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Come faccio a farmi prendere sul serio?

7 commenti

crop380w_istock_000003015755xsmall-mathNell’ambito accademico si parla spesso di “Invidia della Matematica” – quella condizione particolare, quella specie di insicurezza che hanno talune materie nei confronti della matematica.
Perché i matematici hanno le equazioni, hanno le dimostrazioni, hanno i teoremi.
È tutto nero su bianco, ci sono dele regole, si ottengono dei risultati che sono numeri. Hard numbers, come si suol dire.
Ma un biologo?
Cos’ha un biologo, di hard?
Ricordo ancora il professor Alvarez, fisico, che definì la paleontologia “Collezionare francobolli”1.

Il che naturalmente è un’idiozia, o se preferite una ultra-semplificazione – ma l’invidia della matematica esiste.
Se non si hanno dei numeri, in ambito scientifico, è difficilissimo essere presi sul serio.
E a me sta bene – dopotutto io sono uno che si occupa di analisi statistiche di dati ambientali, che per gran parte delle scienze naturali rappresentano l’unico modo per avere dei numeri da mostrare – e numeri ben poco hard, ma accontentiamoci.

Un fenomeno affine, io credo, è presente nella narrativa – e potremmo chiamarlo “Invidia del Realismo”.
Si riassume facilmente nella frase che fa da titolo a questo post, e che per i distratti ripetiamo qui di seguito:

Come faccio a farmi prendere sul serio?

Credo che sia la più diffusa e pressante domanda inespressa di chi scrive narrativa d’immaginazione.
E soprattutto di chi legge narrativa d’immaginazione.
Voi non credete?

Perché ammettiamolo…
. Creature sovrannaturali?
. Magia e incantesimi?
. Astronavi e creature aliene?
. Mondi che non esistono?
. Il futuro?
. Cthulhu?

Chi volete che vi prenda sul serio?

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Ora, naturalmente, questo non è mai stato un problema – no, davvero, mai!

Credete che qualcuno abbia fatto delle storie perchè Tolkien nel suo romanzo ci aveva messo gli elfi?
Spiacenti, non andò così.
Come ha giustamente osservato il solito Neil Gaiman nel suo recente dibattito con Kazuo Ishiguro

What fascinates me is that at the time when Tolkien was writing The Lord of the Rings it wasn’t regarded as in the fantasy genre, either: the first part was reviewed in the Times by W H Auden. It was a novel, and that it had ogres and orcs and giant spiders and magical rings and elves was simply what happened in this novel. […] There were people like Hope Mirrlees – who wrote modernist poetry and profoundly realistic fiction and who was one of the Bloomsbury set, but produced a wonderful novel called Lud-in-the-Mist – and Sylvia Townsend Warner, who wrote books like Kingdoms of Elfin. And these were simply accepted as part of mainstream literature.

Quindi diciamo che quello dell’essere presi sul serio è un falso problema.
Ma il fatto che sia un falso problema, naturalmente, non significa che non abbia delle conseguenze – perché c’è chi questo problema se lo pone, e cerca di risolverlo.

Si tratta di solito di persone che hanno pochissima dimestichezza col genere – lettori alle prime armi con tre romanzi letti all’attivo, gente che ha visto il famoso telefilm, che ha tutti e sedici i DVD della famosa trilogia.
Quelli che hanno scoperto l’horror con Buffy, il fantasy con Xena e la fantascienza con Andromeda.

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E prima che qualcuno si metta a frignare come al solito, non sto dicendo che queste povere anime siano dei malvagi, dei ritardati mentali2, o che io stia “attaccando” Buffy, Xena, Andromeda, la famosa serie televisiva e la colossale trilogia, o qualunque altra cosa a voi piaccia.
OK?

Ciò che sostengo è che grandi fenomeni di massa hanno sempre portato al genere un carico di neofiti, di giovani entusiasti, di gente che aveva una conoscenza minima o nulla di ciò che gli piaceva, ma ne voleva di più.
È già successo, è sempre successo… Diglielo, Neil…

I think it came from the enormous ­commercial success in the Sixties, when the hippie world embraced The Lord of the Rings and it became an international publishing phenomenon. At Pan/Ballantine, the adult fantasy imprint, they basically just went through the archives of books that had been published in the previous 150, 200 years and looked for things that felt like The Lord of the Rings. And then you had people like Terry Brooks, who wrote a book called The Sword of Shannara, which was essentially a Lord of the Rings clone by somebody not nearly as good, but it sold very well. By the time fantasy had its own area in the bookshop, it was deemed inferior to mimetic, realistic fiction. I think reviewers and editors did not know how to speak fantasy; were not familiar with the language, did not recognise it.

Ecco qui – il genere in quanto tale, come etichetta, esiste grazie ai neofiti.
Perché il mercato è sempre molto sensibile a una vasta massa ignorante che desidera un secondo giro di ciò che ha già preso.

E quindi sì, in questo momento esiste una massa di pubblico sostanzialmente ignorante, che vuole narrativa fantastica, e desidera poterla prendere sul serio.
Perché a nessuno piace sentirsi dire che è appassionato di storielle sceme ed impossibili – e poiché quella è la cultura dalla quale la gran parte dei nuovi fan arrivano, per loro quello è un serio problema.
Devono poter legittimare la credibilità, la maturità e la rilevanza della loro (nuova) passione.

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E ancora una volta, prima di mettervi a piangere, considerate che ci siamo passati tutti – perché tutti (tranne rarissime eccezioni) proveniamo da una cultura che vede nella letteratura mimetica e “realistica” qualcosa di importante e significativo, mentre tutto il resto sono “favolette”.

