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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un posto tutto per noi

2 commenti

placeofonesown19[nota: questo post viene scritto di getto appena terminata la visione del film in questione. È molto tardi, e non dubito ci saranno typos e sviste. Abbiate pazienza.]

Fra il 1943 e il 1946 la Gainsborough Films, una casa produttrice inglese specializzata, fino a quel momento, in commedie, produsse otto pellicole che vengono collettivamente chiamate Gainsborough Melodramas, basati su romanzi popolari di ambientazione storica e sono tutti, più o meno, pietre miliari della cinematografia britannica.
Gli otto film vennero girati negli stessi studi e con un cast artistico e tecnico più o meno invariato, ed ebbero il merito di tenere testa – in termini di successo di pubblico e di incassi – alle produzioni americane contemporanee.
Fra gli attori, spiccavano James Mason, Margaret Lockwood, Stewart Granger e Patricia Roc.

Il quinto di questi film, che uscì nel 1945, si intitola A Place of One’s Own, venne diretto da Bernard Knowles, ed è una storia di spettri, con un solido impianto pseudo-gotico sul quale viene costruita una storia romantica.

Il film (che non è mai stato distribuito in Italia) è basato sul romanzo omonimo di Osbert Sitwell, un eccentrico ed eclettico nobiluomo inglese che scrisse un certo numero di popolari romanzi del mistero (ma anche il libretto per Belshazzar‘s Feast, di Walton) e del genere che lui definiva “di azione ragionata”*, oltre a raccolte di poesie e libri di viaggi.
L’autore collaborò all’adattamento cinematografico del proprio lavoro.

snapshot20100309152932La trama: gli Smedhurst, un’anziana coppia della media borghesia in cerca di quiete, investono una parte dei propri risparmi per acquistare una casa in campagna. Bellingham House, che è stata deserta per quarant’anni, è particolarmente a buon mercato – forse perché, come i due scoprono abbastanza alla svelta, il posto ha fama di essere infestato.
La cosa causa una certa ilarità nel vecchio materialista Mr Smedhurst (questo è dopotutto il ventesimo secolo – la storia si svolge nell’anno 1900), ma ben presto Annette Allemby, la dama di compagnia della signora Smedhurst, comincia a sperimentare uno strano senso di ansia che lascerà presto spazio a fenomeni decisamente più inquietanti di possessione spiritica.
La casa è stata, quarant’anni prima, teatro di una morte misteriosa.
Incidente, suicidio o omicidio?

A Place of One’s Own colpisce, prima di tutto, per la ricchezza dei set e dei costumi, un dettaglio notevole se consideriamo che il film venne girato mentre la guerra era ancora in corso, e con un budget estremamente ridotto.
La macchina da presa si muove attraverso stanze e saloni, giardini e serre, imitando lo sguardo di un visitatore curioso, e c’è un senso di ricchezza e di vastità che maschera qualunque ristrettezza di budget.

Non sono solo questioni di budget, d’altra parte, che portano la produzione a presentare sulla scena il trentaseienne James Mason e la poco più che trentenne Barbara Mullen truccati da anziani pensionati – i film della Gainsborough, come si diceva, erano costruiti su di una troupe di attori di provenienza teatrale e particolarmente affiatati (e con un campionario di caratteristi straordinari nei ruoli secondari).
James Mason era, all’epoca, il più popolare attore a libro paga della casa produttrice e il suo nome in cartellone era un elemento di sicuro richiamo.
Così come di sicuro richiamo era il nome di Margaret Lockwood, che nel ruolo di Annette è il fuoco dell’azione.

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Margaret Lockwood, è inutile che io lo ripeta per l’ennesima volta, è semplicemente splendida – e riesce a mostrarci due personaggi che si contendono lo stesso corpo con pochissimi espedienti, giocando solo con la voce e il portamento. Eppure il suo personaggio non ha molte scene – questa è, dopotutto, la storia dei due anziani Smedhurst.

