 95%.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “L’estinzione dei self-publishers

  1. 180 minuti di applausi Davide. E magari vogliamo anche raddoppiarli.

  2. Bravo! Questo articolo mi ha riconciliato con la giornata. Buon proseguimento! mf

  3. Fantastico!

    Quest’articolo mi “ricarica” di energia e voglia di fare.

  4. THIS IS GOOD

  5. Vedo che in Italia le cose sono esattamente come in America (con qualche anno di ritardo, naturalmente)… a parte che qui ancora non c’è differenza tra “indie publishers” e “self-publishers”, ma ci arriveremo, si spera. A meno che le italiche leggi non rendano tutto così complicato da farci emigrare!😉

  6. Ho sempre pensato che il selfpublish di adesso assomiglia molto alle riviste del primo Novecento, anche per i fumetti (a livello teorico perchè non ho una sapienza così approfondita cone la tua, é semplice osservazione la mia). Probabilmente anche le riviste Pulp avevano dei punti in comune con qualcosa prima, e così fino all’arrivo della stampa a caratteri mobili e in un altro modo di sicuro anche prima, e così anche per i fumetti: nei primi 15 anni del fumetto “moderno” (1896/1910, 15) erano detonati tutti i generi, tutti gli eroi, tutti i temi possibili che ancora adesso leggiamo -e molti snobbini non sanno che il loro fumetto preferito ora film al 99% era un’autopubblicazione. Poi si sono assestati, hanno trovato un ritmo, una “nicchia” e si sono canonizzati sgrassandosi in quello che oggi ricordiamo. A me sembra sempre “evoluzione naturale”, ma tu sei più esperto di me in queste cose e le vedi meglio!

  7. Esempi più calzanti non si potevano fare.
    Soprattutto per i manga. Quello che arriva nelle nostre fumetterie è l’1% di quello che viene pubblicato in Nippolandia, e di quell’1%, il 90% è caccapupù. Figuratevi il restante 99% del totale che viene pubblicato in madrepatria (per avere un’idea “minima” fatevi un giro sui siti di scanlation online; aprite un manga a caso; 9 volte su 10 vi imbattete in roba imbarazzante).

    La sensazione è che molti di quelli che vanno contro l’autopubblicazione è per nervosismo. Spesso sono stessi (già ex) autopubblicati o amici di questi. I classici “vorrei ma non posso”. Per cui devono andare “contro”.
    Poco male: il 5% “eccellente” sarà quello che vincerà la “battaglia della specie”!😀

  8. Gran bel pezzo, complimenti (ma davvero a braccio? sei un’enciclopedia!), anche se personalmente non sarei così tassativo. La sovrapproduzione può creare anche dei problemi e le reazioni dei lettori possono essere anche diverse da quelle che hai descritto, conosciamo entrambi persone che dopo un tot di ciarpame ha deciso di trascurare i prodotti self.
    In ogni caso mi perplime l’osservazione iniziale perché tutto sommato i problemi che può avere il self publishing mi sembrano molto al di là da venire rispetto ai problemi che il self publishing può creare all’esterno, al momento. Tipo all’editoria tradizionale, che però noto si sta adattando, almeno all’estero, andando a pescare i “nuovi fenomeni del self-publishing” a meno a quanto leggo sulle bandelle dei nuovi volumi quando passo in libreria… ecco, un prossimo post sull’adattamento della specie?😀

    • Come ha correttamente osservato il mio amico Marco Siena, autopubblicarsi con la speranza di venire “scoperti” da un editore è come aprire un ristorantino con la speranza di venire notati ed assunti da MacDonald.
      È probabile che la scelta più logica sia puntare ad una produzione ibrida – per cui un autore va a pubblicare tradizionalmente parte della propria produzione, e come self una serie di prodotti diversi.
      I problemi esistono, e alcuni sono immediati e pressanti: è innegabile che una certa fetta di autori o sedicenti tali stiano tirando troppo la corda, abusando del sistema e sostanzialmente danneggiando tutti – chi scrive e chi legge. Inclusi se stessi, naturalmente.
      Ma non sono abbastanza intelligenti per capirlo.