Ma non sarebbe ora che ti mettessi a leggere qualcosa che abbia a che fare con la realtà? Non so, un bel romanzo storico…

Già.

E quello della legittimazione naturalmente è un secondo falso problema quando affrontato sul piano pratico.
Volete una dimostrazione della significatività del fantasy?
Leggete Little, Big di John Crowley.
Leggete Beauty di Sheri S. tepper.
Leggete A Course of the Heart di M. John Harrison.
… e la lista potrebbe andare avanti a lungo.

Ma questi romanzi (e ne potremmo citare a dozzine) si discostano troppo dal modello base – quello del quale i nostri giovani appassionati in cerca di legittimazione vogliono di più, e di fatto l’unico che conoscono.
Non ci sono gli orchi, non ci sono i draghi, non c’è l’Oscuro Signore.
Non ci sono le battaglie epiche e i “vasti affreschi”3.
E quindi molti lettori alle prime armi si sentono persi, non hanno punti di riferimento, per citare Gaiman, come i critici negli anni ’60 non conoscono abbastanza a fondo il linguaggio per poterlo parlare in maniera fluente.

E per la terza volta vi ripeto, non piangete.
I linguaggi si imparano.
Ed il modo migliore per impararli è immergersi in essi – la varietà delle esperienze è indispensabile.

Però c’è una alternativa, ad imparare un linguaggio.
Possiamo imparare a memoria sei frasi, e giocarcela su quello, per poi mettere in curriculum “Conoscenza della linga straniera: Ottima”.
Possiamo trovare un modo per legittimare quella minuta fetta del genere che ci piace.
Possiamo far presente che non ci sono gli elfi, nel nostro romanzo preferito.
Che c’è un sacco di brutalità, dolore, morte e sofferenza.

A chi lo dici favoletta adesso, eh, stronzo?!

Credo davvero che la piega brutale e insensata che sta prendendo un sacco di letteratura fantastica in questi tempi sia dovuto al fatto che si tratta di lavori diretti a persone che non conoscono il genere, e che sono alla disperata ricerca di temi “adulti” e “realistici” nel loro fantastico, per potersi dare un tono.

Il mio immaginario è più realistico del tuo.

Realistico?
L’Immaginario?
Non vi pare una scemenza?
Però serve a legittimarsi, a sentirsi adulti anche a leggere storie d’immaginazione.

Ma è un falso problema.
Al quale tuttavia si sta dando entusiasticamente risposta: il mercato sta rispondendo molto bene alla richiesta del pubblico di base – così come fece Ballantine/DelRey nei ’70 per rispondere alla richiesta di più fantastico pseudo-tolkieniano.
Diventerà un problema reale, questo?
In parte – perché il ciarpame pseudo-realistico4 occupa spazio, crea un rumore di fondo in cui si perdono le opere originali e intelligenti che non hanno bisogno di cercarte un modo per legittimarsi o darsi un tono.
E una gran fetta del pubblico viene cullata nella propria ignoranza, premiandone la mancanza di curiosità e coraggio.

Ma la varietà esiste, e la curiosità si spera possa venire ancora stimolata.
Per tutti gli altri c’è il ciarpame, però storicamente accurato.

E se non vedete l’assurdità del cercare l’accuratezza storica nel fantastico, allora forse un motivo per piangere ce l’avete.


  1. chissà come la prese suo figlio, che era paleontologo e collaborava col padre alla ricerca sulle estinzioni di massa. 
  2. certe cose si dicono su altri blog, non qui. 
  3. credo che i “vasti affreschi” vadano con tutto, e siano l’equivalente letterario della frase “la fotografia però è bellissima” che si usa per farsi piacere i film che non si capiscono. 
  4. e dovete ammettere che è molto pseudo 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Come faccio a farmi prendere sul serio?

  1. Credo tu abbia scoperto il nervo infiammato della crisi che la letteratura di genere sta attraversando. Ed è un riverbero che coinvolge un po’ tutto e un po’ tutti con risultati a volte grotteschi, a volte desolanti e sempre ignoranti. Come il ragazzotto con abbigliamento da nerd, occhiali da nerd, barbetta hipster che avevo a fianco al cinema e che aveva criticato tutto il tempo Mad Max Fury Road dicendo: Hanno copiato da Fall Out 3!
    Stanno costruendo enormi palazzoni di parole senza fondamenta e li tengono su in barba ale leggi della fisica (e della decenza) a forza d’incassi pompati.

    • Hahahaha, Fall Out 3.
      È il classico esempio di chi sa come ordinare un hamburger in francese, e mette in curriculum “Francese: Perfetto”.
      Il rischio è davvero che il mercato si metta a inseguire questo tipo di pubblico invece di pensare a sviluppare un pubblico più consapevole.

  2. Che poi ho sempre pensato che una politica cosi alla lunga non paga. Il cliente esigente e raffinato spende di più se ne vale la pena… Ma ritorniamo al discorso del Mac vs. Fiorentina

    • Il prodotto di massa costa meno alla fonte, e quindi il guadagno si costruisce su quello.
      Restano le piccole realtà che curano il pubblico più sofisticato (in editoria, le small press e anche molti autoprodotti), ma fare il salto a quel punto o diventa difficile per via dei prezzi, o viene considerato superfluo: chi dice che esiste qualcosa di meglio del Mac è uno snob arrogante, giusto?

      • Certo. E’ quel populismo becero che vede nell’ignoranza l’essere vicini e dalla parte della “gente”. Un’idea schifosa e aberrante oltre che profondamente scorretta.

  3. Che poi prendersi troppo sul serio è anche controproducente

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