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Ma cos’hanno poi in comune?

7 commenti

Il giochino di domenica pomeriggio ha avuto un discreto successo, e ringrazio tutti coloro che hanno partecipato postando le loro ipotesi nei commenti.
Nessuno ci ha azzeccato – ma provarci e sbagliare è sempre certamente meglio che non provarci e poi dire a posteriori “ah, io la sapevo!”

Resta il problema: cos’hanno in comune A Christmas Carol di Dickens, The Stepford Wives di Ira Levin, Goodbye, Columbus di Roth e The Subterranean di Kerouak,e tutti gli altri titoli della lista?

Mysterious-Book1

Sì, è vero, sono tutti libri.
E sono in inglese.
E sono tutti considerati dei classici.

Ma cos’hanno in comune davvero?

Sono tutti romanzi che stanno sotto alle 40.000 parole.
Il che, vedete, è un bel problema, perché sulla base della definizione comunemente accettata, “romanzo” significa almeno 45.000 parole1.

Questo per dire due cose.
Primo, che le definizioni sono spesso molto molto arbitrarie, e di solito hanno un mero valore merceologico2.

Secondo, che non sta scritto da nessuna parte che lunghezza e qualità vadano a braccetto, e siano direttamente proporzionali.

Non è vero, insomma, che un romanzo è inerentemente meglio di un racconto3.
Non è necessariamente vero che “peccato che la storia non sia stata sviluppata maggiormente”4.

E in fondo l’avvento dell’editoria digitale ha fatto sì che il problema della lunghezza – che è sempre stato più un problema per gli editori che non per gli autori – abbia cessato di esistere.
Non esiste più il numero minimo di pagine al di sotto delle quali le spese di stampa, magazzino e spedizione eccedono gli introiti, rendendo antieconomica la produzione materiale del libro.

Ora basta che la storia sia buona.

Ma come ampiamente dimostrato dal nostro giochino, quello della lunghezza non è mai stato davvero un criterio applicato nella realtà.
Se non dagli sciocchi.


  1. no, non chiedetemi le battute, le battute avevano un senso quando si componeva a caratteri mobili. Le parole hanno molto più senso. 
  2. questo con buona pace di tutti quelli che ci sanno citare capitolo e versetto del loro manuale preferito. 
  3. idem come sopra. 
  4. osservazione frequente nelle recensioni online, e che porta con sé l’odore stantio dell’aula di scuola e del tema di italiano con scarabocchiato sopra 6=

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Ma cos’hanno poi in comune?

  1. Pingback: Ma cos’hanno poi in comune? : The Christmas Blog

  2. Ti dirò che quella della lunghezza è una questione che non mi hai mai preoccupato. Neanche un po’. Tanto che avevo affrontato il giochino analizzando i titoli di un fronte tematico e non tecnico,a dirla tutta non mi era passata neanche per l’anticamera del cervello la lunghezza degli scritti! Che poi,a detta di molti di quelli bravi, il racconto è “lo stato dell’arte” della narrativa. Chiudere a gente come la Munro, se non Barker o Bester… Il ragionamento sulla lunghezza è per lo più commerciale.

  3. La risposta mi ha lasciato con l’amaro in bocca…😀

  4. Scusa se ho letto il post solo adesso. Ti voglio bene…

  5. Un sentito grazie da una che è stufa di sentire i soliti commenti tipo “ma è troppo corto” o “mi aspettavo una storia più lunga” o (dagli autori) “in cento pagine non sono ancora entrato nel vivo”…
    Anche se forse è più un problema mio che non ho pazienza e vado sempre di fretta.

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