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Decisioni consapevoli

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LawrenceBlock_GBUn paio di anni addietro, lo scrittore americano Lawrence Block decise di autopubblicare il suo nuovo romanzo, anziché appoggiarsi ad un editore tradizionale. Alla domanda sul perché avesse preso questa decisione (dopotutto come autore pubblicato tradizionalmente aveva all’attivo decine di best seller), Block rispose pragmaticamente

perchè così i soldi li intasco io

Aveva poi articolato più seriamente e a fondo i motivi della propria scelta, certo. Ma il punto era abbastanza chiaro.

Ho ripensato al discorso di block – e alle osservazioni di molti altri autori che ho avuto modo di leggere, da Guy Kawasaki a Holly Lisle – perché negli ultimi giorni ho sentito spesso descrivere l’autopubblicazione come una scelta poco pratica, che non permette a un autore di raggiungere un vasto pubblico, un palliativo, una scelta per gente che vuol togliersi uno sfizio.

Se il mio editore smettesse di pubblicarmi, io smetterei di scrivere, non mi metterei di sicuro ad autopubblicarmi

ha sostenuto qualcuno.
Beh, parliamone.
Pork chop express, a tema editoriale.

self-publishing-cartoonL’autopubblicazione, per chi se la fosse persa, è una scelta1 per la quale un autore decide di farsi carco di tuttauna serie di aspetti della produzione e vendita dell’oggetto-libro che tradizionalmente vengono delegati all’editore.

Ora, questo non significa che l’autore debba fare tutto da sé (di fatto, non può), ma l’autore deve comunque essere consapevole del fatto che tutta una serie di aspetti del lavoro (editing, illustrazione e grafica, impaginazione, revisione, marketing, eccetera) sono sotto la sua responsabilità.
E deve fare in modo che vengano messi in atto – non si può fare senza copertina, o senza editing.

Ora, Block parla di soldi – e indubbiamente, a parità di prezzo di copertina, un autoprodotto su Amazon incassa dieci volte quanto gli verrebbe normalmente corrisposto come royalties da un editore.

Per contro, avendo ale spalle un editore – che ha, in posto, una macchina promozionale che di solito un autore solitario non ha – vende di più.
Molto di più?
Bella domanda – e magari ne riparliamo più sotto.

Di sicuro, la domanda ovvia, alla voce quattrini, sembrerebbe essere – la pubblicazione tradizionale mi garantisce dieci volte le vendite che avrei come autoprodotto?
Perché se non vendo almeno dieci volte tanto, incasso meno.

Forse.
Perché c’è il fatto che la miserrima percentuale che l’editore mi versa è al netto del compenso di tutte quelle persone che devono occuparsi di quegli aspetti di cui si parlava.
L’editor, il grafico, il copertinista…
Ed è anche al netto del tempo che l’autore autoprodotto deve investire su quelle attività che non può o non vuole delegare.

Io voglio scrivere, non fare marketing

ha osservato qualcuno, ed è un desiderio lecito.
Ed è una scelta – e altri potrebbero fare scelte diverse, e non per questo essere migliori o peggiori.

Magari a me invece piace, occuparmi di certi aspetti del lavoro che vanno al di là della scrittura.
Dopotutto, quello del controllo assoluto sul prodotto finito è uno dei tratti più attraenti dell’autoproduzione – l’autore autoprodotto ha l’ultima parola (e la prima) su tutto ciò che fa, su ogni dettaglio, dalla scrittura alla vendita, e oltre.
image_1837-NeanderthalMagari – è solo un’ipotesi – solo chi, oltre a scrivere (e possibilmente scrivere bene), riesce a trovare la spinta per dedicare una parte del proprio tempo a quegli aspetti che vanno oltre la scrittura riesce a sopravvivere come self-publisher.
magari siamo specie diverse, autori tradizionali e self-publisher, come Sapiens e Neanderthal2

Resta il problema del grosso pubblico.

Ma ci interessa davvero il grosso pubblico?

No, ok, chiaro, tutti quelli che scrivono vogliono vendere il maggior numero di copie possibili.
Ma è quel possibili, che è interessante.
A chi stiamo parlando, a chi ci stiamo rivolgendo?
È preferibile una percentuale aleatoria del mercato generalista, o il totale di un segmento di mercato preciso?
Perché è possibile – ancora una volta, a puro titolo di ipotesi – che io mi rivolga ad una fetta del pubblico che non sarebbe economicamente vantaggioso, per un editore tradizionale, cercare di raggiungere.
Costi e tempi potrebbero non essere giustificati a fronte delle poche copie preventivate.
Ma forse quelle poche copie, dirette con precisione ai lettori giusti, potrebbero fruttare a un autoprodotto una cifra interessante, a fronte di uno sforzo produttivo e pubblicitario ragionevole.

Certo, è marketing.
Ma non è solo marketing – è anche sapere per chi si sta scrivendo, mentre si scrive.
E questo è parte della scrittura. È fondamentale, per la scrittura.

Ma forse delle nicchie di mercato, di lettori di riferimento e della segmentazione del nostro pubblico sarà il caso di discutere in un altro post.
Per ora, resta un punto fermo – si tratta di una decisione.
Si valutano i dati e si decide.
Nessuno – ma davvero nessuno – può permettersi di criticarla, perché è nostra, e solo nostra.


  1. non una necessità o un incidente, una scelta – e come tale deve essere consapevole. 
  2. il che rende interessante la definizione di autore ibrido 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Decisioni consapevoli

  1. Da ibrido e dopo due anni di pubblicazione con una CE tradizionale e nove da self, a conti fatti, col self guadagno MOLTO di più. Con la CE vendo un po’ di più, e raggiungo segmenti di mercato dove da self non arriverei, ma ricevo il 12% del prezzo di copertina (scontato) invece del 70% abbondante.

    Conclusioni? Non rinuncio alla CE anche perché ha un valore aggiunto (prestigio che aumenta il valore percepito delle mie opere self) ma sicuramente devo dedicare la maggior parte del tempo al reparto self. In poche parole, se la mia attuale CE mi chiedesse di triplicare la mia produzione per loro, direi di no, perché andrei a rimetterci.

  2. Tema interessante. Terribilmente. Soprattutto per chi come me è sul pendolo Dell’ ibridazione!

  3. Fare marketing è dura, eppure, al giorno d’oggi, con tutta la concorrenza che c’è, non basta scrivere bene: bisogna sapersi vendere, e forse conta anche di più che saper scrivere. Ma io me la tiro talmente che credo di poter riuscire a fare anche quello, in barba alle CE tradizionali. 😉
    Curiosità: nel mio post di oggi ho usato la stessa immagine che hai usato tu!

    • la scrittura resta il punto centrale – fare grande marketing per vendere porcherie è sostanzialmente una forma di disonestà intellettuale, sia che si tratti di una scelta di una casa editrice che di una scelta personale da autopubblicato.

  4. Sono prossimo al salto, dicono che scrutare nell’abisso sia un’esperienza della quale, dopo non si può più farne a meno…

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