  9. Scusate ma se a qualcuno piace il self, a chi deve dare conto? Ognuno dei suoi soldi fa quello che vuole.
    Pure per me i master sono inutili, ma alcuni idioti pensano che servano a trovare il post

  10. Scusate ma a voi Che ve frega s a me piace il self, devo dare conto a voi?

    • Paola, ho l’impressione che tu di questo post abbia letto solo il titolo.
      Comunque quelli che vedi segnalati qui nella colonna a destra sono tutti ebook self-published.
      Spero ti piacciano.

  11. Questo è un articolo da incorniciare, ti approvo al 100%

  12. Io non credo che il self-publishing si estinguerà in alcun modo, piuttosto sarà la nuova frontiera per pubblicare, perché c’è un passaggio che non è stato detto nel tuo articolo: i libri (per quanto riguarda il formato cartaceo) vengono stampati solo ed esclusivamente su richiesta. Questo cosa vuol dire? Che non c’è diciamo pericolo che il titolo messo in commercio attraverso questo sistema così innovativo in qualche modo rischia di rimanere sullo scaffale di una libreria a ingiallirsi e a impolverarsi perché nessuno lo compra per i più svariati motivi (libro poco pubblicizzato, autore completamente sconosciuto, scrittore stroncato da diverse recensioni negative e chi più ne ha, più ne metta naturalmente). E la stampa su richiesta significa che:
    1) non spende soldi lo stampatore;
    2) non spende soldi lo scrittore magari lasciandolo in conto vendita, però che si deve pagare le copie da far arrivare sugli scaffali;

    Quindi e alla lunga il self-publishing permette un grande risparmio non solo in termini di stampa se lo scrittore ordina magari delle copie personali (chi non lo fa), ma anche si rende minimo il rischio del fallimento che consiste nella stampa forse inutile di milioni di copie per raggiungere le librerie.

    Certo… il fatto che non arriva in tutti gli scaffali delle librerie è anche un’arma a doppio taglio, perché un po’ diciamo svantaggia lo scrittore. Molto spesso le persone entrano in una libreria per comprare un titolo che hanno in testa e poi perché magari attratti dalla cover o dalla trama o dal buon prezzo escono dal negozio con ben 5 libri. Cioè… il fatto di arrivare fisicamente nelle librerie costituisce per chi scrive anche una buona vetrina per farsi conoscere. Però… come si suol dire: non si può proprio avere tutto dalla vita!!! Spesso per alcuni vantaggi, bisogna rinunciarne ad altri.

    Per quanto riguarda l’altro quesito che hai sollevato e cioè che i libri pubblicati in self-publishing sono ciarpame perché non hanno subito una regolare selezione, posso dirti due cose al riguardo:
    a) è vero… non tutti gli scrittori esordienti e/o poco conosciuti scrivono dei capolavori;
    b) questa diceria parte dal pregiudizio che “siccome tutti possono pubblicare, allora non è detto che il prodotto sia di qualità”; ed io rilancio (da lettrice, non da aspirante scrittrice): chi di voi non ha mai letto alcuni libri di Grandi case editrici che definirli una schifezza è davvero poco? A me è capitato spessissimo (sarò stata sfortunata? Forse!), quindi non sempre “selezione” è sinonimo di qualità e/o di gradevolezza del prodotto. A parte perché nessuno è infallibile e tutti possiamo sbagliare, ma anche perché mi sembra che in questa era dove tutto è “su richiesta” perché gusti e desideri sono diversificati, con il self-publishing si lascia al lettore la libertà di scegliere chi leggere e quale autore seguire e portare avanti e non i “soliti noti”.

  13. Pingback: Si stampano troppi libri. Ma quanti ne dovremmo stampare? | frottole

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