strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Per far contento chi?

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Ieri – o forse è stato due giorni or sono – mi è stato segnalato un articolo nel quale sostanzialmente si identifica uno dei tratti distintivi della brutta narrativa di genere italiana nell’aver mutuato un lessico sbagliato da traduzioni dubbie e cattivi doppiaggi cinematografici.

Il risultato sarebbe che molti autori nazionali scrivono brutti libri, in un linguaggio che è una specie di traduttorese.

Meglio sarebbe parlare e scrivere in italiano di storie italiane, concludeva l’autore, citando alcuni film fondati sull’italianità che pare siano gli unici che vendono in America.

In parallelo, ho ripescato proprio ieri – o forse è stato due giorni or sono – un articolo comparso nel 2014 su The Paris Review, riguardo a come i film italiani – inclusi un paio di quelli citati nell’altro articolo – non piacciano più agli americani, che non li capiscono.

Meglio sarebbe tornare a fare quelle pellicole distintive del nostro cinema, come La Dolce Vita o Divorzio all’Italiana.

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E adesso, cosa facciamo?
Facciamo un pork chop express1

In effetti, da italiano che scrive genere, e in inglese2, l’intera discussione non mi è nuova, e va a toccare alcuni problemi abbastanza interessanti, per cui vorrei provare a mettere giù un paio di idee a partire da quei due articoli – e prima che qualcuno si metta apiangere, senza alcun intento polemico nei confronti dei due articoli.
Diciamo che i due post che ho linkato sopra mi offrono lo spunto per parlare d’altro, ok?

Il primo punto che io trovo interessante riguarda il linguaggio del genere.
Il linguaggio del genere ha delle convenzioni.
Può piacerci o meno, ma il nostro investigatore hard boiled3 parlerà in un certo modo, userà un certo linguaggio.
Lo stesso vale per l’avventuroso huaquero4, per la femme fatale5, la dragon lady 6, l’esploratore spaziale, il cacciatore di vampiri o quel che sarà. Non parliamo poi dei personaggi del western (al quale non metto neanche una nota).
Il linguaggio con cui questi personaggi si esprimono, con cui viene descritto il mondo in cui si muovono, è strettamente legato al genere.

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Certo, posso fare dei giochini interessanti – posso usare uno stile ed un linguaggio per scrivere una storia di genere diverso: un esempio tipico è l’uso dei modi dell’hard boiled o della spy story7 per narrare una storia dell’orrore o di fantascienza.

Molto del linguaggio dei generi ha una origine anglosassone, ed è stato tradotto ed adattato variamente nel nostro paese.
Ed acquisito, sia dagli autori che dai lettori.
Autori eccelsi hanno creato un proprio linguaggio che nulla ha a che spartire con quello d’origine?
Indubbiamente.
Ma anche, autori altrettanto eccelsi hanno usato quel linguaggio straniero con ottimi risultati.
Il linguaggio che si decide di usare non è implicitamente un segnale di qualità.
Non possiamo scindere forma e contenuto, privilegiando uno dei due.

E qui sorge il secondo problema.
Il linguaggio, in una storia, non è qualcosa che capita per caso.
Questa pare essere una curiosa convinzione di molti di coloro che non scrivono – che l’autore, nel creare la sua storia, si limiti a riversare a caso parole sulla pagina.
E in effetti, la narrativa di genere viene spesso distinta dalla narrativa letteraria definendola character driven o plot driven8… niente che riguardi il linguaggio, ciò che contano sono personaggi e intreccio.

Beh, non è così – o per lo meno non è così per color che scrivono bene9.
La scelta delle parole giuste, come mi pare le chiamasse Hemingway, è fondamentale.

In un post in cui si parla di scrittura, una foto di Hemingway ci sta sempre bene.

In un post in cui si parla di scrittura, una foto di Hemingway ci sta sempre bene.

Con un solo termine posso caratterizzare un personaggio – e poiché tutto ciò che metto sulla pagina è funzionale allo sviluppo della storia e al (disperato, a volte) tentativo di mettere qualche idea nella testa del lettore e poi attivare delle connessioni e delle intuizioni, ogni parola conta.
E devo starci attento.
E ancora una volta ogni parola deve tenere conto degli elementi tipici dello stile del genere – al limite per sovverttirli, ma deve prenderli in considerazione.

Come si fa?
Si impara leggendo quelli bravi – è il discorso che facevamo qualche giorno addietro.

