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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Gli zombie non ridono

4 commenti

38847_449931638486_519408486_6124543_919371_n-700x525Questo è una specie di post del piano bar del fantastico.
Mi è stata chiesta una versione in italiano del mio ultimo post su Karavansara.
E io mi sono detto – perchè no?

Tutto parte da una recensione letta un paio di giorni addietro.
Recensione che mi ha confermato che era stata una buona idea evitare il libro recensito, ma che conteneva anche una affermazione che mi ha abbastanza infastidito.
L’affermazione era la seguente

è inverosimile che durante un’ipotetica epidemia di zombie la gente abbia voglia di scherzare

Inverosimile?
Davvero?
Mi permetto di dissentire.

La figura dell’eroe che nelle situazioni più improponibili scherza e fa battute più o meno sceme è un classico della letteratura avventurosa – e non da ieri.
C’è molto umorismo variamente ribaldo in Dumas, ad esempio.

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E poi naturalmente le battute di Sam Spade e Philip Marlowe nella narrativa hard-boiled.
E tutti gli eroi un po’ cialtroni della letteratura avventurosa.
Forse solo gli eroi di Burroughs sono poco propensi alla battuta – così come gli eroi di Howard… ma si tratta sempre di avventurieri solitari, che hanno pochi interlocutori coi quali distrarsi.

Ma è poi davero una distrazione?
E soprattutto, è proprio un trito cliché narrativo?

1973, THE LONG GOODBYE

Se diamo un’occhiata alle biografie e soprattutto alle autobiografie di chi ha affrontato situazioni drammatiche – militari, persone coinvolte in disastri e catastrofi naturali, agenti di polizia coinvolti in indagini ad alto profilo – l’elemento umoristico è sempre presente.
Quartered Safe Out Here, per dire, il primo volume di memorie di George MacDonald Fraser1, che copre la sua esperienza durante la guerra in Birmania, non è privo di momenti surreali.
Lo stesso vale per un lavoro come The Things They Carried, di Tim O’Brien, che è una narrativa autobiografica che mescola assurdo e orrore nel descrivere la vita quotidiana di una squadra di militari durante il conflitto del Vietnam.

Ma ok, mi direte voi, sono storie.
E allora guardiamo Journal of Aggression, Maltreatment & Trauma (Volume 12, Issue 1-2, 2006).
Questo è l’abstract dell’articolo The Humor of Trauma Survivors – Its Application in a Therapeutic Milieu, di Jacqueline Garrick.

This article focuses on how the sense of humor that trauma survivors have can be used to assist them in mitigating the intensity of their traumatic stress reactions. A brief review of the literature on the nature of humor and its ability to diffuse stressful situations and reactions is provided. It is suggested that despite the fact that humor is often underappreciated and ignored in the therapeutic process, it can actually be a powerful healing tool when both the therapist and the client are willing to openly discuss it. Humor does not minimize the significance of a terrible event, but it does allow the survivor to see how they can cope and thrive in their environment.

E se volete qualcosa di ancora più approfondito, qui trovate un bell’articolo preso dall’Europe Journal of Psychology.

Sono documentati in letteratura centinaia di casi diversi, ma tutto si risolve in un’unica costante – le persone sotto stress scherzano.

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Scherzano per farsi coraggio, o per farne a chi li circonda.
Scherzano per creare un senso di cameratismo.
Scherzano per allentare la tensione.
Scherzano, molto semplicemente, per sopravvivere.
Perché di fronte all’orrore, la reazione possibile è solo quella – impazzire un poco, per non impazzire del tutto.
Per non soccombere alla depressione, alla catatonia, a quello che oggi si chiamava PTSD e che una volta si chiamava Shell shock oppure Combat fatigue2.

Il famoso humor nero dei poliziotti sulla scena del crimine, l’orrido umorismo dei medici in chirurgia o in oncologia, la battuta tagliente della partoriente al marito che barcolla per l’emozione, gli scherzi dei militari in trincea, sono tutti cliché della narrativa, certo, ma sono tutti fondati su un dato reale.

Le persone scherzano per non soccombere.
Si chiama resilienza.
E non è affatto inverosimile.
Indipendentemente da quanto sia brutto il libro in cui quel cliché viene utilizzato.


  1. l’uomo che sceneggiò Dumas per i film diretti da richard Lester, quelli che catturano meglio l’ironia e la leggerezza dell’autore francese. 
  2. e parlando di umorismo, George Carlin fece una volta un pezzo su come lo shell shock sia diventato post traumatic shock disorder. Cercatelo su youtube. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Gli zombie non ridono

  1. A volte la critica diventa soltanto detrazione e per detrarre sovente ci si attacca a ogni minimo appiglio, come dei free climber!
    A volte funzione, altre no. Quando l’appiglio è così poco circostanziato non siamo certo di fronte a una critica, per quanto feroce ma a una demolizione sistematica e aprioristica. Scommetto che è gente che scherza molto poco!

  2. Nella mia esperienza personale, due battute ogni tanto, nei momenti di difficoltà, mi hanno sempre aiutato a minimizzare il danno (cioè lo stress e il dolore) e a riprendermi più in fretta. Quando non ho avuto la forza di scherzare su qualcosa, è stato il momento in cui ho impiegato più tempo per riprendermi da un brutto colpo!
    Nel caso delle storie di zombie, sono un genere così codificato che, secondo me, la battuta è perfettamente plausibile, specie se si prevede che nell’ambientazione della storia i personaggi possano aver fruito di storie sui morti viventi: un po’ di battute “meta”, da nerd, le vedrei bene🙂

  3. Se non c’è ironia, chiudo il libro. E lo faccio soprattutto quando sono in un brutto periodo.

  4. Grazie a tutti per i commenti.
    Io resto dell’idea che umorismo e ironia siano indispensabili per sopravvivere – e mi fa sempre piacere portare delle pezze d’appoggio accademiche e non, a riguardo.
    Il vero problema è forse che molti confondono “umorismo” con “ridicolaggine” – che son due cose diversissime.

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