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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Prigionieri

7 commenti

Selezione_003Mi hanno regalato un libro.
Nulla di personale – si tratta di una di quelle cose per cui ti iscrivi alla mailing list di un editore, e quello ti regala uno dei suoi libri in formato digitale.
Niente di che.

Il libro è invero un libricino, di qualcosa come quaranta pagine, si intitola Be Free Where You Are, ed è la trascrizione di una lezione tenuta dal monaco e maestro zen, Thich Nhat Hanh, nell’Istituto Correzionale di Hagerstown, in Maryland.
Sì, sitratta di una lezione sulla libertà tenuta davanti ad una platea di carcerati.

Ora, mi interesso di zen da decenni e ho sempre letto con un certo piacere i testi di Thich Nhat Hanh, ma ad incuriosirmi, inq uesto caso, è stato l’argomento, e il luogo.
Ci vuole un certo coraggio, una certa facciatosta, per andare a parlare di libertà in una prigione.E d’altra parte, in quale altro luogo il discorso troverebbe ascoltatori altrettanto attenti – e altrettanto bisognosi di scoprire come trovare la libertà indipendentemente da dove ci si trova?

E questo mi ha portato a pensare alle chiacchiere sentite negli ultimi giorni, sulla dignità… o piuttosto sull’assenza di dignità, dell’intrattenimento rispetto alla “vera letteratura” (qualunque cosa sia).

Ora, è ben noto che Tolkien parlava di sacrosanta fuga del prigioniero quando parlava di narrativa d’immaginazione.
Se la realtà ci intrappola, sosteneva, non è nostro diritto fuggire?
E non c’è forse dignità in questa fuga.
Una buona difesa dell’escapismo, della narrativa d’evasione, dell’intrattenimento.

D’altra parte, M. John Harrison ha sottolineato, in seguito, che la fuga ci libera dalla responsabilità.
E senza responsabilità non siamo nulla.
Se la realtà mi intrappola, posso certamente fuggire nell’immaginazione – ma solo a patto che il piano preveda il mio ritorno, ed azioni atte a cambiare la realtà, in modo che non sia più una prigione.

E a dirla tutta, a me M. John Harrison è sempre stato più simpatico di Tolkien.

Samuel Delany si è espresso in termini affini – la narrativa d’immaginazione (genere normalmente schedato come “narrativa d’evasione” o “diintrattenimento”) serve a mostrare alle masse oppresse che esiste una alternativa. Se non posso immaginare una alternativa, non posso ribellarmi all’oppressione.

Ma può essere addirittura molto più semplice di così – perché è vero che esistono storie che sono “puro intrattenimento”, come un bicchier d’acqua, che passa e và, senza causare grandi cambiamenti.
Ma cosa c’è di male in un bicchier d’acqua, se si patisce la sete?

Ed è per questo, che trovo noiose, e futili, e vagamente ofensive, le chiacchiere sulla non-dignità della narrativa d’intrattenimento.
Perché alla fine ciascuno trova le proprie risposte dove le trova,e non altrove, e nessuno, se non un prigioniero, può definire l’idea di libertà, e decidere dove provare a cercarla.
E riconoscerla quando la trova.
E decidere cosa farsene.

Tutto il resto sono chiacchiere.

Ah, se vi interessa, la casa editrice che vi regala il libriccino, è la Parallax.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Prigionieri

  1. Neil Gaiman, a sentirlo parlare, aveva detto una cosa simile alla fuga-con-ritorno: che le storie per lui servono ad affrontare i problemi in uno spazio sicuro, ad incarnarli in un luogo diverso da quello dove siamo così impastoiati e dubbiosi, quindi a prendere quella boccata di ossigeno che serve *per tornare*. E qui si ricollega a Harrison, direi: il fatto che il mondo resta uno, resta questo, e qui conviene a tutti agire come se non fossimo soli.

    Il fantastico è troppo bello e arioso, una volta che ci sei dentro, per seguire le chiacchiere che dicono di accantonarlo. Però mi spaventa l’idea che diventi anche esso una dipendenza, una prigione. Che diventi una cosa autoreferenziale senza possibilità di ritorno, che diventi qualcosa di talmente identitario da volere escludere il mondo là fuori. E’ vero che qualunque cosa può diventare una dipendenza, ma le mie passioni vorrei che non lo fossero. E’ brutto pensarlo?

    • Indubbiamente qualunque cosa può diventare una dipendenza – e non c’è dubbio che per la narrativa, esista chi questa dipendenza la vuole generare, o se l’ha generata, non esita a sfruttarla.
      Il caso della pornografia è un caso limite, ma è indicativo (dovrò farci un post).
      Alla fine, l’autore ha una responsabilità – perché ha un potere.
      Quello di liberare i prigionieri, o di forgiare per loro semplicemente delle catene diverse.

  2. Ottimi argomenti – qualora ce ne fosse bisogno – in difesa della letteratura d’intrattenimento.
    Come ho scritto nel mio post (gemello di questo, ma nessuno crederà mai che non abbiamo concordato nulla), credo che dietro lo snobismo della “letteratura alta” credo ci sia il mai sopito desiderio di alcuni, di far diventare il libro un oggetto elitario.

    • Sì, il senso di elite, di “io sì ma voi non potete” c’è di sicuro, specie in certi commentatori.
      Ma alla fine si tratta solo di un’illusione come tutte le altre – una forma di fantasy, per sfuggire dalla realtà.

  3. Pingback: Di torri dorate, ignoranza e sogni perduti (parte prima) | Taccuino da altri mondi

  4. Spesso mi succede di andare un po’ per cortocircuiti ma l’articolo mi ha fatto venire in mente una frase di Saretre, sul fatto che la condizione umana sia quella di condannati alla libertà.
    Da un lato quindi libertà come diritto (Thich Nhat Hanh), dall’altro come responsabilità, di un uomo che in qualsiasi condizione, anche di prigionia, può fare, pensare, pianificare, agognare, il male o il bene, con tutte le sfumature possibili possibili.
    Nel campo del fantastico mi sembra che la differenza sia simile, si può ricercare solo il piacere di una lettura d’evasione oppure la soddisfazione di una lettura nella quale all’interno dell’evasione vengono posti spunti di riflessione.
    Spero di non aver detto cavolate, non ho fatto filosofia alle superiori e sono solo diplomato.
    Ciao,
    Enzo

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