Resta il problema più ampio dell’italianità.
Come restare noi stessi ma vendere a loro.
E se è vero che ciò che vende all’estero è un prodotto che vende l’Italia, è anche innegabile che, dati alla mano, l’immagine dell’Italia all’estero sia filtrata attraverso una serie di cliché che hanno per lo meno quarant’anni.
Per lo meno per il grosso pubblico, noi siamo congelati ne La Dolce Vita.
Non Gomorra, insomma, ma Il Padrino, è ciò che il pubblico là fuori immagina quando pensa a certi elementi della nostra cultura.

Puntare sull’Italian Style10, significa quindi sostanzialmente falsificare il prodotto, dare al pubblico ciò che il pubblico vuole – Marcello Mastroianni, non Checco Zalone.
Anche se gli italiani si riconoscono – di più, vogliono riconoscersi – con maggior entusiasmo nel secondo.

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E questo significherà anche dare al pubblico internazionale non le periferie degradate, ma la Toscana delle vigne e dei casolari – perché gli americani di periferie degradate hanno già le loro, e sono uguali alle nostre, stessi problemi, stesse facce, stesse soluzioni. Curioso come lo squallore sia molto più globalizzato del lusso, non trovate?

Alla fine, quindi, cosa facciamo?
Falsifichiamo una storia ambientata a Los Angeles?
Magari mettendoci un personaggio che si chiama Marcello, e ascolta l’opera?
Oppure facciamo pizza, mandolini e Bonasera Signorina, Bonasera per i turisti?
O proponiamo un prodotto a tal punto nostro da risultare ermetico al di fuori del nostro paese?
Lo chiamiamo hard boiled o parliamo di scuola dei duri?
science-fiction-vs-proper-literatureE la fantascienza?
Restiamo fermi a I Marziani hanno Dodici Mani e a Il Disco Volante?
O parliamo di spazio, di esplorazione, di avventura? Con un linguaggio che però di italiano ha ben poco: che ne sarà del blackout delle comunicazioni nel momento dello splashdown? Raggiungeremo mai la velocità warp?

Con che linguaggio dobbiamo scrivere?
E per far contento chi?

Nella mia (limitatissima) esperienza, scrivere una storia che accontenti gli standard e le aspettative del pubblico anglosassone, bilanciando i cliché del genere e sovvertendoli, usando nella maniera più appropriata possibile il linguaggio del genere e al contempo conservando ciò che c’è di mio, della mia cultura, della mia storia, non è facile.
Eppure è anche molto divertente – più divertente, in effetti, che scrivere per il pubblico italiano.
Non è solo una questione di linguaggio, di ambientazione (stavo per dire di setting!) o di do it like Fellini.
È tutto questo, e anche una cosa diversa.
È scrivere.


  1. che sarebbe comunque intraducibile, trattandosi di una citazione cinematografica… 
  2. o per lo meno ci prova. 
  3. … ooops, l’italianità! Non hard boiled, ma della scuola dei duri. Credo. 
  4. ah! Esterofilia, portami via, si dice tombarolo, non huaquero
  5. hmmm, questa è difficile… la chiamiamo fatalona o l’abbuoniamo perché in fondo femme fatale è francese? 
  6. e questa come la traduciamo? 
  7. questa la sapete anche voi… 
  8. no, ve l’assicuro, non lo sto facendo apposta… 
  9. o per lo meno ci provano… e quindi siamo in un territorio diverso da quello toccato dall’autore di quel primo articolo, che parlava dopotutto di pessima narrativa. 
  10. no, no, è vero, l’italianità… che però è una cosa diversa rispetto a ciò che là fuori hanno in testa quando sentono Italian Style

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Per far contento chi?

  1. Ecco! Era questo che volevamo da te!😉

  2. Da un lato ci si affanna a voler dimostrare con siamo il trittico: Mafia/pizza/Mandolino però poi quando è ora di mostrar qualcosa, se non si ripropongono in versione più o meno aggiornata i clichè classici sembra di fare un torto a qualcuno. Basta comunque guardarsi attorno e osservare una comitiva di turisti italiani in giro per il mondo per capire che a causa di qualche strano e perverso meccanismo, fuori da casa nostra tendiamo a diventare esattamente quello che sovente ci fa disprezzare(nel peggiore dei casi) o infastidire (nel più magnanimo). Se poi si tratta di cinema o letteratura, questo istinto autolesionistico si acuisce. Penso alla Grande Bellezza, che al di la’ del valore effettivo sembra una versione 2.0 della Dolce Vita oppure al successo pompatissimo de Il Volo, dove giovani cantano cose vecchie e ne siamo contenti. A volte vedo in tutto questo un alibi, per continuare a chiudersi a riccio e crogiolarci nei nostri difetti, nel nostro immobilismo e nella nostra indolente pigrizia culturale.