La gestione dell’azione è decisamente teatrale, e il film è costruito su una succesione di scene molto misurate, quasi da commedia romantica, nelle quali gli eventi assumono progressivamente un carattere inquietante.
Il contrasto fra la Lockwood, che progressivamente perde il controllo, e Mason, che tenta disperatamente di razionalizzare gli eventi, contribuisce a generare tensione molto più dell’aspetto propriamente sovrannaturale della storia, che è molto sottile per lo meno nella parte iniziale del film. E anche in questo il film è un curioso affare: la tensione viene costruita su un elemento comico (Mason è straordinario nel ruolo del vecchio brontolone, e palesemente ci si diverte un mondo) accoppiato a un elemento decisamente melodrammatico.

MV5BMjYwOTc4MzEzNl5BMl5BanBnXkFtZTgwMjMyNzk1MDE@._V1_SX214_AL_E anche nel momento in cui l’azione prende una piega francamente gotica, questo film non è un horror – non ci sono spaventi, babau che saltano fuori per far strillare il pubblico degli adolescenti, non ci sono i bus e i campi bloccati e tutti quegli espedienti che ormai diamo per scontati nel genere.
Il pubblico del genere potrebbe trovarlo lento, noioso, privo di brividi.
Ma i brividi ci sono – semplicemente sono brividi di una natura diversa da quelli ai quali siamo abituati.
E alla fine in questa storia della battaglia di due anziani confusi (e che hanno perduto inpassato i propri figli) che confrontano lo spettro che ha preso di mira la ragazza alla quale sono affezionati, c’è un elemento quietamente spaventoso, costruito su sguardi perduti nel vuoto, sulla suggestione di qualcosa appena fuori vista.
La storia si risolve in una corsa contro il tempo, una indagine per ricostruire ciò che è accaduto e disinnescare quanto sta per accadere.

E quando finalmente il sovrannaturale irrompe, in maniera esplicita, nella trama, lo fa con una tale eleganza, con un gioco di luci e di interpretazione da antologia (Ernst Thesiger, il Praetorius nel Frankenstein di Whale, ruba il film con tre minuti netti in scena), che non è possibile trattenere un sommesso wow.
Per la classe e la faccia tosta con le quali sceneggiatori e registi riescono in un trucco assolutamente magistrale.

Il film ebbe un successo strepitoso.
In particolare, il pubblico femminile fu così impressionato dal look della Lockwood, che per molti mesi la sua pettinatura ed il suo make-up vennero imitati diffusamente. E il neo sullo zigomo sinistro dell’attrice (in realtà un elemento del make-up per il film) divenne così popolare ed imitato, che la casa produttrice obbligò l’attrice a farlo diventare un suo tratto distintivo permanente, con un tatuaggio.

Reperire una copia di questo film è stato un’impresa che mi ha portato via tre mesi.
Ma ne è valsa decisamente la pena.
Si tratta di un film bello – bello in senso estetico, nella costruzione delle scene, nelle coreografie, nei dialoghi deliziosamente banali ma zeppi di sottintesi.
Non è un film di paura, non è una pellicola che ridefinisca il genere o quant’altro – ma è una testimonianza di un modo di fare cinema che forse è andato perduto. Ed è unpeccato.
E Margaret Lockwood è splendida, ma quello ve l’ho già detto.

——————–
* che è una definizione geniale.

 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “Un posto tutto per noi

  1. Ecco, lo hai tratteggiato benissimo e mi è venuta voglia di vederlo. Tutta l’idea del progetto, con un cast e una produzione fissa per una serie di titoli, come una compagnia teatrale, mi piace. Dovrò cercarmi almeno questo ed eventualmente anche gli altri.🙂

    • In realtà è più facile trovare gli altri – almeno tre titoli (ipoteticamente i migliori) sono presenti nella Margaret Lockwood Collection (un cofanettone che si aggira sui venti euro, credo), e in totale credo che ci siano cinque degli otto film disponibili su DVD o attraverso altri canali.
      Valgono decisamente la pena – bianco e nero sontuosissimo, storie un po’ melò ma valide, e attori straordinari.

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