  3. @Mana: ti ringrazio sentitamente della nota 4, perché “huaquero” mi mancava del tutto come termine (credevo ingenuamente si trattasse di una variazione fonetica di “vaquero”).

    Ulteriore dimostrazione che c’è sempre qualcosa da imparare dai tuoi articoli, ed ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno), che quei dieci/quindici minuti di pausa dal lavoro che dedico al tuo blog sono tempo di qualità e ben investito.

  4. Alcuni appunti:
    1) Beh, se scrivi direttamente in inglese molto di quel che dico non è più rilevante. Quando mi sento dire da qualcuno che non viene apprezzato in Italia perchè scrive fantascienza o fantasy (per colpa di Croce e Gramsci, come dice Wikipedia) lo invito a scrivere direttamente in inglese. La cosa di solito viene presa come un insulto.
    2) Più che sul successo negli Usa a me importava parlare del successo in Italia e di come certi generi – il giallo, il noir, lo storico e il rosa – fossero ormai accettati tranquillamente dal pubblico italiano e altri – la fantascienza e il fantasy – no. Cioè, i primi avevano trovato una strada italiana al genere e gli altri no.
    3) Negli Stati Uniti si traduce pochissimo: solo il 3% dei libri pubblicati in un anno sono tradotti. Due testi epici per le rispettive letterature – lo Zibaldone e Gli Ultimi Giorni dell’Umanità – sono stati pubblicati solo quest’anno. Esiste un opera americana dello stesso spessore e importanza non tradotta in italiano? I motivi sono esclusivamente letterari?
    4) Poi c’è il luogo comune da pagina culturale e chiacchiera da terrazza romana per cui l’unico successo estero che conta è quello americano. Non so se Camilleri abbia avuto successo negli Usa ma l’ha avuto in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra (dopo le fiction Rai sono trasmesse con discreto successo dalla BBC), Russia etc etc – insomma, sono esseri umani anche loro e, a differenza degli americani, sono interessati al resto del mondo.
    5) Che la letteratura di genere (eccetto quella comica) sia plot-driven lo penso anch’io. Che sia charachter-driven mi lascia un po’ dubbioso, poichè il grosso dei suoi personaggi sono, come dire, presi al discount e obbediscono alle ‘regole del genere’. Ogni tanto un autore abbastanza potente riesce a imporre un nuovo personaggio o, meglio ancora, un nuovo tipo di personaggio, ma questo ovviamente succede di rado.
    6) Gomorra (il libro) è andato piuttosto bene negli Usa, credo. Gli stereotipi cambiano lentamente ma cambiano.
    7) Ora, in quello che scrivo io (uno che ha letto quasi solo narrativa di genere – soprattutto fantascienza – fino quasi ai 30 anni) cerco di creare un plot strutturato con attenzione, personaggi ben individuati e un linguaggio il più chiaro possibile – credo che il lettore se lo meriti. Ma non di più. Non ho interesse a scrivere seguendo le ‘regole del genere’, ben conscio del prezzo che si paga commercialmente così facendo. Quanto al linguaggio voglia che sia l’italiano parlato d’oggi; se volessi potrei scrivere in inglese (in fondo il mio lavoro attuale è in gran parte di traduzione) e magari un giorno lo farò.

    Però grazie per l’attenzione?

    P.s. Quale popolare scrittore italiano ha usato nei suoi romanzi espressioni come ‘l’importo della ferita’ e ‘battendo intorno al cespuglio’?

    • Grazie a te per aver riassunto gran parte del tuo post – speravo che un link bastasse, ma così saremo sicuri che nessuno si sia perso nulla per strada🙂
      Per il resto, come dicevo, il tuo post mi ha fornito lo spunto – insieme a quello di Paris Review – per parlare d’altro.
      Che è ciò che ho fatto.

  5. Oops. Il punto interrogativo dopo ‘attenzione’ va inteso come esclamativo

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